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mercoledì 26 agosto 2026

A volte si va su e a volte si va giù

 Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

A VOLTE SI VA SU E A VOLTE SI VA GIU’

Per mesi i fornelli della mia creatività sono stati spenti qui: non c'era fame in questa casa, c'erano mille problemi e poca voglia di ornare la tavola della nostra voglia di cose buone e di condivisione. L'adolescenza è complessa, e diventare grandi, specie QUI, alle volte... fa passare la fame. Prepararsi ad affrontare il mondo non è così semplice, per loro però può essere ben più difficile. 

Siamo a tavola. 

Il film di stasera è "Julia & Julia".

Io lo adoro, forse perché adoro Meryl Streep e Stanley Tucci o forse perché adoro cucinare e per dirla come "Julia" perché adoro mangiare.

In queste notti di caldo incessante io e la mia compagna di serate abbiamo visto film; tanti tanti film. Diciamo pure che le sto mostrando tutti i film che in qualche modo mi hanno accompagnata nel tempo e che meritano di essere condivisi.

La mia compagna di tavola è la stessa con la quale parlo di libri, dipingo e con la quale spesso rifletto sul mondo attraverso le sue parole fresche e potenti.

La cena di stasera prevede friggitelli, pane e formaggio spalmabile; lei ne va matta.

Cena bizzarra per i gusti implacabili ed impietosi di un'adolescente.

Stasera avvertivo il bisogno di farle vedere questo film perché spesso la cucina ci lega; per lei e con lei spesso preparo tante pietanze e quando sono pronte ci sediamo a degustarle mentre chiacchieriamo o per l'appunto mentre vediamo film.

Sapete, è da tanto che non scrivo; spesso mi viene una sorta di blocco. O forse spesso questo lavoro ci riserva sorprese, cambi di rotta e cambiamenti che non sempre sono piacevoli, così come regala gratuitamente e noiosamente momenti piatti e lunghi. Questo periodo è stato duro e fin troppo statico, lo ammetto, e questa cosa mi ha portato a ragionare sul mio lavoro, sul suo valore e sulla sua riuscita.

La mia smania meticolosa di ordine viene costantemente presa a schiaffi dall'imprevedibilità di questo mondo e per quanto mi sforzi di essere adulta e responsabile...beh alle volte è dura sopportare che le cose non sempre vanno come vorrei.

Stasera il caso ha voluto che durante il turno dovessi preparare il riso al forno per il pranzo di domani, così l'abbiamo preparato assieme, io e la mia compagna appassionata di film.

Finiamo di preparare il tutto, iniziamo ad accendere il forno e nel mentre Julia ha iniziato a parlare e a raccontare di quanto quella vita le piaccia ma è come se mancasse qualcosa, quella specificità, quel tocco che la renda completa.

Mentre vediamo il film, lei è seduta accanto al tavolo con la testa poggiata sulla mano. Ha parlato pochissimo durante la visione; recentemente è diventata anche lei una fan di Meryl Streep (<<e come si fa a non esserlo dopo il  "Diavolo veste Prada 1 e 2 e poi "Una serie di sfortunati eventi?">> dice e di questo mi sento soddisfatta, mooolto soddisfatta.)

<<Sai Pensavo ai paninetti, i paninetti di Halloween ricordi?... Potresti rifarli stasera?>>

Per mesi i fornelli della mia creatività sono stati spenti qui: non c'era fame in questa casa, c'erano mille problemi e poca voglia di ornare la tavola della nostra voglia di cose buone e di condivisione. L'adolescenza è complessa, e diventare grandi, specie QUI, alle volte... fa passare la fame.

Prepararsi ad affrontare il mondo non è così semplice, per loro però può essere ben più difficile.

Per dirla semplicemente, quella ‘botteghina’ che riusciva a rendere saporite le giornate è rimasta per tanto tempo chiusa.

<<Anche la torta, quella al cioccolato che preparavamo in autunno? E i biscotti... aaah che buoni, e la torta ripiena di crema con le fragole ti ricordi?>>

La mia mente si riscalda pensando ad ogni singolo piatto preparato qui e con esso le risate, le cene, il profumo dei cornetti, dei biscotti appena sfornati e le torte...una serie infinita di torte si muove nella mia testa come una lunga serie di scene o film dimenticati.

Mani, manine e manone che impastano, montano, stendono... Assaggiano.

Da quando lavoro qui il forno è stato, per me, compagno di conoscenza e di avventura. Ogni torta o pietanza è un ricordo, un viso, una storia.

Io, le ragazze e le bambine che sono passate di qui ci siamo date la possibilità di sperimentare la nostra capacità di cucinare assieme, la nostra manualità, la nostra curiosità e la voglia o in alcuni casi l'obbligo di conoscerci.

Posso dire che la cucina spesso è stata un vero e proprio lasciapassare per facilitare le conoscenze in questa casa.

È vero, questo periodo è stato odioso però alle volte neppure pensare che tutto sia nero aiuta.

Ecco stasera il mio mondo è tornato ad essere un po' colorato; diciamo a chiazze colorate, vediamola così.

Capita alle volte che questo lavoro mi induca a riflettere sulle cose senza guardarle nel loro complesso e, a dir la verità, era un po' che non lo facevo: osservare il tutto e non solo gli spezzoni. Ci si perde un sacco di roba quando ci si concentra solo su alcuni aspetti e magari tanti altri restano oscurati dalla rabbia o dal senso di ingiustizia.

Titoli di coda

<<Bello sto film sai? Mi piace e poi alla fine Julia ha scoperto che cucinare le piace e che si sente bene quando lo fa anche se le cose non sono andate come voleva lei...un po' come capita a noi.>>.

Ed io mi sento meglio. Certe volte mi sembra di dimenticare le cose belle quando sono afflitta dalle cose meno piacevoli, invece basta poco a fare tornare quella carica e la consapevolezza che questo lavoro è così... C'è poco da fare:

Un giorno si va su e uno si va giù e così piano piano si prosegue.

Mi serviva questa dose piena, saporita e profumata di ottimismo e di passato.

Certe volte ci vogliono le parole giuste al momento giusto.

Il riso è pronto.

L'aria profuma di sugo al basilico e di parmigiano abbrustolito.

Nella teglia c'è un buchino fra il riso compatto... Una forchetta è passata di qui e ha fatto sparire un po' di riso.

<<Mamma quant'è buono!>> Dice ridendo.

 Ed io con lei.

Chiaranetta è soddisfatta... Per tutto.

Buonanotte.

Dott.ssa Pittari Chiara

(Pedagogista, Educatrice presso la Casa Famiglia Murialdo)

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martedì 11 agosto 2026

Cosa significa essere genitori

COSA SIGNIFICA ESSERE GENITORI?

Essere genitori non significa soltanto accompagnare la crescita di un bambino o di una bambina.

Significa, inevitabilmente, incontrare anche parti di noi.

La loro rabbia può incontrare la rabbia che a noi non era permesso esprimere.

Il loro pianto può risvegliare ciò che abbiamo imparato a trattenere.

Il loro bisogno di vicinanza può toccare antiche esperienze di distanza.

Il loro “NO” può mettere in discussione ciò che abbiamo imparato sull’obbedienza.

La loro vitalità, il disordine, l’intensità, la dipendenza possono raggiungere luoghi della nostra storia che pensavamo lontani.

Non perché ogni difficoltà educativa nasconda necessariamente una ferita del passato. Ma perché nessun adulto entra nella relazione educativa senza una storia.

Portiamo con noi ciò che abbiamo ricevuto, la nostra storia educativa, ciò che ci è mancato, le parole con cui siamo stati consolati o rimproverati, il modo in cui sono state accolte le nostre emozioni, gli sguardi attraverso i quali ci siamo sentiti riconosciuti, accolti, corretti o giudicati, l’idea di bambino e di autorità che abbiamo respirato crescendo.

E qualche volta reagiamo prima ancora di riuscire a comprendere cosa stia accadendo.

È qui che la consapevolezza diventa una responsabilità educativa.

Non significa diventare genitori perfetti. Non significa non arrabbiarsi, non sbagliare, non perdere mai la pazienza.

Significa imparare, poco alla volta, autenticamente a fermarci per auto-osservarci quando la reazione si attiva:

Che cosa sta accadendo a mio figlio/figlia?

E che cosa sta accadendo dentro di me mentre ciò accade?

Sono due domande differenti, ma profondamente intrecciate.

La prima ci aiuta a non perdere di vista il bambino reale. Il comportamento del bambino racconta qualcosa dei suoi bisogni, delle sue possibilità evolutive, della sua fatica in quel momento.

La seconda ci aiuta a non confondere ciò che appartiene a lui con ciò che appartiene a noi. La nostra reazione racconta qualcosa di noi.

Diventare consapevoli significa creare un piccolo spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.

Uno spazio nel quale possiamo accorgerci che la rabbia è nostra senza consegnarla al bambino. Che il senso di impotenza, la frustrazione o la fatica di non sentirci ascoltati appartengono a noi e non possono diventare un peso da consegnare al bambino.

Che possiamo mettere un limite senza umiliare.

Dire no senza minacciare.

Riparare quando abbiamo ferito.

Dire “mi dispiace”, riconoscere l’effetto delle nostre azioni e accogliere ciò che l’altro ha vissuto, senza per questo perdere autorevolezza.

Riconoscere che alcune modalità educative ricevute possono terminare con noi.

Spezzando catene transgenerazionali.

Janusz Korczak scriveva che la fatica dell’incontro con i bambini non consiste nell’abbassarsi alla loro altezza, ma nell’«innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti».

Forse essere genitori significa anche questo: riconoscere il bambino che siamo stati, perché la nostra storia possa essere conosciuta senza diventare, inconsapevolmente, il copione della relazione con il bambino che abbiamo davanti.

Possiamo interrompere automatismi. Possiamo riparare. Possiamo scegliere risposte nuove. Ciò che abbiamo ricevuto non deve necessariamente essere ciò che consegneremo.

E mentre accompagniamo un bambino a crescere, continuiamo inevitabilmente a crescere anche noi.

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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giovedì 25 giugno 2026

La potenza della noia

 LA POTENZA GENERATRICE DELLA NOIA

Viviamo in una cultura che sembra avere paura del vuoto.

Ogni attesa deve essere riempita.

Ogni silenzio deve essere interrotto.

Ogni momento libero e senza struttura deve trasformarsi in un’attività programmata.

Ogni segnale di noia e di ozio deve essere immediatamente risolto. Tamponato. Riempito.

E così, spesso senza rendercene conto, finiamo per offrire ai bambini e alle bambine una continua successione di stimoli, proposte, immagini, suoni, attività, azioni, schermi, corsi, esperienze organizzate.

Ma siamo sicuri che crescere significhi essere continuamente stimolati?

Lo sviluppo non nasce soltanto da ciò che entra. Nasce anche da ciò che ha il tempo di sedimentare.

Come la terra dopo la pioggia.

Come un seme che germoglia sotto la superficie senza che nessuno possa vederlo.

Molti dei processi più importanti della crescita sono invisibili.

Hanno bisogno di lentezza.

Hanno bisogno di pause.

Hanno bisogno di spazi vuoti.

Vuoti che il bambino e la bambina può abitare e trasformare con ciò che porta dentro di sé. In autonomia.

La noia, da questo punto di vista, non è un errore educativo.

È un’esperienza umana fondamentale. È quel momento in cui il bambino/a non trova immediatamente qualcosa che catturi la sua attenzione dall’esterno e, proprio per questo, può iniziare a rivolgere lo sguardo verso l’interno.

Può ascoltare il proprio corpo.

Può sentire ciò che desidera.

Può immaginare.

Può creare.

Può organizzarsi.

Può inventare.

Può scoprire che dentro di sé esiste un mondo.

Può sentire che ce la può fare.

Quando interveniamo troppo rapidamente per eliminare la noia e per riempire l’ozio rischiamo di trasmettere un messaggio implicito altro che funzionale: “Da solo non puoi trovare qualcosa che ti interessi. Devi dipendere da me”.

Ma i bambini e le bambine possiedono una straordinaria capacità di generare gioco, significati, simboli, storie e possibilità.

Hanno solo bisogno di tempo. Tempo per attraversare quel piccolo spazio di incertezza che precede la nascita di un’idea. Perché spesso la creatività non arriva subito.

Arriva dopo. Arriva proprio dopo quel momento in cui non succede apparentemente nulla.

È lì che una pozzanghera diventa un oceano.

Che un bastone diventa una bacchetta magica.

Che una coperta diventa una tana.

Che una scatola diventa una nave pronta a salpare.

Non servono oggetti straordinari.

Serve immaginazione. E l’immaginazione ha bisogno di spazio.

Quanto spazio lasciamo, ogni giorno, noi adulti a ciò?

Anche il sistema nervoso beneficia di questi momenti. La continua ricerca di stimoli esterni può rendere più difficile sviluppare la capacità di stare con sé stessi, di ascoltare le proprie sensazioni, di coltivare attenzione profonda e presenza. La noia offre invece un’occasione preziosa per rallentare.

Per sentire.

Per osservare.

Per sostare.

Per entrare in relazione con il mondo senza che qualcuno abbia già deciso cosa fare, come farlo e perché.

Per so-stare il vuoto senza il pieno di qualcun’altro.

Per imparare che ogni vuoto non deve essere colmato.

Ecco che il compito più funzionale dell’adulto è quello di fidarsi della noia.

Fidarsi del fatto che, oltre quella soglia che tanto ci preoccupa, esiste un territorio straordinariamente fertile. Un territorio in cui nascono il gioco, la creatività, l’autonomia, la capacità di iniziativa e il piacere della scoperta.

Perché la noia non è il contrario della vita. Molto spesso è il luogo da cui la vita ricomincia a fiorire.

E forse la fatica che proviamo davanti alla noia dei bambini e delle bambine parla anche della nostra. Della difficoltà di fermarci. Di ascoltarci. Di restare nel silenzio.

Perché prima ancora di educare i bambini ad abitare la noia, siamo noi adulti a poter riscoprire la sua straordinaria forza generativa.

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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giovedì 28 maggio 2026

Genitori presenti solo fisicamente

 GENITORI PRESENTI SOLO FISICAMENTE

I bambini e le bambine non cercano adulti perfetti. Non chiedono una presenza continua. Cercano qualcosa di molto più semplice ma per noi adulti molto più difficile. Un adulto che, ogni tanto, quando loro alzano gli occhi ci sia davvero.

 

“Essere un bambino, alzare gli occhi e vedere un genitore assente? È terrificante. Non è solo qualcuno che non c’è, è essere totalmente dipendente da questo essere umano e nessuno è casa/rifugio.”

Diane Poole Heller

Questa frase apre una riflessione che va oltre la presenza fisica e corporea.

Perché l’assenza non sempre è distanza corporea. A volte è uno sguardo pensante che non incontra.

Un adulto che c’è con il corpo … ma non è disponibile emotivamente.

Un adulto che occupa lo spazio con il corpo ma non abita la relazione con il pensiero e la presenza emotiva.

C’è fisicamente ma non c’è con la mente.

E su questa assenza è fondamentale “porci in ricerca”. Di cosa siamo specchio per i bambini e le bambine?

Perché loro non imparano da ciò che diciamo. Imparano dal clima emotivo che respiriamo.

Dalla qualità della nostra presenza. Dal modo in cui attraversiamo il disagio, il conflitto, l’attesa, i confini, le relazioni.

Siamo specchio del rapporto che abbiamo con la noia.

Se ogni vuoto ci spaventa…se riempiamo ogni attesa con uno schermo, una proposta, una distrazione…il bambino/a non impara ad abitare il vuoto.

Impara che fermarsi è pericoloso. Che il silenzio va riempito perché “minaccioso”. Che il proprio sentire va anestetizzato.

Ma la noia è uno spazio fertile dove il corpo rallenta, il cervello integra, il desiderio emerge, il gioco nasce. L’apprendimento mette basi.

Siamo specchio del rapporto che abbiamo con la dis-regolazione emotiva.

Spesso pensiamo che le bambine e i bambini imparino soprattutto da come ci relazioniamo con loro. Ma osservano anche - e profondamente - come noi adulti stiamo nelle relazioni tra adulti.

Come ci parliamo.

Come litighiamo.

Come e se chiediamo scusa.

Come affrontiamo la frustrazione.

Come mettiamo confini.

Come ripariamo.

Osservano se davanti al conflitto urliamo, manipoliamo, ci chiudiamo nel silenzio punitivo o svalutiamo l’altro.

Osservano se il conflitto rompe o può essere attraversato. Se le emozioni possono essere accolte o devono essere negate.

Siamo specchio del rapporto che abbiamo con il potere.

I bambini e le bambine osservano continuamente come noi adulti abitiamo il potere nelle relazioni.

Non solo con loro.

Osservano come parliamo e comunichiamo al partner. Ai familiari.

Osservano le nostre risposte corporee: se d’attacco o se di fuga.

Osservano come gestiamo il dissenso. Se persuadiamo, imponiamo, ricattiamo, cediamo sempre… o costruiamo dialogo.

Osservano i nostri silenzi, dentro i quali spesso si nascondono dinamiche di potere sottili. Il silenzio usato per punire o come ricatto emotivo.

Il senso di colpa o vittimismo per ottenere vicinanza.

Il sarcasmo o la lamentela costante per avere ragione.

L’affetto e l’approvazione quando l’altro si conforma.

Siamo specchio del rapporto che abbiamo con la tecnologia.

Osserva se il nostro viso e sguardo si illumina più per uno schermo che per il suo racconto.

Se interrompiamo la presenza mentale e il contatto per connettersi a notifiche e scroll.

Se usiamo la tecnologia per chiudere nostri buchi di noia.

Se “fuggiamo” con l’immersione nei dispositivi.

E allora dove siamo quando siamo con i bambini?

Dove abita il nostro sguardo?

Dove corre il nostro pensiero?

Cosa stiamo tentando di non sentire?

Cosa riempiamo continuamente per non incontrare il vuoto?

Quali conflitti stiamo evitando?

Quali emozioni stiamo chiedendo ai bambini e alle bambine di non mostrarci perché sono difficili da sostenere dentro di noi?

Perché i bambini e le bambine non cercano adulti perfetti. Non chiedono una presenza continua.

Cercano qualcosa di molto più semplice ma per noi adulti molto più difficile. Un adulto che, ogni tanto, quando loro alzano gli occhi ci sia davvero.

Con il corpo.

Con il cuore.

Con il pensiero e la mente.

Con il coraggio di guardarsi dentro.

Perché una delle forme più profonde di cura non è imparare ad essere sempre presenti. Ma accorgerci, con compassione e coraggio, di tutte le volte in cui siamo assenti - falsamente presenti - senza rendercene conto.

Per tornare ad esserci.

 

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

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mercoledì 25 marzo 2026

Guardami

 GUARDAMI

Spesso i bambini e le bambine hanno bisogno che qualcuno si fermi davvero a guardarli.

E forse, se potessero parlare con la voce più profonda del loro cuore, ci direbbero questo.

Se mi gridi,

il mio cuore trema di paura.

Se mi comandi,

la mia voce si spegne.

Se mi ignori,

la mia anima si perde.

Sono piccolo/a,

ma sento tutto.

Se mi guardi con occhi teneri,

il mio cuore si illumina.

Se mi ascolti con il cuore,

imparo a fidarmi.

Se mi lasci esplorare,

scopro chi sono.

Anche cadendo.

Sono un bambino/a,

ho bisogno di tempo,

di spazio,

di mani che accolgano senza stringere troppo,

di occhi che vedano senza giudicare o umiliare,

di parole che costruiscono e scaldano senza ferire.

E se qualche volta sbagli - perché anche gli adulti sbagliano - non allontanarti da me.

Non umiliarmi.

Avvicinati.

Guardami negli occhi.

Toccami.

E dimmi: “Scusa.”

Così il mio cuore imparerà

che gli errori possono essere riparati

e che l’amore non si rompe

quando attraversa la verità.

Se mi ami con rispetto,

imparerò ad amare il mondo.

Guardami,

accompagnami,

amami.

Senza condizioni.

Sono solo un bambino.

Sono solo una bambina.

La relazione non ha bisogno di adulti perfetti, ma di adulti capaci di riparare.

 

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

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mercoledì 18 febbraio 2026

L'amore è cura

AMORE = CURA

Educare è un atto d'amore, è presenza. attenzione, è uno scambio continuo, è esserci


Oggi si parla tanto di amore, ma per noi che camminiamo accanto agli adolescenti, l’amore ha un nome diverso: si chiama CURA.

L’amore di un genitore o di un educatore è fatto di due pilastri fondamentali: PRESENZA e ATTENZIONE.

Non basta la vicinanza fisica per dire "io ci sono". Esserci significa sintonizzazione emotiva. È quella presenza consapevole, senza "se" e senza "ma", che permette a un ragazzo di sentirsi al sicuro anche nel mezzo di una tempesta emotiva. 

L’attenzione è una delle espressioni più belle dell’amore: vedi per comprendere. Non è controllo; è interesse, condivisione, valore.

Significa:

Vedere chi hai davanti, oltre i voti o i comportamenti difficili.

Riconoscere la sua unicità, anche quando sfida le tue aspettative.

Conoscere con curiosità, ogni giorno, chi è e chi sta diventando.

Tutto ciò che si fa quando si ama una persona non si chiama SACRIFICIO, si chiama AMORE. 

Quando si agisce per amore, lo si fa per scelta, perché si vuole, non perché si deve. Non si vive annullandosi, si vive CON loro, in uno scambio che nutre entrambi.

Educare è un atto d’amore costante. Questa riflessione è dedicata a chi ama educando e a chi, ogni giorno, sceglie di "esserci" davvero.

Se anche tu credi che educare sia un atto d'amore, condividi questa riflessione con un genitore o un educatore che "c'è davvero" e diffondi con noi la cultura di una adolescenza e di genitorialità consapevole.

Maura Manca

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

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mercoledì 4 febbraio 2026

Infanzia tempo sacro

 INFANZIA: TEMPO SACRO!

Educare è accogliere, accompagnare, lasciare provare e sperimentare, tirare fuori, tempo, fiducia.

Educare è accogliere l’unicità di ogni neonato, bambino e bambina, creando uno spazio abitato reale e coerente, in cui ciascuno possa germogliare nel rispetto dei suoi semi d’anima: bisogni, tempi, emozioni, ricerca, autonomie, gioco, corpo e sensi.

È accompagnare senza dirigere autoritariamente, osservare con cura senza invadere e senza giudizio, essere presenza senza né occupare tutto lo spazio né essere disconnesso dal sentire del presente - quando la mente rimugina nel passato o pianifica il futuro.

Educare è lasciare provare e sperimentare. Lasciare che il bambino e la bambina giochino spontaneamente, esplorino, scagliano, cadano, e ritentino.

Lasciare che conoscano i propri limiti non perché qualcuno glieli impone, ma perché li incontra, li attraversa, li vive, li integra nel corpo e nell’esperienza.

Osservare: “Lasciami da solo qualche volta mentre gioco, e osservami dalla giusta distanza.” In queste parole vive un’esperienza profonda:  la possibilità di essere visti ma senza essere controllati, diretti, sostituiti, annullati, forzati. Bensì sostenuti nella fiducia.

Educare, dal latino educere, significa “trarre fuori”, “guidare verso”. Non significa riempire, plasmare, addomesticare, addestrare e correggere continuamente.

Come ci ricorda Maria Montessori, “il bambino non è un vaso da riempire, ma una sorgente da lasciar sgorgare”. 

Una sorgente che ha bisogno di tempo, fiducia e rispetto per poter emergere.

Educare è anche saper fare un passo indietro.

Non intervenire sempre nei conflitti, non risolvere ogni difficoltà ed emozione, non fornire risposte immediate a ogni domanda - fredde, prestazionali, che sono solo misura della “potenza” intellettiva dell’adulto. 

Perché un bambino e una bambina a cui vengono sempre date risposte preconfezionate e immediate, senza sperimentarsi e ricercare insieme, impara presto a dubitare di sé.

Non abita quelle esperienze essenziali per costruire fiducia nelle proprie risorse, per sentire profondamente “ce la posso fare”.

Prima di educare è necessario credere nella forza vitale del bambino.

Per farlo, l’adulto è chiamato a un lavoro profondo e spesso scomodo: guardare alla propria storia educativa, riconoscere le tracce ricevute, distinguere ciò che appartiene al proprio passato da ciò che è autenticamente del bambino o bambina accanto. 

Solo così può evitare di proiettare aspettative, paure e bisogni irrisolti, lasciando spazio all’altro per essere davvero sé stesso.

Custodire l’infanzia come tempo sacro significa camminare accanto, osservando con cura, accogliendo senza condizioni e mediare quando necessario.

Educare non è riparare o aggiustare. È avere fiducia nella vita che già c’è. Lì davanti a noi!

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

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