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giovedì 25 giugno 2026

La potenza della noia

 LA POTENZA GENERATRICE DELLA NOIA

Viviamo in una cultura che sembra avere paura del vuoto.

Ogni attesa deve essere riempita.

Ogni silenzio deve essere interrotto.

Ogni momento libero e senza struttura deve trasformarsi in un’attività programmata.

Ogni segnale di noia e di ozio deve essere immediatamente risolto. Tamponato. Riempito.

E così, spesso senza rendercene conto, finiamo per offrire ai bambini e alle bambine una continua successione di stimoli, proposte, immagini, suoni, attività, azioni, schermi, corsi, esperienze organizzate.

Ma siamo sicuri che crescere significhi essere continuamente stimolati?

Lo sviluppo non nasce soltanto da ciò che entra. Nasce anche da ciò che ha il tempo di sedimentare.

Come la terra dopo la pioggia.

Come un seme che germoglia sotto la superficie senza che nessuno possa vederlo.

Molti dei processi più importanti della crescita sono invisibili.

Hanno bisogno di lentezza.

Hanno bisogno di pause.

Hanno bisogno di spazi vuoti.

Vuoti che il bambino e la bambina può abitare e trasformare con ciò che porta dentro di sé. In autonomia.

La noia, da questo punto di vista, non è un errore educativo.

È un’esperienza umana fondamentale. È quel momento in cui il bambino/a non trova immediatamente qualcosa che catturi la sua attenzione dall’esterno e, proprio per questo, può iniziare a rivolgere lo sguardo verso l’interno.

Può ascoltare il proprio corpo.

Può sentire ciò che desidera.

Può immaginare.

Può creare.

Può organizzarsi.

Può inventare.

Può scoprire che dentro di sé esiste un mondo.

Può sentire che ce la può fare.

Quando interveniamo troppo rapidamente per eliminare la noia e per riempire l’ozio rischiamo di trasmettere un messaggio implicito altro che funzionale: “Da solo non puoi trovare qualcosa che ti interessi. Devi dipendere da me”.

Ma i bambini e le bambine possiedono una straordinaria capacità di generare gioco, significati, simboli, storie e possibilità.

Hanno solo bisogno di tempo. Tempo per attraversare quel piccolo spazio di incertezza che precede la nascita di un’idea. Perché spesso la creatività non arriva subito.

Arriva dopo. Arriva proprio dopo quel momento in cui non succede apparentemente nulla.

È lì che una pozzanghera diventa un oceano.

Che un bastone diventa una bacchetta magica.

Che una coperta diventa una tana.

Che una scatola diventa una nave pronta a salpare.

Non servono oggetti straordinari.

Serve immaginazione. E l’immaginazione ha bisogno di spazio.

Quanto spazio lasciamo, ogni giorno, noi adulti a ciò?

Anche il sistema nervoso beneficia di questi momenti. La continua ricerca di stimoli esterni può rendere più difficile sviluppare la capacità di stare con sé stessi, di ascoltare le proprie sensazioni, di coltivare attenzione profonda e presenza. La noia offre invece un’occasione preziosa per rallentare.

Per sentire.

Per osservare.

Per sostare.

Per entrare in relazione con il mondo senza che qualcuno abbia già deciso cosa fare, come farlo e perché.

Per so-stare il vuoto senza il pieno di qualcun’altro.

Per imparare che ogni vuoto non deve essere colmato.

Ecco che il compito più funzionale dell’adulto è quello di fidarsi della noia.

Fidarsi del fatto che, oltre quella soglia che tanto ci preoccupa, esiste un territorio straordinariamente fertile. Un territorio in cui nascono il gioco, la creatività, l’autonomia, la capacità di iniziativa e il piacere della scoperta.

Perché la noia non è il contrario della vita. Molto spesso è il luogo da cui la vita ricomincia a fiorire.

E forse la fatica che proviamo davanti alla noia dei bambini e delle bambine parla anche della nostra. Della difficoltà di fermarci. Di ascoltarci. Di restare nel silenzio.

Perché prima ancora di educare i bambini ad abitare la noia, siamo noi adulti a poter riscoprire la sua straordinaria forza generativa.

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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giovedì 28 maggio 2026

Genitori presenti solo fisicamente

 GENITORI PRESENTI SOLO FISICAMENTE

I bambini e le bambine non cercano adulti perfetti. Non chiedono una presenza continua. Cercano qualcosa di molto più semplice ma per noi adulti molto più difficile. Un adulto che, ogni tanto, quando loro alzano gli occhi ci sia davvero.

 

“Essere un bambino, alzare gli occhi e vedere un genitore assente? È terrificante. Non è solo qualcuno che non c’è, è essere totalmente dipendente da questo essere umano e nessuno è casa/rifugio.”

Diane Poole Heller

Questa frase apre una riflessione che va oltre la presenza fisica e corporea.

Perché l’assenza non sempre è distanza corporea. A volte è uno sguardo pensante che non incontra.

Un adulto che c’è con il corpo … ma non è disponibile emotivamente.

Un adulto che occupa lo spazio con il corpo ma non abita la relazione con il pensiero e la presenza emotiva.

C’è fisicamente ma non c’è con la mente.

E su questa assenza è fondamentale “porci in ricerca”. Di cosa siamo specchio per i bambini e le bambine?

Perché loro non imparano da ciò che diciamo. Imparano dal clima emotivo che respiriamo.

Dalla qualità della nostra presenza. Dal modo in cui attraversiamo il disagio, il conflitto, l’attesa, i confini, le relazioni.

Siamo specchio del rapporto che abbiamo con la noia.

Se ogni vuoto ci spaventa…se riempiamo ogni attesa con uno schermo, una proposta, una distrazione…il bambino/a non impara ad abitare il vuoto.

Impara che fermarsi è pericoloso. Che il silenzio va riempito perché “minaccioso”. Che il proprio sentire va anestetizzato.

Ma la noia è uno spazio fertile dove il corpo rallenta, il cervello integra, il desiderio emerge, il gioco nasce. L’apprendimento mette basi.

Siamo specchio del rapporto che abbiamo con la dis-regolazione emotiva.

Spesso pensiamo che le bambine e i bambini imparino soprattutto da come ci relazioniamo con loro. Ma osservano anche - e profondamente - come noi adulti stiamo nelle relazioni tra adulti.

Come ci parliamo.

Come litighiamo.

Come e se chiediamo scusa.

Come affrontiamo la frustrazione.

Come mettiamo confini.

Come ripariamo.

Osservano se davanti al conflitto urliamo, manipoliamo, ci chiudiamo nel silenzio punitivo o svalutiamo l’altro.

Osservano se il conflitto rompe o può essere attraversato. Se le emozioni possono essere accolte o devono essere negate.

Siamo specchio del rapporto che abbiamo con il potere.

I bambini e le bambine osservano continuamente come noi adulti abitiamo il potere nelle relazioni.

Non solo con loro.

Osservano come parliamo e comunichiamo al partner. Ai familiari.

Osservano le nostre risposte corporee: se d’attacco o se di fuga.

Osservano come gestiamo il dissenso. Se persuadiamo, imponiamo, ricattiamo, cediamo sempre… o costruiamo dialogo.

Osservano i nostri silenzi, dentro i quali spesso si nascondono dinamiche di potere sottili. Il silenzio usato per punire o come ricatto emotivo.

Il senso di colpa o vittimismo per ottenere vicinanza.

Il sarcasmo o la lamentela costante per avere ragione.

L’affetto e l’approvazione quando l’altro si conforma.

Siamo specchio del rapporto che abbiamo con la tecnologia.

Osserva se il nostro viso e sguardo si illumina più per uno schermo che per il suo racconto.

Se interrompiamo la presenza mentale e il contatto per connettersi a notifiche e scroll.

Se usiamo la tecnologia per chiudere nostri buchi di noia.

Se “fuggiamo” con l’immersione nei dispositivi.

E allora dove siamo quando siamo con i bambini?

Dove abita il nostro sguardo?

Dove corre il nostro pensiero?

Cosa stiamo tentando di non sentire?

Cosa riempiamo continuamente per non incontrare il vuoto?

Quali conflitti stiamo evitando?

Quali emozioni stiamo chiedendo ai bambini e alle bambine di non mostrarci perché sono difficili da sostenere dentro di noi?

Perché i bambini e le bambine non cercano adulti perfetti. Non chiedono una presenza continua.

Cercano qualcosa di molto più semplice ma per noi adulti molto più difficile. Un adulto che, ogni tanto, quando loro alzano gli occhi ci sia davvero.

Con il corpo.

Con il cuore.

Con il pensiero e la mente.

Con il coraggio di guardarsi dentro.

Perché una delle forme più profonde di cura non è imparare ad essere sempre presenti. Ma accorgerci, con compassione e coraggio, di tutte le volte in cui siamo assenti - falsamente presenti - senza rendercene conto.

Per tornare ad esserci.

 

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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mercoledì 25 marzo 2026

Guardami

 GUARDAMI

Spesso i bambini e le bambine hanno bisogno che qualcuno si fermi davvero a guardarli.

E forse, se potessero parlare con la voce più profonda del loro cuore, ci direbbero questo.

Se mi gridi,

il mio cuore trema di paura.

Se mi comandi,

la mia voce si spegne.

Se mi ignori,

la mia anima si perde.

Sono piccolo/a,

ma sento tutto.

Se mi guardi con occhi teneri,

il mio cuore si illumina.

Se mi ascolti con il cuore,

imparo a fidarmi.

Se mi lasci esplorare,

scopro chi sono.

Anche cadendo.

Sono un bambino/a,

ho bisogno di tempo,

di spazio,

di mani che accolgano senza stringere troppo,

di occhi che vedano senza giudicare o umiliare,

di parole che costruiscono e scaldano senza ferire.

E se qualche volta sbagli - perché anche gli adulti sbagliano - non allontanarti da me.

Non umiliarmi.

Avvicinati.

Guardami negli occhi.

Toccami.

E dimmi: “Scusa.”

Così il mio cuore imparerà

che gli errori possono essere riparati

e che l’amore non si rompe

quando attraversa la verità.

Se mi ami con rispetto,

imparerò ad amare il mondo.

Guardami,

accompagnami,

amami.

Senza condizioni.

Sono solo un bambino.

Sono solo una bambina.

La relazione non ha bisogno di adulti perfetti, ma di adulti capaci di riparare.

 

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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mercoledì 4 febbraio 2026

Infanzia tempo sacro

 INFANZIA: TEMPO SACRO!

Educare è accogliere, accompagnare, lasciare provare e sperimentare, tirare fuori, tempo, fiducia.

Educare è accogliere l’unicità di ogni neonato, bambino e bambina, creando uno spazio abitato reale e coerente, in cui ciascuno possa germogliare nel rispetto dei suoi semi d’anima: bisogni, tempi, emozioni, ricerca, autonomie, gioco, corpo e sensi.

È accompagnare senza dirigere autoritariamente, osservare con cura senza invadere e senza giudizio, essere presenza senza né occupare tutto lo spazio né essere disconnesso dal sentire del presente - quando la mente rimugina nel passato o pianifica il futuro.

Educare è lasciare provare e sperimentare. Lasciare che il bambino e la bambina giochino spontaneamente, esplorino, scagliano, cadano, e ritentino.

Lasciare che conoscano i propri limiti non perché qualcuno glieli impone, ma perché li incontra, li attraversa, li vive, li integra nel corpo e nell’esperienza.

Osservare: “Lasciami da solo qualche volta mentre gioco, e osservami dalla giusta distanza.” In queste parole vive un’esperienza profonda:  la possibilità di essere visti ma senza essere controllati, diretti, sostituiti, annullati, forzati. Bensì sostenuti nella fiducia.

Educare, dal latino educere, significa “trarre fuori”, “guidare verso”. Non significa riempire, plasmare, addomesticare, addestrare e correggere continuamente.

Come ci ricorda Maria Montessori, “il bambino non è un vaso da riempire, ma una sorgente da lasciar sgorgare”. 

Una sorgente che ha bisogno di tempo, fiducia e rispetto per poter emergere.

Educare è anche saper fare un passo indietro.

Non intervenire sempre nei conflitti, non risolvere ogni difficoltà ed emozione, non fornire risposte immediate a ogni domanda - fredde, prestazionali, che sono solo misura della “potenza” intellettiva dell’adulto. 

Perché un bambino e una bambina a cui vengono sempre date risposte preconfezionate e immediate, senza sperimentarsi e ricercare insieme, impara presto a dubitare di sé.

Non abita quelle esperienze essenziali per costruire fiducia nelle proprie risorse, per sentire profondamente “ce la posso fare”.

Prima di educare è necessario credere nella forza vitale del bambino.

Per farlo, l’adulto è chiamato a un lavoro profondo e spesso scomodo: guardare alla propria storia educativa, riconoscere le tracce ricevute, distinguere ciò che appartiene al proprio passato da ciò che è autenticamente del bambino o bambina accanto. 

Solo così può evitare di proiettare aspettative, paure e bisogni irrisolti, lasciando spazio all’altro per essere davvero sé stesso.

Custodire l’infanzia come tempo sacro significa camminare accanto, osservando con cura, accogliendo senza condizioni e mediare quando necessario.

Educare non è riparare o aggiustare. È avere fiducia nella vita che già c’è. Lì davanti a noi!

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

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giovedì 29 gennaio 2026

Stai imparando a volare

                                             Stai imparando a volare

Insegna a tuo figlio che può fallire.

E che dietro quel fallimento, se lo si guarda bene,

c’è una grande possibilità di crescita.

Non fargli temere l’errore,

non dipingergli il successo come l’unico traguardo.

Mostragli che cadere è parte del cammino,

che ogni inciampo ha qualcosa da insegnare,

e che rialzarsi è un atto di coraggio immenso.

 

Digli che fallire non lo definisce,

che i suoi sogni non si spezzano con una sconfitta,

ma si piegano solo un po’,

come un ramo che sa trovare nuova forza per fiorire.

Insegnagli che i più grandi successi nascono spesso

dalle ceneri di ciò che non è andato come previsto.

 

Fagli vedere che dietro ogni fallimento

c’è una porta aperta,

che a volte il vento spegne una candela

ma accende un fuoco più grande.

Mostragli che il valore non sta nell’essere perfetti,

ma nell’essere autentici,

nel non smettere mai di provare,

nel credere ancora, nonostante tutto.

 

Insegna a tuo figlio che le cicatrici parlano,

che ogni errore è un maestro

e ogni caduta è un passo verso la saggezza.

E digli, con dolcezza, che il fallimento

è solo un altro modo per dire:

“Sto imparando a volare”.

 

Marika Campeti

 

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mercoledì 21 gennaio 2026

Il potere di uno sguardo

 Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

IL POTERE DI UNO SGUARDO

Gli adolescenti ricercano tempo, occhi, sguardi. richiedono No, richiedono solitudine, richiedono attenzioni; richiedono scontro, richiedono pace, richiedono sguardi.

I lunghi capelli scuri si muovono veloci e come fruste impetuose dividono l'aria mentre oscillano. Gli occhi neri seguono la palla che sbatte contro il pavimento rimbalzando senza controllo. I piedi scattano veloci.

Quando arriva davanti al mio posto mi sorride e le guance si avvampano.

Lancia la palla e questa danza sul bordo del canestro ondeggiando per poi ricadere a terra senza mai sfiorare la rete.

Ripete l'esercizio una, due, cinque volte.

Ogni volta in cui la palla non entra nel canestro sbatte le braccia contro il corpo insoddisfatta.

Anche se l'esercizio non lo prevede lei si ferma, immobile. Osserva la rete ondeggiare mentre gli altri bambini riescono a trapassarla con i loro lanci.

Lei si allontana dal canestro basso e si dirige verso quello alto, destinato ai ragazzi più alti. Osserva, mira, lancia...la palla non danza questa volta, cade all'interno e rimbalza sul pavimento mentre lei esulta. Si gira verso di me, gli occhi spalancati cercano il mio sguardo per verificare se avessero visto la scena. Si incrociano i nostri sguardi e lei ride, ride come se avesse appena vinto la partita delle partite.

Poco prima eravamo sedute al tavolino di un bar; le piace quando ci possiamo dedicare del tempo da trascorrere assieme. Per una volta il pomeriggio è stato clemente e dopo i compiti e i vari impegni ci siamo potute dedicare la tranquillità di una passeggiata prima dell'allenamento, di un dolcetto e di una chiacchierata. Le piace quando questo accade e detto fra noi, piace tanto anche a me.

Il cameriere ci porte il nostro cornetto al cioccolato.

Il tempo alle volte sfugge...troppo in fretta.

Oggi invece ci è amico. Nel pomeriggio abbiamo raccontato la triste storia di Medusa, di Arianna... Ci siamo arrampicate sullo scoglio per vedere le peripezie del povero Prometeo e del suo coraggio. Ci siamo raccontate quanto conta una narrazione, l'immaginazione. Epica è diventata il nostro momento per raccontarci di mostri spaventosi come il Minotauro, del coraggio, della violenza e delle passioni umane che creano leggende e miti.

Il nostro tempo...

La fragilità, la curiosità, ed alle volte l'impertinenza proprie dell'adolescenza sono diventate nostre compagne di pomeriggi e notti.

Oggi però lei ha un tempo tutto suo, degli occhi tutti per sé.

La ricerca della sua identità richiede lavoro costante per lei, spesso si chiude, ricerca il suo spazio. Ed è giusto che sia così, sta creando il suo posto nel mondo ed ogni parola, canestro, compito, idea riempie l'orma che lascia ad ogni suo passo.

Le piace quando un adulto osserva le sue orme, ascolta le sue domande, segue i movimenti delle braccia che si protendono verso il canestro.

Tempo...tempo prezioso.

Gli adolescenti ricercano tempo, occhi, sguardi. richiedono No, richiedono solitudine, richiedono attenzioni; richiedono scontro, richiedono pace.

Tempo di gioco, di studio, tempo di dolcezza e litigi.

Questa è l'adolescenza; necessità di adulti seduti sugli spalti, errori, riuscite, ricerca e gioco.

Oggi l'adolescenza mi ha insegnato il potere di uno sguardo.

Seduta sulla panca di legno, imparo.

Lei intanto segna di nuovo e...cresce.


Dott.ssa Pittari Chiara

(Pedagogista, Educatrice presso la Casa Famiglia Murialdo)

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Mercoledì prossimo  si rinnoverà l’appuntamento con

‘Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati’

 

Cos’è la rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

Da un po’ di tempo la mente di noi educatori è talmente colma di pensieri e riflessioni che spesso straripa . Lo scrivere è diventato per noi salvataggio indelebile, la messa al sicuro dei momenti della vita che trascorriamo con in nostri ragazzi.

Noi educatori spesso la notte scriviamo pagine di una vita vissuta fra le mura condivise con degli sconosciuti che a tratti riescono a sentirsi parte di una casa, parte di una famiglia

mercoledì 15 ottobre 2025

Vita da educatrice

Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

VITA DA EDUCATRICE

La vita da educatrice è fatta di momenti: gravi, pensanti... profondi. Le parole di una lettera però accarezzano la casa e speriamo raggiungano chi crede in questo lavoro perché questo è esattamente il senso più nobile e profondo delle diciture  "comunità" e " casa famiglia".

<<Anche io la penso così, nessuno si merita di stare in una casafamiglia, tutte noi ragazze con delle storie dietro meritiamo la libertà ma soprattutto la felicità.>>

La mia giornata è un insieme di momenti.

La mattina è iniziata con una ragazza seduta su un divano con le braccia conserte e lo sguardo fisso nel vuoto. Durante un incontro l'adulto più sbagliato che potesse capitarle racconta di quanto e come sia una figlia sbagliata. <<Non ha rispetto, non abbraccia, non dice "Grazie">>.

L'adulto parla, parla e parla di "Questa". Lei prende il telefono messaggia, gira vorticosamente il dito fra i capelli, accarezza i capelli della sorella, resiste a quella raffica di parole, a quella raffica di "Questa", a quella raffica di cose che lei "suo malgrado" non è o non fa.

L'adulto non sa che la ragazza, che un tempo avrebbe dato di matto a questa valanga di parole si sta calmando da sola, sta incassando con grande competenza tutti quei colpi. L'adulto non nota la sua capacità di autoregolarsi, l'adulto non nota minimamente lo sguardo che si colpevolizza, che si accende, che si scarica di tutta la tensione di ricordi lontani... Non comprende lo sforzo figuriamoci il valore di quanto stia accadendo.

L'adulto non nota quanto sia cambiata, non nota quanto quella ragazza sia diventata matura nel tempo perché le cose serie e importanti sono altre (a suo dire). Il guaio è questo...spesso gli adulti non notano e cosa peggiore, anche quando glielo si fa notare continuano ancora più fissati nella loro lamentazione.

A sera l'acqua bolle, le pasta naviga nella pentola e la ciotola l'attende con tutto il suo condimento, pronto per la giornata in piscina del domani. Lei entra in cucina, osserva il tutto. Mi accarezza i capelli e dice:" Grazie". Grazie per cosa? Le dico io.

<<Grazie per esserti ricordata che mi piace... grazie per aver pensato a me.>>

La ragazza dei "NON" di stamattina non la vedo. La osservo andare via dalla cucina, un po' ricurva. Quanto peso porta su quelle spalle. Vorrei che il mondo vedesse, per una volta,  come sono davvero le persone dei "Non". Quelle che non dicono, non mostrano... Quelle irrecuperabili. Quanto vale quel "Grazie"? E quanto cambiamento sottende quella parola?

La meraviglia delle cose sta nel capire che il mondo cambia a partire dalle piccole cose...

Perché noi grandi questo non riusciamo sempre a capirlo?!

Mentre la casa spegne le sue luci, osservo i pensierini sul tavolo degli educatori. C'è una manina disegnata su un tovagliolo, il braccialino che mi è stato consegnato e una lettera.

La più piccina della casa stasera dopo essere tornata da una nuova avventura della sua vita mi dice: << Ho paura di spezzarti il cuore>>

E io colpita le chiedo il perché.

<<Ho paura di spezzarti il cuore perché mi sa che voglio bene anche ad altre persone.>> Io la osservo e penso che la bimba, lo scricciolo mi sta crescendo davanti agli occhi.

<< Non puoi spezzarlo, perché è talmente pieno di bene per te che non si può spezzare anzi... Se vuoi bene anche ad altre persone è ancora più pieno d'amore, perché vuol dire che tu sei amata e cosa più bella che ami anche tu. L'amore anzi la vita è così è fatta di tante cose, di tante persone, ecco perché è così bella perché è colorata di sentimenti.>>

Lei intercetta il mio sguardo e grida:

<< Oh meno male!!! Allora è bellissimo voler bene! Mi piace la vita così!>>.

Improvvisa una buffa danza; saltella sul posto mentre muove le mani nell'aria e ride... Ride come se non ci fosse un domani, ride spensierata.

L'ennesimo ricordo si fa posto nel mio archivio dei ricordi. Lo sento farsi posto fra tutti i fotogrammi della mia memoria, lo sento trovare il suo posto perché un senso di calore mi avvampa.

Una lettera segna l'ultimo tempo della giornata... Quella frase. Quanto maledettamente è vera quella frase << nessuno si merita di stare in una casafamiglia, tutte noi ragazze con delle storie dietro meritiamo la libertà ma soprattutto la felicità.>>

Quella lettera, quelle parole stasera non sono dedicate solo a me, sono dedicate alla vita che è stata così maledettamente ingiusta con loro che nonostante tutto hanno ancora il coraggio di dire "Grazie", di parlare d'amore, di fare sentire un educatore indegno a casa. Hanno il coraggio di essere grate per una carezza, o un risveglio. Hanno il timore di ferirti con i loro sentimenti... Loro, loro hanno paura di ferire me...

Quelle parole sul bisogno di felicità sembrano pesare come macigni su questo tavolo.

Eppure dormono leggere, e forse sognano.

La mia vita da educatrice è fatta di momenti: Gravi, pensanti... Profondi.

L'ultimo momento della mia giornata lo ritrovo nella parte finale della lettera, la parte scritta da chi è cresciuta con gli orrori di mani terribili, di parole spregevoli.

<<Mi avete fatto capire che nella vita non ci sono solo momenti brutti, ma anche momenti belli ed è per questo che ho bisogno di voi. Vi vogliamo bene >>

Le parole della lettera accarezzano la casa e spero raggiungano anche i miei colleghi di qualsivoglia comunità, raggiungano chi crede in questo lavoro perché questo è esattamente il senso più nobile e profondo delle diciture  "comunità" e " casa famiglia".

Stasera questa casa respira piano, o forse si nutre di ogni singola boccata d'aria.

I momenti della casa famiglia: una lettera, un tovagliolo, un "Grazie". Il respiro della casa è lento e sembra quasi volerle accarezzare nel sonno e spero tanto che lo faccia davvero perché ne hanno un bisogno immenso, perché lo meritano...lo meritano immensamente. 

Dott.ssa Pittari Chiara

(Pedagogista, Educatrice presso la Casa Famiglia Murialdo)

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Da un po’ di tempo la mente di noi educatori è talmente colma di pensieri e riflessioni che spesso straripa . Lo scrivere è diventato per noi salvataggio indelebile, la messa al sicuro dei momenti della vita che trascorriamo con in nostri ragazzi.

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