COSA
SIGNIFICA ESSERE GENITORI?
Essere genitori non significa soltanto accompagnare la crescita di un
bambino o di una bambina.
Significa, inevitabilmente, incontrare anche parti di noi.
La loro rabbia può incontrare la rabbia che a noi non era permesso
esprimere.
Il loro pianto può risvegliare ciò che abbiamo imparato a trattenere.
Il loro bisogno di vicinanza può toccare antiche esperienze di
distanza.
Il loro “NO” può mettere in discussione ciò che abbiamo imparato
sull’obbedienza.
La loro vitalità, il disordine, l’intensità, la dipendenza possono raggiungere
luoghi della nostra storia che pensavamo lontani.
Non perché ogni difficoltà educativa nasconda necessariamente una
ferita del passato. Ma perché nessun adulto entra nella relazione educativa
senza una storia.
Portiamo con noi ciò che abbiamo ricevuto, la nostra storia educativa,
ciò che ci è mancato, le parole con cui siamo stati consolati o rimproverati,
il modo in cui sono state accolte le nostre emozioni, gli sguardi attraverso i
quali ci siamo sentiti riconosciuti, accolti, corretti o giudicati, l’idea di
bambino e di autorità che abbiamo respirato crescendo.
E qualche volta reagiamo prima ancora di riuscire a comprendere cosa
stia accadendo.
È qui che la consapevolezza diventa una responsabilità educativa.
Non significa diventare genitori perfetti. Non significa non
arrabbiarsi, non sbagliare, non perdere mai la pazienza.
Significa imparare, poco alla volta, autenticamente a fermarci per
auto-osservarci quando la reazione si attiva:
Che cosa sta accadendo a mio figlio/figlia?
E che cosa sta accadendo dentro di me mentre ciò accade?
Sono due domande differenti, ma profondamente intrecciate.
La prima ci aiuta a non perdere di vista il bambino reale. Il
comportamento del bambino racconta qualcosa dei suoi bisogni, delle sue
possibilità evolutive, della sua fatica in quel momento.
La seconda ci aiuta a non confondere ciò che appartiene a lui con ciò
che appartiene a noi. La nostra reazione racconta qualcosa di noi.
Diventare consapevoli significa creare un piccolo spazio tra ciò che
sentiamo e ciò che facciamo.
Uno spazio nel quale possiamo accorgerci che la rabbia è nostra senza
consegnarla al bambino. Che il senso di impotenza, la frustrazione o la fatica
di non sentirci ascoltati appartengono a noi e non possono diventare un peso da
consegnare al bambino.
Che possiamo mettere un limite senza umiliare.
Dire no senza minacciare.
Riparare quando abbiamo ferito.
Dire “mi dispiace”, riconoscere l’effetto delle nostre azioni e
accogliere ciò che l’altro ha vissuto, senza per questo perdere autorevolezza.
Riconoscere che alcune modalità educative ricevute possono terminare
con noi.
Spezzando catene transgenerazionali.
Janusz Korczak scriveva che la fatica dell’incontro con i bambini non
consiste nell’abbassarsi alla loro altezza, ma nell’«innalzarsi fino
all’altezza dei loro sentimenti».
Forse essere genitori significa anche questo: riconoscere il bambino
che siamo stati, perché la nostra storia possa essere conosciuta senza
diventare, inconsapevolmente, il copione della relazione con il bambino che
abbiamo davanti.
Possiamo interrompere automatismi. Possiamo riparare. Possiamo
scegliere risposte nuove. Ciò che abbiamo ricevuto non deve necessariamente
essere ciò che consegneremo.
E mentre accompagniamo un bambino a crescere, continuiamo inevitabilmente a crescere anche noi.
Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi
Fonte: L’Atelier della Pedagogista
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