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giovedì 25 giugno 2026

La potenza della noia

 LA POTENZA GENERATRICE DELLA NOIA

Viviamo in una cultura che sembra avere paura del vuoto.

Ogni attesa deve essere riempita.

Ogni silenzio deve essere interrotto.

Ogni momento libero e senza struttura deve trasformarsi in un’attività programmata.

Ogni segnale di noia e di ozio deve essere immediatamente risolto. Tamponato. Riempito.

E così, spesso senza rendercene conto, finiamo per offrire ai bambini e alle bambine una continua successione di stimoli, proposte, immagini, suoni, attività, azioni, schermi, corsi, esperienze organizzate.

Ma siamo sicuri che crescere significhi essere continuamente stimolati?

Lo sviluppo non nasce soltanto da ciò che entra. Nasce anche da ciò che ha il tempo di sedimentare.

Come la terra dopo la pioggia.

Come un seme che germoglia sotto la superficie senza che nessuno possa vederlo.

Molti dei processi più importanti della crescita sono invisibili.

Hanno bisogno di lentezza.

Hanno bisogno di pause.

Hanno bisogno di spazi vuoti.

Vuoti che il bambino e la bambina può abitare e trasformare con ciò che porta dentro di sé. In autonomia.

La noia, da questo punto di vista, non è un errore educativo.

È un’esperienza umana fondamentale. È quel momento in cui il bambino/a non trova immediatamente qualcosa che catturi la sua attenzione dall’esterno e, proprio per questo, può iniziare a rivolgere lo sguardo verso l’interno.

Può ascoltare il proprio corpo.

Può sentire ciò che desidera.

Può immaginare.

Può creare.

Può organizzarsi.

Può inventare.

Può scoprire che dentro di sé esiste un mondo.

Può sentire che ce la può fare.

Quando interveniamo troppo rapidamente per eliminare la noia e per riempire l’ozio rischiamo di trasmettere un messaggio implicito altro che funzionale: “Da solo non puoi trovare qualcosa che ti interessi. Devi dipendere da me”.

Ma i bambini e le bambine possiedono una straordinaria capacità di generare gioco, significati, simboli, storie e possibilità.

Hanno solo bisogno di tempo. Tempo per attraversare quel piccolo spazio di incertezza che precede la nascita di un’idea. Perché spesso la creatività non arriva subito.

Arriva dopo. Arriva proprio dopo quel momento in cui non succede apparentemente nulla.

È lì che una pozzanghera diventa un oceano.

Che un bastone diventa una bacchetta magica.

Che una coperta diventa una tana.

Che una scatola diventa una nave pronta a salpare.

Non servono oggetti straordinari.

Serve immaginazione. E l’immaginazione ha bisogno di spazio.

Quanto spazio lasciamo, ogni giorno, noi adulti a ciò?

Anche il sistema nervoso beneficia di questi momenti. La continua ricerca di stimoli esterni può rendere più difficile sviluppare la capacità di stare con sé stessi, di ascoltare le proprie sensazioni, di coltivare attenzione profonda e presenza. La noia offre invece un’occasione preziosa per rallentare.

Per sentire.

Per osservare.

Per sostare.

Per entrare in relazione con il mondo senza che qualcuno abbia già deciso cosa fare, come farlo e perché.

Per so-stare il vuoto senza il pieno di qualcun’altro.

Per imparare che ogni vuoto non deve essere colmato.

Ecco che il compito più funzionale dell’adulto è quello di fidarsi della noia.

Fidarsi del fatto che, oltre quella soglia che tanto ci preoccupa, esiste un territorio straordinariamente fertile. Un territorio in cui nascono il gioco, la creatività, l’autonomia, la capacità di iniziativa e il piacere della scoperta.

Perché la noia non è il contrario della vita. Molto spesso è il luogo da cui la vita ricomincia a fiorire.

E forse la fatica che proviamo davanti alla noia dei bambini e delle bambine parla anche della nostra. Della difficoltà di fermarci. Di ascoltarci. Di restare nel silenzio.

Perché prima ancora di educare i bambini ad abitare la noia, siamo noi adulti a poter riscoprire la sua straordinaria forza generativa.

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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mercoledì 4 febbraio 2026

Infanzia tempo sacro

 INFANZIA: TEMPO SACRO!

Educare è accogliere, accompagnare, lasciare provare e sperimentare, tirare fuori, tempo, fiducia.

Educare è accogliere l’unicità di ogni neonato, bambino e bambina, creando uno spazio abitato reale e coerente, in cui ciascuno possa germogliare nel rispetto dei suoi semi d’anima: bisogni, tempi, emozioni, ricerca, autonomie, gioco, corpo e sensi.

È accompagnare senza dirigere autoritariamente, osservare con cura senza invadere e senza giudizio, essere presenza senza né occupare tutto lo spazio né essere disconnesso dal sentire del presente - quando la mente rimugina nel passato o pianifica il futuro.

Educare è lasciare provare e sperimentare. Lasciare che il bambino e la bambina giochino spontaneamente, esplorino, scagliano, cadano, e ritentino.

Lasciare che conoscano i propri limiti non perché qualcuno glieli impone, ma perché li incontra, li attraversa, li vive, li integra nel corpo e nell’esperienza.

Osservare: “Lasciami da solo qualche volta mentre gioco, e osservami dalla giusta distanza.” In queste parole vive un’esperienza profonda:  la possibilità di essere visti ma senza essere controllati, diretti, sostituiti, annullati, forzati. Bensì sostenuti nella fiducia.

Educare, dal latino educere, significa “trarre fuori”, “guidare verso”. Non significa riempire, plasmare, addomesticare, addestrare e correggere continuamente.

Come ci ricorda Maria Montessori, “il bambino non è un vaso da riempire, ma una sorgente da lasciar sgorgare”. 

Una sorgente che ha bisogno di tempo, fiducia e rispetto per poter emergere.

Educare è anche saper fare un passo indietro.

Non intervenire sempre nei conflitti, non risolvere ogni difficoltà ed emozione, non fornire risposte immediate a ogni domanda - fredde, prestazionali, che sono solo misura della “potenza” intellettiva dell’adulto. 

Perché un bambino e una bambina a cui vengono sempre date risposte preconfezionate e immediate, senza sperimentarsi e ricercare insieme, impara presto a dubitare di sé.

Non abita quelle esperienze essenziali per costruire fiducia nelle proprie risorse, per sentire profondamente “ce la posso fare”.

Prima di educare è necessario credere nella forza vitale del bambino.

Per farlo, l’adulto è chiamato a un lavoro profondo e spesso scomodo: guardare alla propria storia educativa, riconoscere le tracce ricevute, distinguere ciò che appartiene al proprio passato da ciò che è autenticamente del bambino o bambina accanto. 

Solo così può evitare di proiettare aspettative, paure e bisogni irrisolti, lasciando spazio all’altro per essere davvero sé stesso.

Custodire l’infanzia come tempo sacro significa camminare accanto, osservando con cura, accogliendo senza condizioni e mediare quando necessario.

Educare non è riparare o aggiustare. È avere fiducia nella vita che già c’è. Lì davanti a noi!

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

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giovedì 29 gennaio 2026

Stai imparando a volare

                                             Stai imparando a volare

Insegna a tuo figlio che può fallire.

E che dietro quel fallimento, se lo si guarda bene,

c’è una grande possibilità di crescita.

Non fargli temere l’errore,

non dipingergli il successo come l’unico traguardo.

Mostragli che cadere è parte del cammino,

che ogni inciampo ha qualcosa da insegnare,

e che rialzarsi è un atto di coraggio immenso.

 

Digli che fallire non lo definisce,

che i suoi sogni non si spezzano con una sconfitta,

ma si piegano solo un po’,

come un ramo che sa trovare nuova forza per fiorire.

Insegnagli che i più grandi successi nascono spesso

dalle ceneri di ciò che non è andato come previsto.

 

Fagli vedere che dietro ogni fallimento

c’è una porta aperta,

che a volte il vento spegne una candela

ma accende un fuoco più grande.

Mostragli che il valore non sta nell’essere perfetti,

ma nell’essere autentici,

nel non smettere mai di provare,

nel credere ancora, nonostante tutto.

 

Insegna a tuo figlio che le cicatrici parlano,

che ogni errore è un maestro

e ogni caduta è un passo verso la saggezza.

E digli, con dolcezza, che il fallimento

è solo un altro modo per dire:

“Sto imparando a volare”.

 

Marika Campeti

 

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mercoledì 21 gennaio 2026

Il potere di uno sguardo

 Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

IL POTERE DI UNO SGUARDO

Gli adolescenti ricercano tempo, occhi, sguardi. richiedono No, richiedono solitudine, richiedono attenzioni; richiedono scontro, richiedono pace, richiedono sguardi.

I lunghi capelli scuri si muovono veloci e come fruste impetuose dividono l'aria mentre oscillano. Gli occhi neri seguono la palla che sbatte contro il pavimento rimbalzando senza controllo. I piedi scattano veloci.

Quando arriva davanti al mio posto mi sorride e le guance si avvampano.

Lancia la palla e questa danza sul bordo del canestro ondeggiando per poi ricadere a terra senza mai sfiorare la rete.

Ripete l'esercizio una, due, cinque volte.

Ogni volta in cui la palla non entra nel canestro sbatte le braccia contro il corpo insoddisfatta.

Anche se l'esercizio non lo prevede lei si ferma, immobile. Osserva la rete ondeggiare mentre gli altri bambini riescono a trapassarla con i loro lanci.

Lei si allontana dal canestro basso e si dirige verso quello alto, destinato ai ragazzi più alti. Osserva, mira, lancia...la palla non danza questa volta, cade all'interno e rimbalza sul pavimento mentre lei esulta. Si gira verso di me, gli occhi spalancati cercano il mio sguardo per verificare se avessero visto la scena. Si incrociano i nostri sguardi e lei ride, ride come se avesse appena vinto la partita delle partite.

Poco prima eravamo sedute al tavolino di un bar; le piace quando ci possiamo dedicare del tempo da trascorrere assieme. Per una volta il pomeriggio è stato clemente e dopo i compiti e i vari impegni ci siamo potute dedicare la tranquillità di una passeggiata prima dell'allenamento, di un dolcetto e di una chiacchierata. Le piace quando questo accade e detto fra noi, piace tanto anche a me.

Il cameriere ci porte il nostro cornetto al cioccolato.

Il tempo alle volte sfugge...troppo in fretta.

Oggi invece ci è amico. Nel pomeriggio abbiamo raccontato la triste storia di Medusa, di Arianna... Ci siamo arrampicate sullo scoglio per vedere le peripezie del povero Prometeo e del suo coraggio. Ci siamo raccontate quanto conta una narrazione, l'immaginazione. Epica è diventata il nostro momento per raccontarci di mostri spaventosi come il Minotauro, del coraggio, della violenza e delle passioni umane che creano leggende e miti.

Il nostro tempo...

La fragilità, la curiosità, ed alle volte l'impertinenza proprie dell'adolescenza sono diventate nostre compagne di pomeriggi e notti.

Oggi però lei ha un tempo tutto suo, degli occhi tutti per sé.

La ricerca della sua identità richiede lavoro costante per lei, spesso si chiude, ricerca il suo spazio. Ed è giusto che sia così, sta creando il suo posto nel mondo ed ogni parola, canestro, compito, idea riempie l'orma che lascia ad ogni suo passo.

Le piace quando un adulto osserva le sue orme, ascolta le sue domande, segue i movimenti delle braccia che si protendono verso il canestro.

Tempo...tempo prezioso.

Gli adolescenti ricercano tempo, occhi, sguardi. richiedono No, richiedono solitudine, richiedono attenzioni; richiedono scontro, richiedono pace.

Tempo di gioco, di studio, tempo di dolcezza e litigi.

Questa è l'adolescenza; necessità di adulti seduti sugli spalti, errori, riuscite, ricerca e gioco.

Oggi l'adolescenza mi ha insegnato il potere di uno sguardo.

Seduta sulla panca di legno, imparo.

Lei intanto segna di nuovo e...cresce.


Dott.ssa Pittari Chiara

(Pedagogista, Educatrice presso la Casa Famiglia Murialdo)

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‘Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati’

 

Cos’è la rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

Da un po’ di tempo la mente di noi educatori è talmente colma di pensieri e riflessioni che spesso straripa . Lo scrivere è diventato per noi salvataggio indelebile, la messa al sicuro dei momenti della vita che trascorriamo con in nostri ragazzi.

Noi educatori spesso la notte scriviamo pagine di una vita vissuta fra le mura condivise con degli sconosciuti che a tratti riescono a sentirsi parte di una casa, parte di una famiglia

mercoledì 14 gennaio 2026

Perché l'hai fatto?

  “PERCHÉ L'HAI FATTO?”

Quante volte, davanti a un comportamento che ci spiazza, fuori dal nostro controllo, ci viene spontaneo chiedere a un bambino o a una bambina:
– Perché l’hai fatto?
– Perché piangi?
– Perché hai spinto?
– Perché sei così arrabbiato?
– Perché fai così?
– Perché sei così agitato?
Domande che nascono spesso da una ricerca adulta di senso, ma che - senza rendercene conto - poggiano su un presupposto adulto: 👉 che il bambino/a sappia spiegare razionalmente ciò che accade dentro di sé.
Ma nei primi anni di vita, questo non è possibile. E queste domande risultano davvero frustranti e poco funzionali nella relazione con i bambini e le bambine.
Tra 0 e 7/8 anni il comportamento precede il pensiero riflessivo. Il bambino/a non agisce per un perché, ma a partire da un sentire. Agisce a partire da ciò che il suo corpo e il suo sistema nervoso riescono a fare in quel momento.
Quando un bambino/a spinge, urla, piange, rifiuta, si irrigidisce o si oppone, non sta scegliendo consapevolmente un’azione: sta rispondendo con il corpo e con il sistema nervoso a ciò che sta vivendo internamente in quel Presente.
In quei momenti:
✨ la corteccia prefrontale non è ancora in grado di organizzare una spiegazione logica
✨ il linguaggio verbale è insufficiente
✨ il sistema emotivo e sensoriale prende il comando
👉 Il comportamento diventa linguaggio non verbale.
Un linguaggio primitivo, corporeo, immediato. Un linguaggio che parla di:
💫 sovraccarico emotivo e sensoriale
💫 paura
💫 frustrazione
💫 bisogno di contenimento
💫 richiesta di relazione, connessione, “Guardami!”
Chiedere “perché?” in quel momento rischia di produrre solo ulteriore distanza emozionale e frustrazione. Non perché il bambino/a non voglia rispondere, ma perché non può ancora rispondere in modo razionale come “pretendiamo” noi adulti.
Il compito educativo in questa fase di vita, allora, si sposta. Non è più chiedere spiegazioni, ma:
• osservare
• rallentare
• mettersi in ascolto
• mentalizzare
🌱 Forse chiedevamo troppo in quel momento.
🌱 Forse era stanco.
🌱 Forse il suo corpo non ce la faceva più.
🌱 Forse aveva bisogno di sentire che non era solo.
Siamo noi adulti a dover sostenere il peso del senso. Siamo noi a dover prestare parole, senza pretendere spiegazioni. Siamo noi a dover narrare ciò che il bambino/a ancora non sa raccontare.
🌱 Questo richiede un lavoro profondo anche su di noi.
Perché spesso, nel “perché” che rivolgiamo ai bambini e alle bambine, parla il bambino che siamo stati: quello a cui veniva chiesto di spiegarsi, di giustificarsi, di darsi una regolata fin da troppo piccoli.
Diventare adulti educanti consapevoli significa allora cambiare sguardo: passare dal giudizio alla lettura, dalla correzione alla comprensione, dal controllo alla relazione.
✨ Il comportamento non è il problema. È il messaggio. E ogni messaggio chiede prima di tutto qualcuno disposto ad ascoltare.

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mercoledì 15 ottobre 2025

Vita da educatrice

Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

VITA DA EDUCATRICE

La vita da educatrice è fatta di momenti: gravi, pensanti... profondi. Le parole di una lettera però accarezzano la casa e speriamo raggiungano chi crede in questo lavoro perché questo è esattamente il senso più nobile e profondo delle diciture  "comunità" e " casa famiglia".

<<Anche io la penso così, nessuno si merita di stare in una casafamiglia, tutte noi ragazze con delle storie dietro meritiamo la libertà ma soprattutto la felicità.>>

La mia giornata è un insieme di momenti.

La mattina è iniziata con una ragazza seduta su un divano con le braccia conserte e lo sguardo fisso nel vuoto. Durante un incontro l'adulto più sbagliato che potesse capitarle racconta di quanto e come sia una figlia sbagliata. <<Non ha rispetto, non abbraccia, non dice "Grazie">>.

L'adulto parla, parla e parla di "Questa". Lei prende il telefono messaggia, gira vorticosamente il dito fra i capelli, accarezza i capelli della sorella, resiste a quella raffica di parole, a quella raffica di "Questa", a quella raffica di cose che lei "suo malgrado" non è o non fa.

L'adulto non sa che la ragazza, che un tempo avrebbe dato di matto a questa valanga di parole si sta calmando da sola, sta incassando con grande competenza tutti quei colpi. L'adulto non nota la sua capacità di autoregolarsi, l'adulto non nota minimamente lo sguardo che si colpevolizza, che si accende, che si scarica di tutta la tensione di ricordi lontani... Non comprende lo sforzo figuriamoci il valore di quanto stia accadendo.

L'adulto non nota quanto sia cambiata, non nota quanto quella ragazza sia diventata matura nel tempo perché le cose serie e importanti sono altre (a suo dire). Il guaio è questo...spesso gli adulti non notano e cosa peggiore, anche quando glielo si fa notare continuano ancora più fissati nella loro lamentazione.

A sera l'acqua bolle, le pasta naviga nella pentola e la ciotola l'attende con tutto il suo condimento, pronto per la giornata in piscina del domani. Lei entra in cucina, osserva il tutto. Mi accarezza i capelli e dice:" Grazie". Grazie per cosa? Le dico io.

<<Grazie per esserti ricordata che mi piace... grazie per aver pensato a me.>>

La ragazza dei "NON" di stamattina non la vedo. La osservo andare via dalla cucina, un po' ricurva. Quanto peso porta su quelle spalle. Vorrei che il mondo vedesse, per una volta,  come sono davvero le persone dei "Non". Quelle che non dicono, non mostrano... Quelle irrecuperabili. Quanto vale quel "Grazie"? E quanto cambiamento sottende quella parola?

La meraviglia delle cose sta nel capire che il mondo cambia a partire dalle piccole cose...

Perché noi grandi questo non riusciamo sempre a capirlo?!

Mentre la casa spegne le sue luci, osservo i pensierini sul tavolo degli educatori. C'è una manina disegnata su un tovagliolo, il braccialino che mi è stato consegnato e una lettera.

La più piccina della casa stasera dopo essere tornata da una nuova avventura della sua vita mi dice: << Ho paura di spezzarti il cuore>>

E io colpita le chiedo il perché.

<<Ho paura di spezzarti il cuore perché mi sa che voglio bene anche ad altre persone.>> Io la osservo e penso che la bimba, lo scricciolo mi sta crescendo davanti agli occhi.

<< Non puoi spezzarlo, perché è talmente pieno di bene per te che non si può spezzare anzi... Se vuoi bene anche ad altre persone è ancora più pieno d'amore, perché vuol dire che tu sei amata e cosa più bella che ami anche tu. L'amore anzi la vita è così è fatta di tante cose, di tante persone, ecco perché è così bella perché è colorata di sentimenti.>>

Lei intercetta il mio sguardo e grida:

<< Oh meno male!!! Allora è bellissimo voler bene! Mi piace la vita così!>>.

Improvvisa una buffa danza; saltella sul posto mentre muove le mani nell'aria e ride... Ride come se non ci fosse un domani, ride spensierata.

L'ennesimo ricordo si fa posto nel mio archivio dei ricordi. Lo sento farsi posto fra tutti i fotogrammi della mia memoria, lo sento trovare il suo posto perché un senso di calore mi avvampa.

Una lettera segna l'ultimo tempo della giornata... Quella frase. Quanto maledettamente è vera quella frase << nessuno si merita di stare in una casafamiglia, tutte noi ragazze con delle storie dietro meritiamo la libertà ma soprattutto la felicità.>>

Quella lettera, quelle parole stasera non sono dedicate solo a me, sono dedicate alla vita che è stata così maledettamente ingiusta con loro che nonostante tutto hanno ancora il coraggio di dire "Grazie", di parlare d'amore, di fare sentire un educatore indegno a casa. Hanno il coraggio di essere grate per una carezza, o un risveglio. Hanno il timore di ferirti con i loro sentimenti... Loro, loro hanno paura di ferire me...

Quelle parole sul bisogno di felicità sembrano pesare come macigni su questo tavolo.

Eppure dormono leggere, e forse sognano.

La mia vita da educatrice è fatta di momenti: Gravi, pensanti... Profondi.

L'ultimo momento della mia giornata lo ritrovo nella parte finale della lettera, la parte scritta da chi è cresciuta con gli orrori di mani terribili, di parole spregevoli.

<<Mi avete fatto capire che nella vita non ci sono solo momenti brutti, ma anche momenti belli ed è per questo che ho bisogno di voi. Vi vogliamo bene >>

Le parole della lettera accarezzano la casa e spero raggiungano anche i miei colleghi di qualsivoglia comunità, raggiungano chi crede in questo lavoro perché questo è esattamente il senso più nobile e profondo delle diciture  "comunità" e " casa famiglia".

Stasera questa casa respira piano, o forse si nutre di ogni singola boccata d'aria.

I momenti della casa famiglia: una lettera, un tovagliolo, un "Grazie". Il respiro della casa è lento e sembra quasi volerle accarezzare nel sonno e spero tanto che lo faccia davvero perché ne hanno un bisogno immenso, perché lo meritano...lo meritano immensamente. 

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mercoledì 24 settembre 2025

L'educazione emotiva come pilastro del futuro

 La Rivoluzione Silenziosa: L'Educazione Emotiva come Pilastro del Futuro

Nell'era della tecnologia e dell'intelligenza artificiale, stiamo assistendo a una crescente enfasi sullo sviluppo delle competenze logico-matematiche e digitali. Ma c'è un'abilità che, più di ogni altra, determinerà il successo e il benessere delle future generazioni: la capacità di comprendere e gestire le proprie emozioni. L'educazione emotiva, un tempo considerata un'aggiunta "morbida" al curriculum, sta emergendo come una necessità fondamentale.

L'educazione emotiva, o intelligenza emotiva, non significa semplicemente sapere come ci si sente. Si tratta di un insieme di competenze complesse che includono la consapevolezza di sé, l'autocontrollo, la motivazione, l'empatia e le abilità sociali. In altre parole, è la capacità di navigare nel mondo interiore delle emozioni e di relazionarsi in modo sano ed efficace con gli altri.

Ma perché è così importante?

1. Benessere Psicologico: I bambini che imparano a riconoscere e a esprimere le proprie emozioni in modo costruttivo sono meno propensi a sviluppare problemi di ansia, depressione e stress. Imparano a non reprimere i loro sentimenti, ma a elaborarli in modo sano.

2. Relazioni Positive: L'empatia, una componente chiave dell'educazione emotiva, permette ai bambini di mettersi nei panni degli altri. Questo li rende più compassionevoli e capaci di costruire relazioni significative e durature, sia a scuola che nella vita.

3. Successo Accademico e Professionale: Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l'intelligenza emotiva è strettamente correlata al successo accademico e professionale. Gli studenti che sanno gestire le proprie emozioni sono più resilienti di fronte alle sfide, più motivati e capaci di lavorare in squadra.

Come possiamo integrare l'educazione emotiva nella vita di tutti i giorni? Insegnanti e genitori possono fare molto. Non si tratta di aggiungere una materia al programma, ma di incorporare l'apprendimento emotivo in ogni interazione. Si possono usare libri per parlare di sentimenti, incoraggiare la condivisione delle esperienze e dare un nome alle emozioni, normalizzandole. Un semplice "Mi sembra che tu sia arrabbiato, vuoi parlarne?" può fare una differenza enorme.

La vera rivoluzione nell'educazione non sarà tecnologica, ma umana. Investire nell'educazione emotiva significa investire in un futuro in cui i nostri figli non saranno solo bravi a risolvere problemi, ma saranno anche capaci di costruire un mondo più empatico e compassionevole. È un viaggio che inizia da dentro, e che ha il potere di cambiare il mondo, un'emozione alla volta. 

Dott. Di Sabato Stefano

(Educatore presso il Centro Educativo Diurno Murialdo)

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