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mercoledì 26 agosto 2026

A volte si va su e a volte si va giù

 Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

A VOLTE SI VA SU E A VOLTE SI VA GIU’

Per mesi i fornelli della mia creatività sono stati spenti qui: non c'era fame in questa casa, c'erano mille problemi e poca voglia di ornare la tavola della nostra voglia di cose buone e di condivisione. L'adolescenza è complessa, e diventare grandi, specie QUI, alle volte... fa passare la fame. Prepararsi ad affrontare il mondo non è così semplice, per loro però può essere ben più difficile. 

Siamo a tavola. 

Il film di stasera è "Julia & Julia".

Io lo adoro, forse perché adoro Meryl Streep e Stanley Tucci o forse perché adoro cucinare e per dirla come "Julia" perché adoro mangiare.

In queste notti di caldo incessante io e la mia compagna di serate abbiamo visto film; tanti tanti film. Diciamo pure che le sto mostrando tutti i film che in qualche modo mi hanno accompagnata nel tempo e che meritano di essere condivisi.

La mia compagna di tavola è la stessa con la quale parlo di libri, dipingo e con la quale spesso rifletto sul mondo attraverso le sue parole fresche e potenti.

La cena di stasera prevede friggitelli, pane e formaggio spalmabile; lei ne va matta.

Cena bizzarra per i gusti implacabili ed impietosi di un'adolescente.

Stasera avvertivo il bisogno di farle vedere questo film perché spesso la cucina ci lega; per lei e con lei spesso preparo tante pietanze e quando sono pronte ci sediamo a degustarle mentre chiacchieriamo o per l'appunto mentre vediamo film.

Sapete, è da tanto che non scrivo; spesso mi viene una sorta di blocco. O forse spesso questo lavoro ci riserva sorprese, cambi di rotta e cambiamenti che non sempre sono piacevoli, così come regala gratuitamente e noiosamente momenti piatti e lunghi. Questo periodo è stato duro e fin troppo statico, lo ammetto, e questa cosa mi ha portato a ragionare sul mio lavoro, sul suo valore e sulla sua riuscita.

La mia smania meticolosa di ordine viene costantemente presa a schiaffi dall'imprevedibilità di questo mondo e per quanto mi sforzi di essere adulta e responsabile...beh alle volte è dura sopportare che le cose non sempre vanno come vorrei.

Stasera il caso ha voluto che durante il turno dovessi preparare il riso al forno per il pranzo di domani, così l'abbiamo preparato assieme, io e la mia compagna appassionata di film.

Finiamo di preparare il tutto, iniziamo ad accendere il forno e nel mentre Julia ha iniziato a parlare e a raccontare di quanto quella vita le piaccia ma è come se mancasse qualcosa, quella specificità, quel tocco che la renda completa.

Mentre vediamo il film, lei è seduta accanto al tavolo con la testa poggiata sulla mano. Ha parlato pochissimo durante la visione; recentemente è diventata anche lei una fan di Meryl Streep (<<e come si fa a non esserlo dopo il  "Diavolo veste Prada 1 e 2 e poi "Una serie di sfortunati eventi?">> dice e di questo mi sento soddisfatta, mooolto soddisfatta.)

<<Sai Pensavo ai paninetti, i paninetti di Halloween ricordi?... Potresti rifarli stasera?>>

Per mesi i fornelli della mia creatività sono stati spenti qui: non c'era fame in questa casa, c'erano mille problemi e poca voglia di ornare la tavola della nostra voglia di cose buone e di condivisione. L'adolescenza è complessa, e diventare grandi, specie QUI, alle volte... fa passare la fame.

Prepararsi ad affrontare il mondo non è così semplice, per loro però può essere ben più difficile.

Per dirla semplicemente, quella ‘botteghina’ che riusciva a rendere saporite le giornate è rimasta per tanto tempo chiusa.

<<Anche la torta, quella al cioccolato che preparavamo in autunno? E i biscotti... aaah che buoni, e la torta ripiena di crema con le fragole ti ricordi?>>

La mia mente si riscalda pensando ad ogni singolo piatto preparato qui e con esso le risate, le cene, il profumo dei cornetti, dei biscotti appena sfornati e le torte...una serie infinita di torte si muove nella mia testa come una lunga serie di scene o film dimenticati.

Mani, manine e manone che impastano, montano, stendono... Assaggiano.

Da quando lavoro qui il forno è stato, per me, compagno di conoscenza e di avventura. Ogni torta o pietanza è un ricordo, un viso, una storia.

Io, le ragazze e le bambine che sono passate di qui ci siamo date la possibilità di sperimentare la nostra capacità di cucinare assieme, la nostra manualità, la nostra curiosità e la voglia o in alcuni casi l'obbligo di conoscerci.

Posso dire che la cucina spesso è stata un vero e proprio lasciapassare per facilitare le conoscenze in questa casa.

È vero, questo periodo è stato odioso però alle volte neppure pensare che tutto sia nero aiuta.

Ecco stasera il mio mondo è tornato ad essere un po' colorato; diciamo a chiazze colorate, vediamola così.

Capita alle volte che questo lavoro mi induca a riflettere sulle cose senza guardarle nel loro complesso e, a dir la verità, era un po' che non lo facevo: osservare il tutto e non solo gli spezzoni. Ci si perde un sacco di roba quando ci si concentra solo su alcuni aspetti e magari tanti altri restano oscurati dalla rabbia o dal senso di ingiustizia.

Titoli di coda

<<Bello sto film sai? Mi piace e poi alla fine Julia ha scoperto che cucinare le piace e che si sente bene quando lo fa anche se le cose non sono andate come voleva lei...un po' come capita a noi.>>.

Ed io mi sento meglio. Certe volte mi sembra di dimenticare le cose belle quando sono afflitta dalle cose meno piacevoli, invece basta poco a fare tornare quella carica e la consapevolezza che questo lavoro è così... C'è poco da fare:

Un giorno si va su e uno si va giù e così piano piano si prosegue.

Mi serviva questa dose piena, saporita e profumata di ottimismo e di passato.

Certe volte ci vogliono le parole giuste al momento giusto.

Il riso è pronto.

L'aria profuma di sugo al basilico e di parmigiano abbrustolito.

Nella teglia c'è un buchino fra il riso compatto... Una forchetta è passata di qui e ha fatto sparire un po' di riso.

<<Mamma quant'è buono!>> Dice ridendo.

 Ed io con lei.

Chiaranetta è soddisfatta... Per tutto.

Buonanotte.

Dott.ssa Pittari Chiara

(Pedagogista, Educatrice presso la Casa Famiglia Murialdo)

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martedì 11 agosto 2026

Cosa significa essere genitori

COSA SIGNIFICA ESSERE GENITORI?

Essere genitori non significa soltanto accompagnare la crescita di un bambino o di una bambina.

Significa, inevitabilmente, incontrare anche parti di noi.

La loro rabbia può incontrare la rabbia che a noi non era permesso esprimere.

Il loro pianto può risvegliare ciò che abbiamo imparato a trattenere.

Il loro bisogno di vicinanza può toccare antiche esperienze di distanza.

Il loro “NO” può mettere in discussione ciò che abbiamo imparato sull’obbedienza.

La loro vitalità, il disordine, l’intensità, la dipendenza possono raggiungere luoghi della nostra storia che pensavamo lontani.

Non perché ogni difficoltà educativa nasconda necessariamente una ferita del passato. Ma perché nessun adulto entra nella relazione educativa senza una storia.

Portiamo con noi ciò che abbiamo ricevuto, la nostra storia educativa, ciò che ci è mancato, le parole con cui siamo stati consolati o rimproverati, il modo in cui sono state accolte le nostre emozioni, gli sguardi attraverso i quali ci siamo sentiti riconosciuti, accolti, corretti o giudicati, l’idea di bambino e di autorità che abbiamo respirato crescendo.

E qualche volta reagiamo prima ancora di riuscire a comprendere cosa stia accadendo.

È qui che la consapevolezza diventa una responsabilità educativa.

Non significa diventare genitori perfetti. Non significa non arrabbiarsi, non sbagliare, non perdere mai la pazienza.

Significa imparare, poco alla volta, autenticamente a fermarci per auto-osservarci quando la reazione si attiva:

Che cosa sta accadendo a mio figlio/figlia?

E che cosa sta accadendo dentro di me mentre ciò accade?

Sono due domande differenti, ma profondamente intrecciate.

La prima ci aiuta a non perdere di vista il bambino reale. Il comportamento del bambino racconta qualcosa dei suoi bisogni, delle sue possibilità evolutive, della sua fatica in quel momento.

La seconda ci aiuta a non confondere ciò che appartiene a lui con ciò che appartiene a noi. La nostra reazione racconta qualcosa di noi.

Diventare consapevoli significa creare un piccolo spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.

Uno spazio nel quale possiamo accorgerci che la rabbia è nostra senza consegnarla al bambino. Che il senso di impotenza, la frustrazione o la fatica di non sentirci ascoltati appartengono a noi e non possono diventare un peso da consegnare al bambino.

Che possiamo mettere un limite senza umiliare.

Dire no senza minacciare.

Riparare quando abbiamo ferito.

Dire “mi dispiace”, riconoscere l’effetto delle nostre azioni e accogliere ciò che l’altro ha vissuto, senza per questo perdere autorevolezza.

Riconoscere che alcune modalità educative ricevute possono terminare con noi.

Spezzando catene transgenerazionali.

Janusz Korczak scriveva che la fatica dell’incontro con i bambini non consiste nell’abbassarsi alla loro altezza, ma nell’«innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti».

Forse essere genitori significa anche questo: riconoscere il bambino che siamo stati, perché la nostra storia possa essere conosciuta senza diventare, inconsapevolmente, il copione della relazione con il bambino che abbiamo davanti.

Possiamo interrompere automatismi. Possiamo riparare. Possiamo scegliere risposte nuove. Ciò che abbiamo ricevuto non deve necessariamente essere ciò che consegneremo.

E mentre accompagniamo un bambino a crescere, continuiamo inevitabilmente a crescere anche noi.

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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giovedì 25 giugno 2026

La potenza della noia

 LA POTENZA GENERATRICE DELLA NOIA

Viviamo in una cultura che sembra avere paura del vuoto.

Ogni attesa deve essere riempita.

Ogni silenzio deve essere interrotto.

Ogni momento libero e senza struttura deve trasformarsi in un’attività programmata.

Ogni segnale di noia e di ozio deve essere immediatamente risolto. Tamponato. Riempito.

E così, spesso senza rendercene conto, finiamo per offrire ai bambini e alle bambine una continua successione di stimoli, proposte, immagini, suoni, attività, azioni, schermi, corsi, esperienze organizzate.

Ma siamo sicuri che crescere significhi essere continuamente stimolati?

Lo sviluppo non nasce soltanto da ciò che entra. Nasce anche da ciò che ha il tempo di sedimentare.

Come la terra dopo la pioggia.

Come un seme che germoglia sotto la superficie senza che nessuno possa vederlo.

Molti dei processi più importanti della crescita sono invisibili.

Hanno bisogno di lentezza.

Hanno bisogno di pause.

Hanno bisogno di spazi vuoti.

Vuoti che il bambino e la bambina può abitare e trasformare con ciò che porta dentro di sé. In autonomia.

La noia, da questo punto di vista, non è un errore educativo.

È un’esperienza umana fondamentale. È quel momento in cui il bambino/a non trova immediatamente qualcosa che catturi la sua attenzione dall’esterno e, proprio per questo, può iniziare a rivolgere lo sguardo verso l’interno.

Può ascoltare il proprio corpo.

Può sentire ciò che desidera.

Può immaginare.

Può creare.

Può organizzarsi.

Può inventare.

Può scoprire che dentro di sé esiste un mondo.

Può sentire che ce la può fare.

Quando interveniamo troppo rapidamente per eliminare la noia e per riempire l’ozio rischiamo di trasmettere un messaggio implicito altro che funzionale: “Da solo non puoi trovare qualcosa che ti interessi. Devi dipendere da me”.

Ma i bambini e le bambine possiedono una straordinaria capacità di generare gioco, significati, simboli, storie e possibilità.

Hanno solo bisogno di tempo. Tempo per attraversare quel piccolo spazio di incertezza che precede la nascita di un’idea. Perché spesso la creatività non arriva subito.

Arriva dopo. Arriva proprio dopo quel momento in cui non succede apparentemente nulla.

È lì che una pozzanghera diventa un oceano.

Che un bastone diventa una bacchetta magica.

Che una coperta diventa una tana.

Che una scatola diventa una nave pronta a salpare.

Non servono oggetti straordinari.

Serve immaginazione. E l’immaginazione ha bisogno di spazio.

Quanto spazio lasciamo, ogni giorno, noi adulti a ciò?

Anche il sistema nervoso beneficia di questi momenti. La continua ricerca di stimoli esterni può rendere più difficile sviluppare la capacità di stare con sé stessi, di ascoltare le proprie sensazioni, di coltivare attenzione profonda e presenza. La noia offre invece un’occasione preziosa per rallentare.

Per sentire.

Per osservare.

Per sostare.

Per entrare in relazione con il mondo senza che qualcuno abbia già deciso cosa fare, come farlo e perché.

Per so-stare il vuoto senza il pieno di qualcun’altro.

Per imparare che ogni vuoto non deve essere colmato.

Ecco che il compito più funzionale dell’adulto è quello di fidarsi della noia.

Fidarsi del fatto che, oltre quella soglia che tanto ci preoccupa, esiste un territorio straordinariamente fertile. Un territorio in cui nascono il gioco, la creatività, l’autonomia, la capacità di iniziativa e il piacere della scoperta.

Perché la noia non è il contrario della vita. Molto spesso è il luogo da cui la vita ricomincia a fiorire.

E forse la fatica che proviamo davanti alla noia dei bambini e delle bambine parla anche della nostra. Della difficoltà di fermarci. Di ascoltarci. Di restare nel silenzio.

Perché prima ancora di educare i bambini ad abitare la noia, siamo noi adulti a poter riscoprire la sua straordinaria forza generativa.

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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mercoledì 4 febbraio 2026

Infanzia tempo sacro

 INFANZIA: TEMPO SACRO!

Educare è accogliere, accompagnare, lasciare provare e sperimentare, tirare fuori, tempo, fiducia.

Educare è accogliere l’unicità di ogni neonato, bambino e bambina, creando uno spazio abitato reale e coerente, in cui ciascuno possa germogliare nel rispetto dei suoi semi d’anima: bisogni, tempi, emozioni, ricerca, autonomie, gioco, corpo e sensi.

È accompagnare senza dirigere autoritariamente, osservare con cura senza invadere e senza giudizio, essere presenza senza né occupare tutto lo spazio né essere disconnesso dal sentire del presente - quando la mente rimugina nel passato o pianifica il futuro.

Educare è lasciare provare e sperimentare. Lasciare che il bambino e la bambina giochino spontaneamente, esplorino, scagliano, cadano, e ritentino.

Lasciare che conoscano i propri limiti non perché qualcuno glieli impone, ma perché li incontra, li attraversa, li vive, li integra nel corpo e nell’esperienza.

Osservare: “Lasciami da solo qualche volta mentre gioco, e osservami dalla giusta distanza.” In queste parole vive un’esperienza profonda:  la possibilità di essere visti ma senza essere controllati, diretti, sostituiti, annullati, forzati. Bensì sostenuti nella fiducia.

Educare, dal latino educere, significa “trarre fuori”, “guidare verso”. Non significa riempire, plasmare, addomesticare, addestrare e correggere continuamente.

Come ci ricorda Maria Montessori, “il bambino non è un vaso da riempire, ma una sorgente da lasciar sgorgare”. 

Una sorgente che ha bisogno di tempo, fiducia e rispetto per poter emergere.

Educare è anche saper fare un passo indietro.

Non intervenire sempre nei conflitti, non risolvere ogni difficoltà ed emozione, non fornire risposte immediate a ogni domanda - fredde, prestazionali, che sono solo misura della “potenza” intellettiva dell’adulto. 

Perché un bambino e una bambina a cui vengono sempre date risposte preconfezionate e immediate, senza sperimentarsi e ricercare insieme, impara presto a dubitare di sé.

Non abita quelle esperienze essenziali per costruire fiducia nelle proprie risorse, per sentire profondamente “ce la posso fare”.

Prima di educare è necessario credere nella forza vitale del bambino.

Per farlo, l’adulto è chiamato a un lavoro profondo e spesso scomodo: guardare alla propria storia educativa, riconoscere le tracce ricevute, distinguere ciò che appartiene al proprio passato da ciò che è autenticamente del bambino o bambina accanto. 

Solo così può evitare di proiettare aspettative, paure e bisogni irrisolti, lasciando spazio all’altro per essere davvero sé stesso.

Custodire l’infanzia come tempo sacro significa camminare accanto, osservando con cura, accogliendo senza condizioni e mediare quando necessario.

Educare non è riparare o aggiustare. È avere fiducia nella vita che già c’è. Lì davanti a noi!

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

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giovedì 29 gennaio 2026

Stai imparando a volare

                                             Stai imparando a volare

Insegna a tuo figlio che può fallire.

E che dietro quel fallimento, se lo si guarda bene,

c’è una grande possibilità di crescita.

Non fargli temere l’errore,

non dipingergli il successo come l’unico traguardo.

Mostragli che cadere è parte del cammino,

che ogni inciampo ha qualcosa da insegnare,

e che rialzarsi è un atto di coraggio immenso.

 

Digli che fallire non lo definisce,

che i suoi sogni non si spezzano con una sconfitta,

ma si piegano solo un po’,

come un ramo che sa trovare nuova forza per fiorire.

Insegnagli che i più grandi successi nascono spesso

dalle ceneri di ciò che non è andato come previsto.

 

Fagli vedere che dietro ogni fallimento

c’è una porta aperta,

che a volte il vento spegne una candela

ma accende un fuoco più grande.

Mostragli che il valore non sta nell’essere perfetti,

ma nell’essere autentici,

nel non smettere mai di provare,

nel credere ancora, nonostante tutto.

 

Insegna a tuo figlio che le cicatrici parlano,

che ogni errore è un maestro

e ogni caduta è un passo verso la saggezza.

E digli, con dolcezza, che il fallimento

è solo un altro modo per dire:

“Sto imparando a volare”.

 

Marika Campeti

 

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mercoledì 21 gennaio 2026

Il potere di uno sguardo

 Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

IL POTERE DI UNO SGUARDO

Gli adolescenti ricercano tempo, occhi, sguardi. richiedono No, richiedono solitudine, richiedono attenzioni; richiedono scontro, richiedono pace, richiedono sguardi.

I lunghi capelli scuri si muovono veloci e come fruste impetuose dividono l'aria mentre oscillano. Gli occhi neri seguono la palla che sbatte contro il pavimento rimbalzando senza controllo. I piedi scattano veloci.

Quando arriva davanti al mio posto mi sorride e le guance si avvampano.

Lancia la palla e questa danza sul bordo del canestro ondeggiando per poi ricadere a terra senza mai sfiorare la rete.

Ripete l'esercizio una, due, cinque volte.

Ogni volta in cui la palla non entra nel canestro sbatte le braccia contro il corpo insoddisfatta.

Anche se l'esercizio non lo prevede lei si ferma, immobile. Osserva la rete ondeggiare mentre gli altri bambini riescono a trapassarla con i loro lanci.

Lei si allontana dal canestro basso e si dirige verso quello alto, destinato ai ragazzi più alti. Osserva, mira, lancia...la palla non danza questa volta, cade all'interno e rimbalza sul pavimento mentre lei esulta. Si gira verso di me, gli occhi spalancati cercano il mio sguardo per verificare se avessero visto la scena. Si incrociano i nostri sguardi e lei ride, ride come se avesse appena vinto la partita delle partite.

Poco prima eravamo sedute al tavolino di un bar; le piace quando ci possiamo dedicare del tempo da trascorrere assieme. Per una volta il pomeriggio è stato clemente e dopo i compiti e i vari impegni ci siamo potute dedicare la tranquillità di una passeggiata prima dell'allenamento, di un dolcetto e di una chiacchierata. Le piace quando questo accade e detto fra noi, piace tanto anche a me.

Il cameriere ci porte il nostro cornetto al cioccolato.

Il tempo alle volte sfugge...troppo in fretta.

Oggi invece ci è amico. Nel pomeriggio abbiamo raccontato la triste storia di Medusa, di Arianna... Ci siamo arrampicate sullo scoglio per vedere le peripezie del povero Prometeo e del suo coraggio. Ci siamo raccontate quanto conta una narrazione, l'immaginazione. Epica è diventata il nostro momento per raccontarci di mostri spaventosi come il Minotauro, del coraggio, della violenza e delle passioni umane che creano leggende e miti.

Il nostro tempo...

La fragilità, la curiosità, ed alle volte l'impertinenza proprie dell'adolescenza sono diventate nostre compagne di pomeriggi e notti.

Oggi però lei ha un tempo tutto suo, degli occhi tutti per sé.

La ricerca della sua identità richiede lavoro costante per lei, spesso si chiude, ricerca il suo spazio. Ed è giusto che sia così, sta creando il suo posto nel mondo ed ogni parola, canestro, compito, idea riempie l'orma che lascia ad ogni suo passo.

Le piace quando un adulto osserva le sue orme, ascolta le sue domande, segue i movimenti delle braccia che si protendono verso il canestro.

Tempo...tempo prezioso.

Gli adolescenti ricercano tempo, occhi, sguardi. richiedono No, richiedono solitudine, richiedono attenzioni; richiedono scontro, richiedono pace.

Tempo di gioco, di studio, tempo di dolcezza e litigi.

Questa è l'adolescenza; necessità di adulti seduti sugli spalti, errori, riuscite, ricerca e gioco.

Oggi l'adolescenza mi ha insegnato il potere di uno sguardo.

Seduta sulla panca di legno, imparo.

Lei intanto segna di nuovo e...cresce.


Dott.ssa Pittari Chiara

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Mercoledì prossimo  si rinnoverà l’appuntamento con

‘Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati’

 

Cos’è la rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

Da un po’ di tempo la mente di noi educatori è talmente colma di pensieri e riflessioni che spesso straripa . Lo scrivere è diventato per noi salvataggio indelebile, la messa al sicuro dei momenti della vita che trascorriamo con in nostri ragazzi.

Noi educatori spesso la notte scriviamo pagine di una vita vissuta fra le mura condivise con degli sconosciuti che a tratti riescono a sentirsi parte di una casa, parte di una famiglia

mercoledì 14 gennaio 2026

Perché l'hai fatto?

  “PERCHÉ L'HAI FATTO?”

Quante volte, davanti a un comportamento che ci spiazza, fuori dal nostro controllo, ci viene spontaneo chiedere a un bambino o a una bambina:
– Perché l’hai fatto?
– Perché piangi?
– Perché hai spinto?
– Perché sei così arrabbiato?
– Perché fai così?
– Perché sei così agitato?
Domande che nascono spesso da una ricerca adulta di senso, ma che - senza rendercene conto - poggiano su un presupposto adulto: 👉 che il bambino/a sappia spiegare razionalmente ciò che accade dentro di sé.
Ma nei primi anni di vita, questo non è possibile. E queste domande risultano davvero frustranti e poco funzionali nella relazione con i bambini e le bambine.
Tra 0 e 7/8 anni il comportamento precede il pensiero riflessivo. Il bambino/a non agisce per un perché, ma a partire da un sentire. Agisce a partire da ciò che il suo corpo e il suo sistema nervoso riescono a fare in quel momento.
Quando un bambino/a spinge, urla, piange, rifiuta, si irrigidisce o si oppone, non sta scegliendo consapevolmente un’azione: sta rispondendo con il corpo e con il sistema nervoso a ciò che sta vivendo internamente in quel Presente.
In quei momenti:
✨ la corteccia prefrontale non è ancora in grado di organizzare una spiegazione logica
✨ il linguaggio verbale è insufficiente
✨ il sistema emotivo e sensoriale prende il comando
👉 Il comportamento diventa linguaggio non verbale.
Un linguaggio primitivo, corporeo, immediato. Un linguaggio che parla di:
💫 sovraccarico emotivo e sensoriale
💫 paura
💫 frustrazione
💫 bisogno di contenimento
💫 richiesta di relazione, connessione, “Guardami!”
Chiedere “perché?” in quel momento rischia di produrre solo ulteriore distanza emozionale e frustrazione. Non perché il bambino/a non voglia rispondere, ma perché non può ancora rispondere in modo razionale come “pretendiamo” noi adulti.
Il compito educativo in questa fase di vita, allora, si sposta. Non è più chiedere spiegazioni, ma:
• osservare
• rallentare
• mettersi in ascolto
• mentalizzare
🌱 Forse chiedevamo troppo in quel momento.
🌱 Forse era stanco.
🌱 Forse il suo corpo non ce la faceva più.
🌱 Forse aveva bisogno di sentire che non era solo.
Siamo noi adulti a dover sostenere il peso del senso. Siamo noi a dover prestare parole, senza pretendere spiegazioni. Siamo noi a dover narrare ciò che il bambino/a ancora non sa raccontare.
🌱 Questo richiede un lavoro profondo anche su di noi.
Perché spesso, nel “perché” che rivolgiamo ai bambini e alle bambine, parla il bambino che siamo stati: quello a cui veniva chiesto di spiegarsi, di giustificarsi, di darsi una regolata fin da troppo piccoli.
Diventare adulti educanti consapevoli significa allora cambiare sguardo: passare dal giudizio alla lettura, dalla correzione alla comprensione, dal controllo alla relazione.
✨ Il comportamento non è il problema. È il messaggio. E ogni messaggio chiede prima di tutto qualcuno disposto ad ascoltare.

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