STESSI GENITORI.
FIGLI PROFONDAMENTE DIVERSI
Ogni bambino e ogni
bambina porta un proprio temperamento, una propria sensibilità, differenti
soglie di risposta agli stimoli e un modo personale di entrare in relazione con
ciò che accade attorno a sé. Due figli non fanno necessariamente la stessa
esperienza educativa soltanto perché crescono nella stessa famiglia.
«Eppure siamo sempre noi. Li abbiamo cresciuti allo stesso modo. Come
possono essere così diversi?»
È una riflessione che ritorna spesso nei racconti dei genitori.
Un figlio sembra attraversare facilmente i cambiamenti, l’altro ha
bisogno di molto più tempo.
Uno ricerca continuamente vicinanza e presenza, l’altro sembra
desiderare soprattutto ascolto e autonomia.
Uno osserva prima di entrare nelle situazioni, l’altro si immerge
immediatamente.
Uno protesta, si oppone, rende visibile ciò che non gli sta bene;
l’altro trattiene, si ritira, rimane in silenzio.
Uno riesce ad attraversare l’errore senza sentirsi messo profondamente
in discussione; l’altro può viverlo con timore, come qualcosa da evitare o da
nascondere.
E quando le differenze diventano così evidenti, nei genitori può
insinuarsi una domanda difficile: “Dove abbiamo sbagliato?”.
Ma due figli non fanno necessariamente la stessa esperienza educativa
soltanto perché crescono nella stessa famiglia.
Ogni bambino e ogni bambina porta un proprio temperamento, una propria
sensibilità, differenti soglie di risposta agli stimoli e un modo personale di
entrare in relazione con ciò che accade attorno a sé.
Lo osserviamo fin dai primissimi anni.
Ci sono bambini e bambine che hanno bisogno di osservare a lungo prima
di avvicinarsi a qualcosa di nuovo e altri che esplorano immediatamente.
Bambini per i quali una variazione nei rituali quotidiani passa quasi
inosservata e altri che hanno bisogno di maggiore prevedibilità e stabilità.
Bambini che vivono intensamente rumori, confusione, attese,
separazioni, frustrazioni e altri che attraversano gli stessi stimoli con
intensità differenti.
Anche davanti alla stessa esperienza, quindi, non tutti sentono la
stessa cosa, non attribuiscono lo stesso significato a ciò che accade e non
possiedono, in quel momento, le stesse risorse per attraversarlo.
E tutto questo entra inevitabilmente anche nella relazione con noi.
Perché educare è una danza.
Il temperamento del bambino incontra quello dell’adulto.
La sua sensibilità incontra la nostra.
Il suo modo di chiedere vicinanza incontra il nostro modo di offrirla.
La sua intensità può incontrare la nostra capacità di sostenerla.
La sua prudenza può incontrare la nostra fretta.
Il suo bisogno di autonomia può incontrare la nostra difficoltà nel
lasciare spazio.
Così, senza che ce ne accorgiamo, ogni figlio può far emergere parti
differenti di noi.
Con uno possiamo sentirci particolarmente competenti e al sicuro. Con
l’altro più facilmente affaticati, preoccupati o messi alla prova. Con uno
molte risposte educative sembrano arrivare spontaneamente; con l’altro possiamo
ritrovarci continuamente a cercare, provare, modificare, ricominciare.
E c’è un altro elemento che ritengo importante sottolineare. I
genitori possono essere gli stessi, ma non sono immobili nel tempo.
Il primo figlio incontra adulti in un determinato momento della loro
storia di vita.
Il secondo può incontrarli qualche anno dopo, quando sono cambiate
esperienze, sicurezze, paure, condizioni lavorative, equilibri familiari,
disponibilità emotive, convinzioni educative.
Anche la famiglia, mentre cresce, si trasforma. È quindi impossibile
costruire la stessa relazione con figli e figlie.
E, soprattutto, non è necessario farlo.
Equità educativa non significa dare a tutti la stessa cosa. Significa
mantenere saldi alcuni riferimenti - cura, rispetto, confini, presenza,
responsabilità - sapendo però modulare il nostro accompagnamento.
Un bambino può avere bisogno di più tempo al mattino, mentre l’altro
può averne bisogno nel ricongiungimento pomeridiano.
Uno può aver bisogno di maggiori possibilità di movimento; un altro di
una presenza adulta più vicina.
Uno può aver bisogno di sentire che l’adulto interviene; un altro che
l’adulto sa aspettare.
Una bambina può aver bisogno di essere accompagnata gradualmente verso
il nuovo; un’altra di confini particolarmente chiari dentro cui poter esprimere
la propria iniziativa.
Differenziare significa riconoscere. E significa anche rinunciare al
confronto continuo:
«Tuo fratello alla tua età…»
«Tua sorella non ha mai fatto così…»
«Perché non sei sereno come lui?»
«Lei è sempre stata quella difficile.»
Attenzione, perché le parole ripetute nel tempo possono diventare
ruoli.
Quello responsabile.
Quella gelosa.
Quello tranquillo.
Quella difficile.
Quello sensibile.
Quella timida.
Quello “spocchioso”.
Quando un bambino viene continuamente raccontato attraverso la stessa
caratteristica, rischiamo di iniziare a guardarlo soltanto attraverso quella lente.
E quella lente può impedirci di accorgerci delle sue sfumature, delle fragilità
che non mostra, delle competenze che stanno emergendo e, soprattutto, delle sue
trasformazioni.
Anche garantire un tempo individuale genitoriale con ciascun figlio
può diventare allora un gesto educativo prezioso. Non necessariamente un tempo
straordinario, organizzato o riempito di attività.
Può essere un tempo semplice, ma riconoscibile, nel quale ciascuno
possa sperimentare per qualche momento di non dover contendersi lo sguardo
dell’adulto, adattarsi ai tempi del fratello o della sorella, occupare il ruolo
che abitualmente assume dentro la famiglia.
Un tempo nel quale poter essere incontrato senza confronto.
Perché essere gli stessi genitori non significa essere genitori
identici. Significa poter offrire a ciascun figlio la possibilità di sentirsi
visto, riconosciuto e accompagnato per ciò che è, senza chiedergli di
assomigliare a chi gli cresce accanto e senza lasciare che i bisogni dell’uno
finiscano per definire continuamente anche i tempi e gli spazi dell’altro.
Perché crescere insieme significa inevitabilmente condividere
moltissimo. Ma ogni bambino ha bisogno, anche, di sperimentare che lo sguardo,
la presenza e il tempo dell’adulto possono essere soltanto per lui/lei.
Non sempre un tempo con-diviso. Anche un tempo nel quale sentirsi,
semplicemente, visto nella propria unicità.
Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi
Fonte: L’Atelier della Pedagogista
Paidòs
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