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mercoledì 11 ottobre 2017

11 ottobre Giornata Internazionale delle Bambine

11 ottobre – Giornata Internazionale delle bambine

Una giornata, nata sei anni fa, per sensibilizzare l'opinione pubblica e riconoscere i diritti di ragazze e bambine. L'11 ottobre ogni anno ricorre la International Day of the Girl Child, la Giornata Internazionale delle Bambine e delle Ragazze.

Tramite la Risoluzione 66/170 del 19 dicembre 2011, le Nazioni Unite hanno deciso di istituire questa giornata al fine di concentrare l’attenzione sui diritti delle più piccole e sulla necessità di promuoverne l’emancipazione.

Il tema principale di questa giornata mette a fuoco il matrimonio delle spose bambine, la maggior parte, infatti, viene fatta sposare prima dei 15 anni. Una violazione dei diritti umani fondamentali che influenza tutti gli aspetti della vita di una ragazza e che coinvolge ogni anno almeno 15 milioni di bambine e adolescenti tra i 10 e i 18 anni. Molte di loro subiscono costrizioni e abusi, e vengono obbligate a sposarsi con degli uomini anche molto più grandi di loro.

Nel 2016, sostiene Terre des Hommes nel suo dossier della Campagna "Indifesa",sono state registrate 21 milioni di gravidanze tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni che vivono nei paesi in via di sviluppo. Ogni anno, circa 70'000 ragazze muoiono a causa del parto e delle complicanze legate alla gravidanza.

Tra le violazioni dei diritti delle bambine ci sono anche quelle legate ai conflitti e al traffico di esseri umani: sono circa 100'000 le bambine soldato mentre, tra i 2,4 milioni di persone vittime di tratta, le bambine rappresentano il 20%.
In Italia sono diverse le iniziative in occasione della giornata. 

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mercoledì 4 ottobre 2017

Ai bambini serve affetto, no indifferenza

AI BAMBINI SERVE AFFETTO, NO INDIFFERENZA

Durante l’infanzia costruiamo le fondamenta su cui si baserà tutta la nostra vita. Un bambino ha bisogno di amore, accettazione e attenzione. Purtroppo, però, a volte l’ambiente in cui il bambino cresce non è pronto a soddisfare questi bisogni e sprigiona indifferenza, allora le fondamenta saranno segnate da crepe profonde e difetti.

Ci sono tante cose del mondo dei grandi che i bambini non capiscono. Non hanno le competenze cognitive né le risorse emotive per farlo. L’indifferenza o il rifiuto possono causare una profonda sofferenza nei bambini, lasciano una traccia indelebile, ferite che fanno fatica a rimarginarsi.
Molte persone non ricordano con chiarezza le emozioni provate durante l’infanzia. Sono individui che manifestano problemi in età adulta, senza comprenderne l’origine. Questi problemi potrebbero trovare una spiegazione nella loro infanzia segnata dall’indifferenza delle persone che amavano di più. A seguire approfondiremo le cinque caratteristiche delle persone che hanno provato l’indifferenza da piccole.

Le caratteristiche dell’indifferenza

1. Insensibilità, un segno dell’infanzia
L’insensibilità è una delle caratteristiche che permangono nella personalità di chi è stato ignorato durante l’infanzia. In un modo o nell’altro, è una risposta a questa indifferenza da parte della persona che ne è stata vittima. Negli anni dell’infanzia, l’insensibilità alimenta un sentimento di abbandono e scarsa autostima.
In età adulta, l’insensibilità si esprime attraverso l’apatia nei confronti degli altri o della vita in generale. Non c’è entusiasmo né interesse per nulla. Questo perché le persone hanno imparato fin da piccole ad inibire le loro emozioni perché l’ambiente non vi attribuiva un significato.

2. Rifiuto dell’aiuto altrui
Durante l’infanzia, abbiamo grande bisogno di chi ci circonda. Sono tante le situazioni che richiedono sostegno, conforto o consigli. Se da bambini non possiamo contare su questo tipo di aiuto, allora impariamo a non aspettarci niente dagli altri. Di conseguenza, diventiamo “indipendenti ad oltranza”.
Diffidiamo degli altri e del loro aiuto e cerchiamo di farcela con le nostre sole forze. Ci proteggiamo da esperienze emotive che non vogliamo assolutamente ripetere. Non vogliamo aver bisogno degli altri così da evitare di essere traditi. Potrebbe anche capitare l’opposto: chiediamo aiuto per qualsiasi cosa, anche per ciò che possiamo fare tranquillamente da soli.

3. Sensazione di vuoto
La sensazione che manchi loro qualcosa è molto intensa nelle persone che durante l’infanzia sono state vittime dell’indifferenza. Avevano riservato uno spazio alle persone amate, ma queste non l’hanno mai occupato. Per questo ora rimane questo abisso interiore incolmabile.
Questa sensazione di vuoto si trasforma in un disagio costante. Niente è abbastanza completo da colmare queste lacune. Non esiste nessuno in grado di farlo. A volte questa sensazione porta a formulare critiche costanti rivolte a se stessi e agli altri.

4. Perfezionismo
La mancanza di amore e di attenzione durante l’infanzia ha molteplici effetti sulla percezione di sé. Una persona può sviluppare un pensiero secondo cui ciò che fa non è abbastanza da essere apprezzato. Nei bambini questo si traduce in un atteggiamento eccessivamente prudente o radicalmente insopportabile.
Da adulte, le persone ignorate da piccole diventano estremamente perfezioniste. Questa rigidità è una risposta al sospetto inconscio per cui non stanno facendo tutto ciò che possono o devono fare. In fondo, continuano ad essere bambini che vogliono essere apprezzati per quello che fanno.

5. Ipersensibilità al rifiuto
Quando il bambino percepisce di essere ignorato, non si sente degno, crede di essere insignificante. In altre parole, la sua esistenza non conta nulla per gli altri e, quindi, inconsapevolmente, giunge alla conclusione che qualcosa in lui non vada. Manifesta sensazioni di inadeguatezza o illegittimità.
L’eco di questa indifferenza è un’ipersensibilità alla critiche altrui. Qualsiasi segnale di disapprovazione viene interpretato come una minaccia. Si rinnova l’eco dell’infanzia che suggeriva “qualcosa non va in te”. Ovviamente tutto questo risulta molto doloroso e difficile da sopportare.

Dal punto di vista neurologico e psichico, l’infanzia è un periodo della vita molto decisivo. Questo non vuole dire che le brutte esperienze vissute fin da piccoli siano irrimediabili, ma che lascino una traccia molto profonda per il resto della vita. Una persona può liberarsi in gran parte di questi pesi, ma dovrà lavorarci molto ed eventualmente richiedere l’aiuto di un professionista.
Fonte: lamenteemeravigliosa.it
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mercoledì 20 settembre 2017

Adolescenti e smartphone

ADOLESCENTI E SMARTPHONE

Recentemente, un po’ stanco di tutto, ho rinunciato al mio lavoro in una biblioteca straordinaria, ho cambiato il numero del mio cellulare, quello per WhatsApp, ho smesso di guardare Twitter, e sono andato a nascondermi su un’isola remota. Con l’accesso a internet, sì, ma lontano dalla Colombia e dal mio mondo.
Improvvisamente, questi cambiamenti, ma soprattutto il silenzio dello smartphone, o di alcune sue funzioni, mi hanno riconnesso con il mio vecchio mondo: quello della lentezza della lettura e della cura nello scrivere.
Mi sono dedicato a migliorare il mio francese (ancora molto incerto) e a tradurre parola per parola un libro che amo da una vita: il Candide di Voltaire. Poiché la prima parte del libro ha 30 capitoli, e dovevo restare 30 giorni sull’isola, ho deciso che ogni mattina avrei lasciato la stanza solo dopo aver tradotto un capitolo. Ho potuto farlo grazie a quattro ore di concentrazione, visto che la maggior parte dei capitoli è breve. Ogni volta mi sono premiato con la brezza e il sole di mezzogiorno, un vino bianco fresco e un’ora di nuoto in mare.

Cambiamenti scioccanti
Sono ormai un uomo quasi anziano che cerca di tenere il passo con le straordinarie novità elettroniche del mondo contemporaneo, né apocalittico né integrato, secondo la vecchia dicotomia di Umberto Eco. Ma adesso sono tornato nel mio mondo tra le montagne, ho letto (online) un articolo sui giovani nati in questo secolo, o alla fine di quello passato, e sono rimasto scioccato nell’apprendere dei cambiamenti psicologici causati in loro dallo smartphone.
L’articolo è pubblicato sul numero di settembre dell’Atlantic. L’autrice, Jean Twenge, è una psicologa che ha affrontato il crescente narcisismo delle nuove generazioni: nel 2007 ha scritto Generation me. Perché i giovani di oggi sono più sicuri di sé, hanno più diritti e sono più infelici che mai, e l’articolo è un estratto del suo nuovo libro, iGen, un lavoro sui postmillenial, che in percentuali altissime vivono molto più attaccati al telefono che alla realtà.

Si tratta di bambini cresciuti con uno smartphone in mano e senza ricordi di un mondo senza internet
D’un tratto, circa cinque anni fa, quando più della metà degli statunitensi aveva già uno smartphone, Twenge, che è anche un’insegnante, aveva notato dei cambiamenti improvvisi nei comportamenti, nelle interazioni sociali e negli atteggiamenti dei giovani, basandosi su statistiche pubblicate negli ultimi decenni. Si tratta di bambini e adolescenti cresciuti con uno smartphone in mano, e che non hanno ricordi di un mondo senza internet. I cambiamenti sono evidenti in tutte le classi sociali e in tutti i gruppi di popolazione degli Stati Uniti. Per loro, quasi tutta la vita è filtrata attraverso lo smartphone e i social network.
Non tutto è negativo: questi bambini tranquilli nella loro camera, con lo schermo blu riflesso negli occhi, hanno meno incidenti, sono poco interessati all’alcol, non sono ossessionati dal saper guidare, si uccidono meno tra di loro, ma hanno molti più problemi mentali, soffrono di più attacchi di depressione e si suicidano di più. Non sembrano molto felici.
Per quanto riguarda i rapporti personali, piuttosto che “uscire con qualcuno” chattano, e oggi s’incontrano sempre meno in uno spazio reale. Anche il sesso “reale” è meno frequente rispetto alle generazioni precedenti. In qualche modo sembrano non lasciare l’infanzia: gli e le iGen sono puerili in tutti i loro pensieri, perché l’adolescenza comincia più tardi. Dormono anche meno del necessario e si alzano e vanno a letto con l’ossessione di sapere cos’è successo nel frattempo sui social network.




Lo studio rileva una decisa correlazione tra le ore passate davanti allo schermo (soprattutto sui social network) e la depressione. E sono le ragazze a sentirsi più spesso escluse e isolate dai loro coetanei. L’unico consiglio di Twenge ai genitori degli iGen è quello di costringere i figli a spegnere o a mettere da parte il telefono molto più a lungo e a impegnarsi in qualsiasi altra attività.
Fonte: www.internazionale.it
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mercoledì 21 giugno 2017

Quello che vi siete persi

QUELLO CHE VI SIETE PERSI...
...il blog va in vacanza

E' giunto il momento di sospendere l’attività del blog, che ripartirà a settembre a pieno regime. Per chi volesse recuperare i contenuti pubblicati in questa prima metà dell’anno basterà cercare nell'archivio blog o tra i post più popolari (li trovate sul lato destro della home).

Alcuni consigli:

Adolescenti attratti dai giochi violenti e della morte;

Lettera di un adolescente ai suoi genitori;

Un kit pedagogico per le neomamme;

Insegnare ai bambini l'ABC delle emozioni;

Lettera ad un figlio;

Lettera di una mamma ai bulli che perseguitavano il figlio;

Alike, il cortometraggio che ogni genitore dovrebbe vedere;

L'importanza di trovare dei motivatori

Buona lettura e buone vacanze.


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mercoledì 14 giugno 2017

In Danimarca si va a lezione di empatia

IN DANIMARCA SI VA A LEZIONE DI EMPATIA
A lezione di empatia. Questo succede nelle scuole danesi: in Italia la situazione è diversa, ma non mancano esempi virtuosi. Ne abbiamo parlato con il dottor Mario Di Pietro, esperto di Educazione razionale emotiva.

Nelle scuole in Danimarca, oltre alla matematica e alle altre materie tradizionali, i bambini vanno anche a lezione di empatia. Ogni settimana gli studenti dai sei ai sedici anni hanno a disposizione la Klassens tid, ovvero un momento in cui tutti possono condividere emozioni, problemi personali o difficoltà per ascoltare consigli e trovare soluzioni con l’aiuto dei compagni e dell’insegnante.
Il tutto è reso ancora più piacevole dalla Klassens time kage, una torta al cioccolato che i ragazzi preparano e portano in classe a turno. L’obiettivo? Creare un’atmosfera piacevole, chiamata “hygge”, e aiutare i giovani a far crescere la propria empatia – dal greco en pathos, “sentire dentro” – e quindi la loro capacità di percepire e condividere le emozioni altrui in un clima di collaborazione, con tutti i benefici che ne conseguono.
Il valore di questo approccio non è solo intuibile ma è addirittura dimostrato. Ad esempio, un notevole calo del livello di empatia tra i giovani statunitensi di oggi rispetto a quelli degli anni Ottanta-Novanta è stato registrato da uno studio dell’Università del Michigan e questo è coinciso con un aumento dei problemi di salute mentale e depressione degli stessi.
Per capire come la scuola italiana prenda in considerazione questa tematica ne abbiamo parlato con il dottor Mario Di Pietro. Psicologo e psicoterapeuta, negli anni Novanta portò in Italia l’Educazione razionale emotiva, procedura psicoeducativa che “educa la mente per metterla al servizio del cuore” e aiuta ad acquisire consapevolezza delle proprie emozioni, superando, in modo costruttivo, pensieri negativi che alimentano emozioni dannose.
Da molti anni il dottor Di Pietro si adopera proprio in ambito scolastico affinché questa procedura possa essere applicata anche alla didattica con diversi obiettivi, tra cui: favorire l’accettazione di se stessi e degli altri; facilitare il superamento di stati d’animo spiacevoli; aumentare la tolleranza alla frustrazione; favorire l’acquisizione di abilità di autoregolazione del comportamento; incentivare la cooperazione in alternativa alla competizione.
Oltre a essere psicologo, psicoterapeuta e docente il dottor Di Pietro è ancheterapeuta cognitivo-comportamentale. Specializzatosi a New York con Albert Ellis (fondatore della terapia razionale emotiva comportamentale) è autore di diversi testi, tra cui L’Educazione razionale emotiva e L’Abc delle mie emozioni.
Sappiamo che nelle scuole danesi l’empatia e le emozioni sono materia scolastica. In Italia esiste qualcosa del genere?
Sì, anche in Italia esistono sperimentazioni di questo genere ma non così su vasta scala come in Danimarca. Da noi si tratta più che altro di realtà isolate e legate alla lungimiranza dei dirigenti scolastici. Io negli anni ho seguito e ispirato vari progetti nelle scuole. Anche l’Istituto superiore di Sanità se n’era interessato e aveva finanziato una ricerca su questo.
Ci può dare una misura della diffusione di questi progetti in Italia?
Io formo circa cinquecento insegnanti l’anno sulle tematiche dell’Educazione razionale emotiva. Di recente sono andato anche in Abruzzo, dove hanno avuto problemi di resilienza coi bambini e, attualmente, sto seguendo un progetto a Pordenone legato a una rete internazionale sponsorizzata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Come mai in Danimarca la situazione è così differente dalla nostra?
In Danimarca c’è un retroterra culturale diverso, molto ricettivo. Da loro non c’è un clima politico e culturale così caotico e selvaggio come da noi e hanno molto più senso civico. Perciò lì c’è terreno fertile per certe cose. Qui da noi, specialmente in certi contesti, per esempio al Sud, esistono problematiche sociali ben più impellenti da risolvere. Questo è un lusso che si possono permettere solo società più evolute.
Gli insegnanti come applicano in classe le procedure dell’Educazione razionale emotiva?
Attraverso percorsi mirati o applicandola alle varie discipline. Per esempio l’insegnante di lettere può aiutare i ragazzi a espandere il loro vocabolario emotivo; l’insegnante di scienze può spiegare quali sono i segnali fisici che il nostro corpo ci trasmette quando proviamo certe emozioni; quello di studi sociali può parlare del controllo della rabbia nell’interazione. Ci sono varie possibilità di introdurre nell’ambito delle discipline curriculari argomenti che riguardano l’Educazione razionale emotiva, però alla base ci dovrebbe essere un percorso strutturato che richiede diverse settimane. Se poi si vogliono fare le cose in modo completo, il percorso andrebbe ripetuto per tre anni consecutivi, perché, come qualsiasi nuova competenza anche questa richiede una reiterazione per essere consolidata.
È davvero così importante imparare a essere empatici?
La mancanza di empatia deriva da una visione negativa della realtà. Chi non prova empatia ha delle modalità di pensiero distruttive nei confronti dell’altro, per questo è incapace di provare e sentire quello che l’altro può provare. Però, attenzione, identificarsi con l’altro non è sempre utile perché può togliere le energie per aiutarlo. All’empatia deve unirsi la compassione che significa proprio “soffrire con l’altro” per aiutarlo a superare la sofferenza stessa.
Tutti possono imparare a essere più empatici e compassionevoli?
I fattori in gioco sono sia temperamentali che ambientali. Certe persone hanno una maggiore predisposizione all’empatia e quindi faticano meno ad apprenderla e applicarla, chi è meno predisposto dovrà impegnarsi di più, ma tutti possono migliorare.
Fonte: lifegate.it
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mercoledì 7 giugno 2017

Genitori che urlano ai figli

GENITORI CHE URLANO AI FIGLI

Sarà capitato a tutti di perdere la pazienza e di rimproverare il proprio figlio urlando. Perché lo si fa, ci si potrebbe chiedere? Le risposte possono essere le più svariate: perché non ascolta, perché non obbedisce,perché non segue le regole, fa i capricci etc.
Se ci facciamo caso, tutte queste risposte hanno a che fare con il comportamento o con l’atteggiamento del bambino stesso; la causa delle urla dei genitori sta in lui, nel bambino!!
Ma dobbiamo chiederci, invece, “perché a questi comportamenti io reagisco urlando? Cosa di questi atteggiamenti di mio figlio mi tocca a tal punto da dover urlare?”. Ci rendiamo allora conto che la necessità di urlare non è “causata” dal comportamento del bambino, tutt’al più è scatenata da esso, ma cosa ci sta alla base?
Facciamo un passo indietro!
Se è vero che tutti questi comportamenti del bambino portano un genitore a perdere completamente la pazienza, non è altrettanto vero che rimproverare urlando possa risolvere il problema.
Quando un genitore urla questo ha sul bambino più effetti.
Innanzitutto un genitore che urla è un genitore che non riesce a padroneggiare la situazione, che ha perso il controllo e che quindi non si mostra più quel punto di riferimento fermo e deciso che il bambino si aspetta e di cui ha bisogno.
Inoltre, se qualcuno ci urla contro in qualche misura ci sta attaccando e quando ci sentiamo attaccati la prima cosa che facciamo è difenderci. Come ci si difende da qualcuno che urla? È semplice, basta non ascoltarlo, “staccare l’audio”; ciò rende quindi inutile e inefficace tutto ciò che viene detto mentre si urla. Se noi urliamo i nostri figli molto semplicemente non ci ascoltano!
Infine, urlare è una manifestazione di aggressività e ciò porta il bambino a pensare che il genitore non gli voglia più bene, porta al senso di colpa e all’umiliazione, tutti sentimenti che spesso producono una forte reazione di rabbia nei confronti dei genitori, creando poi un circolo vizioso.
Allora come fare per rimproverare senza urlare?
Di certo ci vuole una grande dose di autocontrollo e di pazienza, ma ci sono dei piccoli accorgimenti che possiamo trovare e mettere in atto.
Quando capita di urlare chiediamoci sempre perché in quel momento lo stiamo facendo? Qual è il comportamento o l’azione del bambino che ci sta facendo urlare? Ad esempio “ha preso i colori e ha scarabocchiato la parete”. A questo punto possiamo chiederci “In che modo questa cosa poteva essere evitata?”, si possono trovare più risposte a questa domanda: “potevo evitare che i colori fossero a portata di mano”, “potevo spiegargli che non si scrive sulle pareti”, “potevo prendere un cartellone, appenderlo alla parete e permettergli di scarabocchiare solo quella parte”, e così via…
Questo esercizio mentale ci aiuterà a pensare sempre di più a lungo termine, cercando di prevedere le possibili conseguenze di determinati comportamenti.
Ma ormai il danno è fatto! E adesso? Possiamo chiederci “A cosa mi serve urlargli contro? E soprattutto a chi serve?”, di certo non serve al bambino, non è urlando che si eviterà il ripresentarsi di quel comportamento, forse serve un po’ di più come sfogo per il genitore, ma è uno sfogo che non è senza conseguenze, così come abbiamo visto in precedenza.
Come fare allora? Non lo si rimprovera? Certo che lo si rimprovera ma facendogli comprendere il perché quella determinata azione non va fatta. Prima del rimprovero, però, c’è un’altra cosa da fare: chiedere al bambino cosa abbia fatto, se comprenda cosa sia accaduto, perché lo ha fatto!
Non sono domande inutili, che non servono a nulla, anzi! Sono domande fondamentali, perché la percezione che abbiamo noi adulti non è la stessa percezione che hanno i bambini. Dal punto di vista dell’adulto uno scarabocchio sul muro è un comportamento inaccettabile, è un dispetto, è qualcosa che sporca, ma noi non sappiamo se il bambino lo ha fatto pensando così di far vedere quanto sia bravo alla mamma, o perché gli piacciono i colori o perché è divertente.
Chiedete sempre al bambino di parlarvi di quel determinato comportamento, fate delle domande semplici, che egli possa comprendere ed ascoltate le risposte, la maggior parte delle volte rimarrete sorpresi perché non vi aspettavate quella risposta!
Solo dopo aver ascoltato le ragioni del gesto da parte del bambino potete spiegargli il perché non doveva farlo, quali sono le conseguenze di quell’azione e successivamente comunicare al bambino qual è il prezzo da pagare per quello che ha fatto!
Per ogni azione che si compie si paga un prezzo, ciò farà sì che il comportamento non si manifesterà più! È questo che fa estinguere il comportamento e non le urla!
Pensate a come un bimbo piccolo possa pagare un prezzo simbolico per quello che ha fatto, per esempio fatevi aiutare a pulire (anche se non ne è capace ancora, fate finta che lo stia facendo!), oppure per quel giorno non si potrà andare al parco, etc.
Naturalmente la “punizione” è simbolica, non bisogna arrivare a punizioni eccessive (salti la merenda, non ti faccio vedere più la tv, etc.), anche perché queste spesso vengono date nel momento della rabbia e successivamente non vengono messe in atto proprio perché sono esagerate! E purtroppo nulla di più sbagliato, perché perderete ogni autorevolezza e ogni credibilità agli occhi del vostro bambino. Una volta un bambino in seduta mi ha detto: “io non ho paura delle punizioni dei miei genitori perché tanto l’ho capito che mi minacciano soltanto ma poi non mi puniscono mai!”.
Ed ora torniamo alla domanda che ci siamo posti all’inizio. Quale parte di me così intima e forse anche inconsapevole il comportamento di mio figlio va a toccare al punto da farmi perdere il lume della ragione e farmi cominciare ad urlare?
A questa domanda non c’è una risposta univoca! Ogni genitore ha la sua storia! Ma è di certo un buon esercizio mentale da fare per cercare di conoscerci sempre un po’ di più e cercare di comprendere quanto di noi stessi sia implicato nel rapporto con i nostri figli!
Autrice: Dott.ssa Roberta La Barbera

Fonte: superkidsout.it

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mercoledì 31 maggio 2017

Adolescenti attratti dai giochi della morte

ADOLESCENTI ATTRATTI DAI GIOCHI 
DELLA MORTE E DAL RISCHIO

Gli adolescenti sono spesso e volentieri attratti dal macabro, dalla morte, dall’occulto, da quel qualcosa che non comprendono, che è più grande di loro. Cercano contenuti violenti, si infilano in rete in gruppi in cui sono trattati argomenti legati alla morte, al suicidio, al satanismo, all’horror, leggono blog con le stesse tematiche, guardano video nudi e crudi e seguono comunità di questo tipo senza avere tante volte gli strumenti psicologici per filtrare ciò che leggono e che vedono e gli strumenti critici per valutare la veridicità dei contenuti che troppe volte prendono per veri.
È la Generazione degli hashtag, come la definisco nel mio libro Generazione Hashtag (Alpes Editore), la generazione di adolescenti che comunica attraverso quel piccolo simbolo che a volte esprime tanta sofferenza e dolore. Un cancelletto che a volte può essere un cancello di accesso a degli spazi del web più oscuri che sarebbe bene rimanessero tali.
Attraverso gli # si può essere adescati con estrema facilità, si possono esprimere le proprie emozioni e stati d’animo e possono essere dei veri e propri segnali di riconoscimento. Ci sono intere comunità di adolescenti autolesionisti che rispondono all’hashtag #cut #selfharm #autolesionismo, altre di suicidio, nascoste dietro l’#sue e oggi ci sono anche gli adolescenti che partecipano ai giochi della morte, che esprimono le intenzioni di partecipare al gioco con specifici hashtag come #bluewhale #f57.

-Non solo Blue Whale, nella rete purtroppo pullulano giochi macabri, gruppi che inneggiano all’autolesionismo e al suicidio, che spiegano come tagliarsi, come farsi del male, come suicidarsi, come nascondere la propria anoressia, altri che gli riempiono la testa di tante belle parole per indurli in una condizione di sottomissione psichica. Ovviamente, per rimanere incastrati in questi gruppi e spazi oscuri del web, ci deve già essere una predisposizione a questo tipo di contenuti, NON BASTA solo la tipica curiosità adolescenziale o la ricerca della sfida e del rischio, caratteristica di questa fase evolutiva.-

Perché piacciono gli horror game?

Gli horror game, i film horror, gli spazi oscuri piacciono perché sono adrenalinici, la vivono come una sfida con se stessi, un affrontare le loro parti più oscure, più nascoste, i propri demoni che in questa fase gli inducono spesso anche a pensieri suicidi e autolesionistici. Diventa in tanti casi un affrontare ciò di cui si ha più paura. Per questo sono attratti dai troppi gruppi in rete che parlano di suicidio, la morte purtroppo è vista anche come un gesto eroico, che non è per tutti, ma solo per i più coraggiosi.
Oggi il suicidio è visto anche come un mezzo di denuncia sociale, di far vedere a tutti cosa hanno subito e vissuto, a tutto quel mondo che li circonda che troppe volte è completamente sordo e cieco e non è in grado di cogliere i loro segnali. Per questo si deve ragionare sul ruolo del suicidio per gli adolescenti e se ne deve assolutamente parlare però lo dovrebbe fare chi è in grado di farlo perché altrimenti si rischia di far passare dei messaggi che non devono passare e che possono creare quello che spesso vediamo in rete ossia l’effetto contagio che induce ad emulare il comportamento degli altri.

La ricerca del rischio e del pericolo

Non ci dimentichiamo che l’adolescenza di per sé è caratterizzata dalla “sensation seeking” ossia la tendenza e la ricerca di emozioni nuove che esprime il bisogno di cercare nuove sensazioni, nuove situazioni emotivamente forti e particolarmente intense, anche al prezzo di mettere a rischio la propria incolumità e quella delle persone che stanno intorno. Spesso si tratta di comportamenti impulsivi, ma la maggior parte delle volte sono condotte studiate in tutte le variabili, volute intenzionalmente e ricercate.
Si ricerca l’eccitazione, l’adrenalina e tutte quelle sensazioni forti che fanno sentire un’attivazione interna, che fanno sentire i ragazzi “vivi”. Il cuore batte forte, un brivido scorre lungo la schiena, le gambe si irrigidiscono e la testa dà solo il segnale del via. In genere queste attività vengono messe in atto in gruppo perché c’è bisogno di rinforzare anche il proprio ruolo sociale, di dimostrare a se stessi e agli altri il proprio valore.

E’ cambiato il contesto: il ruolo della tecnologia

Non ci dimentichiamo che è cambiato anche il contesto in cui vivono gli adolescenti. Siamo nell’era delle sfide estreme che dilagano a macchia d’olio nel web, delle challenge che a suon di # evidenziano chi osa di più, chi riesce ad andare più vicino alla morte, chi si spinge al limite tra vita e la morte, perché quando si arriva così vicini si ricevono tanti like, tante approvazioni, il post diventa virale e condiviso, fino ad arrivare agli horror game che rischiano di far passare il suicidio come un aver compiuto qualcosa di grandioso che gli altri devono vedere, quel qualcosa che gli altri forse non sarebbero riusciti mai a fare. Peccato però che non si torna indietro, che non vedano gli effetti di ciò che hanno fatto, perché tante volte, quando si arriva a farsi del male perché si è incastrati in queste sfide e giochi maledetti, non si ha neanche la reale consapevolezza di ciò che si sta facendo e non si ragiona sulla morte e l’irreversibilità del gesto che si sta mettendo in atto. Si deve portare a termine ciò che si è iniziato, altrimenti agli occhi degli altri e di se stessi si passa per perdenti e per falliti.
Non è il suicidio di chi è consapevole di ciò che sta facendo e mette fine alle sofferenze della sua vita, non è un autolesionismo inteso come far del male intenzionale al proprio corpo perché non si hanno altri strumenti interni per gestire il dolore, la sofferenza, le emozioni negative e si esprime in maniera disadattiva il proprio disagio attraverso gli attacchi rivolti al corpo.

- Se andiamo ad analizzare questi giochi perversi, come il Blue Whale, sono spesso caratterizzati da azioni che sono moralmente discutibili, che li portano a prendere coraggio man mano che si va avanti nel gioco, per questo iniziano tutti con prove più semplici che richiedono un minore impegno psichico. Sono prove che li portano a sentirsi più forti e li spingono ad andare sempre più avanti e a non fermarsi. È come se prendessero fiducia in loro stessi, cambiano man mano il loro ruolo nella vita sociale che nella vita social diventa attivo. Si passa da una condizione di impotenza ad una di potenza, si sperimenta in maniera completamente disadattiva e patologica un senso di autoefficacia che va ad alimentare quel briciolo di autostima con cui vivevano quei ragazzi. Un ragazzo strutturato, con un buon rinforzo familiare e sociale, con un’adeguata autostima non arriva a partecipare a questi giochi, non ha bisogno di questi spazi per cercare se stesso e dimostrare chi è, non è così facilmente manipolabile e adescabile. Dobbiamo smettere di credere alla favola del lupo cattivo vestito da Cappuccetto Rosso di cui tutti possono rimanere vittime. Ci sono dei segnali, ci sono degli indicatori che sono più o meno evidenti ma che loro lanciano e che andrebbero saputi cogliere e soprattutto vedere.-


In questa fase di crescita, non si deve fare l’errore di sottovalutare quanto sia influente l’effetto del mostrare agli altri il proprio successo, dell’essere considerati, riconosciuti e appagati da qualcuno, come può essere un “master” o “curatore” dei un gioco che ti dice quanto sei bravo, che è orgoglioso di te e del tuo coraggio, forse quel bravo che è mancato un po’ troppo nella vita di questi ragazzi che cercano nella rete ciò che non hanno nella vita reale.

Fonte: adolescienza.it

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