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venerdì 20 marzo 2015

Papà medaglia d'oro

PAPA' MEDAGLIA D'ORO
Il mese di marzo ci regala la Festa dei papà. Sarebbe imperdonabile lasciar passare l'occasione, senza parlare di una presenza fondamentale nell'educazione dei figli. Una cosa è certa: se non rivalutiamo la figura paterna, faremo poca strada.


Basta con i papà di carta, descritti dai libri! È mille volte preferibile mostrarli in diretta, in carne e ossa. Sono questi i veri Trattati dell'arte della paternità. Ecco, dunque, una splendida rassegna di papà che ci insegnano ben più di quanto raccontano cento pedagogisti nei loro volumi.
Il papà di Madre Teresa di Calcutta
«Era un uomo severo e da noi pretendeva molto. Ma era anche molto generoso. Donava a tutti cibo e denaro, senza farsi notare né vantarsi. Diceva sempre: "Dovete essere generosi con tutti come Dio è stato generoso con noi: ci ha dato tanto, tanto, per cui fate del bene a tutti".
Una volta mi ha detto: "Figlia mia, non prendere mai né accettare mai un boccone di pane, se non è diviso con gli altri". Un'altra volta mi disse: "L'egoismo è una malattia spirituale"».


Il papà di Enzo Biagi, scrittore
«Di mio padre ricordo la grandissima generosità, l'apertura e la disponibilità verso tutti. Non è mai passato un Natale - e il nostro era un Natale modesto - senza che alla nostra tavola non sedesse qualcuno che se la passava peggio di noi. Non è mai arrivato in ritardo allo stabilimento. E io ho imparato che bisogna fare ogni giorno la propria parte».


Il papà di san Giovanni Paolo II, papa
«Mio padre è stato meraviglioso e quasi tutti i miei ricordi d'infanzia e di adolescenza si riferiscono a lui. Era così esigente con se stesso da non aver bisogno di mostrarsi esigente con suo figlio. Il suo esempio era sufficiente a insegnare la disciplina e il senso del dovere. Era un uomo eccezionale!».


Il papà di Goffredo Parise, scrittore
«Severo, di poche parole, alto e magro, mio padre con la sua presenza fisica ha influito su di me trasmettendomi la capacità di non scompormi mai!».


Il papà di Giovanni Spadolini, politico
«Il suo amore per i libri e la biblioteca fornitissima in cui passava le giornate hanno avuto un'importanza decisiva nella mia formazione. Era un uomo di grande probità morale e di grande dedizione al lavoro. Nel 1942 e 1943 salvò molti beni di Israeliti. E non solo beni. Nel 1944 rimase ucciso sotto i bombardamenti mentre soccorreva i feriti».


Il papà di Francesca D'Acquino, attrice
«Non potrò mai dimenticare mio padre: se penso al passato, vedo soltanto lui. È stato un uomo che ha sofferto moltissimo. Ha sopportato tredici anni di malattia prima di spegnersi. Una lunga agonia. Era una persona stupenda, eccezionale. Quando studiavo all'Accademia d'arte drammatica a Roma, mi veniva sempre a prendere la sera tardi o mi aspettava alla fermata dell'autobus e, una volta a casa, anche se erano le due di notte, mi preparava la cena. Da mio padre ho imparato tanto: gli vorrò sempre bene».


Il papà di Claudio, diciannove anni
«Mio padre è stato bocciato una volta alle Medie e a scuola non era uno dei migliori. Ora, con tutto quello che ha dovuto affrontare nel lavoro, si è come illuminato. Lui è sempre lì a correggerti, ad aiutarti. Quando stai facendo un lavoro, lui ti mostra sempre un'altra possibilità di fare quella cosa. In famiglia è come una fonte di salvezza».


Il papà di Flavio Insinna, attore
«Molto severo, ma di grandissimo cuore. Un esempio da seguire nella vita di tutti i giorni. È stato il medico degli ultimi, dei più disperati, dei malati di mente, dei tossicodipendenti, dei diversamente abili. Mi ha insegnato che nella vita ci vogliono sempre generosità e la voglia di tendere la mano a chi ne ha bisogno».


Eccoli i nostri meravigliosi papà: che cosa aspetta l'Unesco a dichiararli "Patrimonio dell'Umanità"?

HANNO DETTO
• "Credo che i padri non si rendano conto di quanto i ragazzi hanno bisogno di loro" (Alessandro D'Avenia, insegnante-scrittore).
• "Oggi ne sappiamo quanto basta per comprendere che il bambino per evolversi in modo armonioso, deve poter interagire con entrambi i genitori" (Norberto Galli, pedagogista).
• "Se non rivalutiamo con equilibrio tutte e due le figure dei genitori faremo poca strada" (Antonio Miotto, psicologo).
• "È difficile pensare a Dio padre se non si è fatta l'esperienza di un padre terrestre affettuoso e provvidente" (André Godin, pedagogista).
• "I vostri figli vogliono qualcuno da rispettare! Forse non hanno il coraggio di dirvelo, ma non c'è dubbio su quello che pensano: 'Comportatevi da genitori, non da coetanei!'" (Charles Galea, pedagogista americano).
• "Le parole che un padre dice ai figli nell'intimità della casa, nessun estraneo al momento le sente, ma alla fine la loro eco raggiungerà i posteri" (J.P. Richter, scrittore tedesco).

I PROVERBI DEL PAPÀ
• In casa non c'è pace se la gallina canta e il gallo tace.
• Come canta l'abate, così risponde il frate.
• Il leopardo non perde le chiazze del padre (dal Marocco).
• Se il padre fa carnevale, ai figli tocca fare quaresima.
• Marito innamorato sa fare anche il bucato.
• Chi vuole essere capo deve fare da ponte (dall'Inghilterra).
• Prima di dirigere l'orchestra, bisogna conoscere la musica.
• Albero carico di frutti si china verso tutti.
• I passi del padre fanno l'andatura del figlio.


MEGLIO PADRE CHE GENERALE!
Douglas MacArthur era un generale americano duro, dalla tempra d'acciaio. Sorprese tutti quando si scoprì che un giorno aveva scritto: "Per professione io faccio il soldato e ne sono orgoglioso. Ma sono infinitamente più orgoglioso d'essere padre. Un soldato distrugge per poter costruire. Il padre costruisce sempre senza distruggere mai. Uno ha la potenzialità della morte, l'altro incarna la creazione e la vita. La mia speranza è che mio figlio, quando me ne sarò andato, mi ricordi non in battaglia, ma in casa, mentre recito con lui la mia preghiera quotidiana".


Autore: Pino Pellegrino
Fonte: Bollettino Salesiano marzo 2015


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mercoledì 18 marzo 2015

Perchè è difficile, ma importante, dare regole?

PERCHE' E' DIFFICILE, MA IMPORTANTE,
 DARE REGOLE?
Molti genitori si trovano in difficoltà nel dare delle regole ai propri figli, ecco alcune indicazioni per essere più efficaci a dire "no".
 
Oggi c’è un grande investimento affettivo sulla famiglia e il bambino, e sia mamma che papà fanno fatica ad utilizzare un codice educativo come se la parte del “cattivo” non volesse farla nessuno. In realtà i nostri figli per crescere sani e felici hanno bisogno di amore ma anche di educazione: non si è genitori se non si educa ed è un compito che non si può delegare a terzi.

Educare e amare sono quasi sinonimi nella crescita di un figlio, soprattutto educare è sinonimo di condurre ad essere... autonomi, a poter correre in libertà nelle strade tortuose della vita dotati di solide gambe a sorreggere.
Dunque non è importante se sia il padre o la madre a proporre al bambino un codice educativo, ma che entrambi lo condividano e si mostrino solidali di fronte al bambino/a.


Ma esistono delle ricette preconfezionate per dare regole ai figli?
Purtroppo no, non esistono regole uguali per tutti, esistono regole della vostra storia con i vostri figli.
E’ bene ricordare inoltre che le norme vanno prima condivise, cioè nel caso dei bambini piccoli enunciate.
Sapere che esiste una regola chiara e comprensibile, una regola che un bambino di 2, 3 anni è in grado di comprendere e di ricordare, consente anche di applicare delle sanzioni nel caso in cui il bambino decida di trasgredire la regola.
Spesso i genitori dei bambini più piccoli chiedono come fare con i No che i bambini sembrano non voler capire, per esempio “non tirare fuori le pentole dai cassetti”, relativo ai bambini di poco più di 1 anno. In questi casi il No risponde a un bisogno dell'adulto e non del bambino, il quale fa giustamente il suo lavoro, quello di esplorare e conoscere.
Si può solo portare pazienza sapendo che quel no andrà ripetuto centinaia di volte finché il bambino possa farsene una ragione, certamente la cosa migliore è offrire un'alternativa ludica parimenti interessante.
Insomma non esistono regole uguali per tutti né ricette che aiutino in questo i genitori, esiste però per tutti i bambini un diritto all'ascolto dei propri bisogni e risposte personalizzate alla propria relazione familiare; esiste per tutti i bambini il diritto a sentire che dei genitori responsabili sanno dire di No per proteggerlo e aiutarlo a strutturare una psiche sana a forte di fronte alle frustrazioni della vita.

Dire di no quindi è importante perché:
  1. le regole danno sicurezza e contenimento;
  2. le regole esterne diventano regole interne;
  3. i no permettono di sperimentare e abituarsi a gestire la frustrazione;
  4. non è possibile avere tutto e subito: saper aspettare/rinunciare/guadagnarsi;
  5. i no danno valore e significato ai sì;
  6. il limite aiuta a scoprire che c’è un altro al di fuori di me.
Come posso migliorarmi?
  1. È importante riconoscere l’importanza di uno stile genitoriale “autorevole”, che dia la possibilità al bambino di assumere un ruolo attivo e partecipe nel prendere decisioni, in modo da favorire lo sviluppo della sua capacità decisionale e della sua autonomia.
  2. Le convinzioni e le credenze riguardanti il senso dell’auto-efficacia nel genitore sono un aspetto centrale che condiziona il modo di affrontare le difficoltà e i comportamenti provocatori. La percezione che un genitore ha della propria efficacia nel saper affrontare e fronteggiare comportamenti problematici è particolarmente importante. Le emozioni infatti influenzano la cognizione della nostra stima; è utile preservare stima in sé in quanto genitori perché ciò infonde sicurezza nell’adulto ma anche nel bambino, che può sentirsi così contenuto.
  3. Può capitare di eccedere nelle nostre reazioni perché esasperati dalla situazione, non è un dramma, ma non deve essere la costanza del nostro metodo educativo: è importante che il bambino sappia e senta che i genitori gli vogliono bene anche quando “fa il cattivo”. Così il bambino capisce che “quegli aspetti negativi di sé, di cui lui stesso ha paura, e che a volte lo travolgono, non sono tutto, bensì sono solo una piccola parte della sua personalità. “(Silvia Vegetti Finzi)
Ma qual è, secondo voi, la modalità più efficace per comunicare regole e limiti?

Autrice: Elisa Oliva
Fonte: www.psicologo-milano.it

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venerdì 13 marzo 2015

I trucchi del buon educatore

I TRUCCHI DEL BUON EDUCATORE
L’arte di educare conosce alcune strategie, alcune ‘astuzie’ pedagogiche sagge e valide


Secondo il nostro stile che non ama i gargarismi, ecco subito qualche esempio.
Uno dei più diffusi tormentoni delle mamme italiane è riuscire a far mangiare il bambino.
Ebbene, vogliamo che mangi? Non supplichiamolo perché mangi! Pratichiamo, cioè, la strategia dell’indifferenza.
Insistere tanto sul mangiare significa mettere in mano al piccolo un’arma con cui ricattarci, un’arma che il bambino saprà usare in tutti i modi, pur di attirare su di sé la nostra attenzione.
Mostrandoci indifferenti, invece, siamo noi a tenere la situazione in mano.
“Non mangi? Va bene lo stesso! Mangerai quando avrai fame!”.
Calme, mamme! Nessun pericolo che il bimbo muoia di fame! Garantito! All’istinto della fame non si può resistere!
Fino a questo momento, nessun bambino al mondo, avendo del cibo a disposizione, è morto di fame! Quando avrà fame, il bambino mangerà!

Vogliamo far arrivare qualche messaggio al figlio adolescente?
Pratichiamo la strategia del metodo indiretto.
Tutti sappiamo che gli adolescenti fanno cortocircuito con il metodo frontale che li prende di mira in modo diretto (il maledetto metodo della ‘predica’!).
Dunque, se vogliamo dire qualcosa al ragazzo (e qualcosa dobbiamo pur dirgli, per non essere genitori puramente ‘allevatori’ ma anche ‘educatori’!), parliamogli senza chiamarlo direttamente in causa.
Esempio: siamo a tavola, parliamo tra noi, madre e padre, sul programma televisivo visto ieri sera e diamo il nostro giudizio negativo sulle parolacce, sulla violenza, sul sesso sfacciato… Il figlio, mentre continua a mangiare la pastasciutta, sente e viene a conoscere qual è il nostro quadro valoriale che, forse, non collima con quello degli insegnanti e degli amici. In tal modo abbiamo parlato al figlio, senza suscitare la reazione tipica dell’adolescente!

Molto vicina alla strategia del metodo indiretto è la strategia della chiacchierata informale.
Siamo in piazza e stiamo parlando del più e del meno con un gruppo di conoscenti ed amici.
Ad un tratto il figlio, che ha scorazzato di qua e di là, si avvicina e sente (meglio:ascolta!) le nostre opinioni sulla politica, sulla religione, sulla società d’oggi...è incredibile l’influsso che possono avere sull’animo del figlio le nostre parole dette spontaneamente, senza filtro!
Ha tutte le ragioni il semiologo e scrittore Umberto Eco a dire “credo che si diventi quello che ci ha insegnato nostro padre nei momenti morti mentre non si preoccupava di educarci”.

Altro esempio di strategia pedagogica è quella della reazione morbida.
Il bambino strepita? La madre gli risponde con tutta calma (facile dirlo!):“Non capisco niente! Se non abbassi la voce, le mie orecchie sono sorde”.
Il bambino fa capricci? La madre resta tranquilla (anche qui, facile a dirlo!), continua a stirare calma e serena, tutt’al più una carezza sul capo.
Questa è la strategia della reazione morbida.
Dicono che, sovente, funzioni; certo è una strategia intelligente: rispondere al capriccio del bambino con una nostra escandescenza è come voler spegnere il fuoco, versandovi sopra benzina!

Attenti ai tempi morti
Forse educhiamo quando meno pensiamo di educare.
Subito la prova: il padre incontra per strada un bisognoso che chiede aiuto: gli posa due euro sulla mano tesa, mentre il figlio vede; la madre è in chiesa: prega in silenzio, concentrata, intanto il figlio osserva.
Ecco due esempi di splendida educazione non direttamente voluta, educazione che supera di gran lunga quella realizzata con una valanga di parole sull’amore del prossimo e sulla fede in Dio.
Rientrano anche nella strategia dei ‘tempi morti’ le parole che lasciamo cadere senza preavviso, come la cosa per noi più naturale del mondo. Mentre siamo a tavola, il papà, ad un tratto, dice: “Le parolacce sono come il raglio dell’asino nel bel mezzo di un concerto!”. La madre, vedendo la reclame di un parrucchiere, esclama: “Non basta avere i capelli in ordine, bisogna anche avere le idee ordinate”…
Parlare in questo modo non offende nessuno, neanche il figlio adolescente sempre (e giustamente!) così allergico alle ‘prediche’.
Non solo, ma le parole dette senza preavviso, sovente hanno un fortissimo impatto sul figlio perché rivelano i nostri pensieri più intimi, le nostre opinioni, i nostri Valori che ci portiamo dentro.
Mi ha sempre colpito la confessione del professore Leo Buscaglia il quale rivela che si è costruito la sua morale sulle parole che il padre lasciava cadere a tavola, durante la cena.

Questo dico al figlio
“Se stai solamente con chi la pensa come te, tanto vale vivere con i pappagalli!”.
“Non lasciarti imbottigliare dal vino!”.
“E' meglio mostrare la testa che l’ombelico”.
“Chi vince gli altri è muscoloso. Chi vince se stesso è forte”.
“Non c’è niente d’intelligente ad esser triste”.
“Non curarti dei commenti, se in regola ti senti”.
“Grinta e coraggio ci mantengono in vantaggio”.
“Dove entra il bere, esce il sapere”.

Che ne dite?
“Se i genitori riuscissero soltanto a capire quanto annoiano i figli!” (Bernard Shaw).
“A 27 anni al massimo, buttateli fuori di casa, come ho fatto io. Un giorno vi ringrazieranno” (Maria Luisa De Rita).
“Un sorriso al bambino è meglio del pannolino ben sistemato” (Benjamin Spock).
“A volte curo la madre ed il bambino guarisce” (Marcello Bernardi).
“Come terapia indico dieci chilometri di bicicletta assieme al padre, ogni domenica. Il tempo con il padre è una cosa fondamentale!” (Giovanni Bollea).

Autore: Pino Pellegrino
Fonte: Bollettino Salesiano gennaio 2013

 

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mercoledì 11 marzo 2015

Frasi da non dire mai ad un bambino

FRASI DA NON DIRE MAI AD UN BAMBINO
Parole dette senza pensare, che ci sembrano banali, oppure che ci sono uscite in un momento di stanchezza o di rabbia possono offendere i nostri figli. Ecco le 9 frasi più comuni che è meglio non dire a un bambino. Tratto da un articolo di parenting.com

A tutti noi genitori stanchi e sempre di fretta può capitare di rivolgerci ai nostri figli con frasi sbagliate, che possono lasciare i nostri piccoli feriti e arrabbiati. Paula Spencer, blogger del sito americano parenting.com, ha stilato un elenco delle 9 cose che è meglio evitare di dire ai bambini e con quali frasi sostituirle.

1 Lasciami in pace!
E' più che lecito che un genitore si prenda una pausa dai figli. Ma dire troppo spesso a un piccolo frasi come: "Lasciami in pace", "non disturbarmi", "sono occupata"... si rischia di far interiorizzare al bambino il messaggio che voi non avete mai tempo per lui.
In questo modo sarà difficile che quando sarà grande abbia un dialogo con voi e vi racconti i suoi problemi da adolescente.
Bisognerebbe, invece, abituarli fin da piccoli che i genitori hanno bisogno di un tempo per sé. Lasciateli qualche volta con una baby sitter, con una nonna o da un amico, e prendetevi un po' di spazio. Quando tornerete da loro sarete più disponibili.
E quando siete stressate e dovete fare qualcosa di corsa, preparatevi in anticipo delle frasi da dire ai vostri figli. Ad esempio potete dire: "La mamma deve finire una cosa importante, state tranquilli a disegnare per qualche minuto, appena ho finito vi porto fuori".
Ovviamente siate realistiche: difficilmente un bambino di età prescolare potrà intrattenersi un'ora da solo...

2 Tu sei così...
Le etichette, soprattutto se negative, rimangono appiccicate ai bambini e si trasformano in profezie che si autoavverano "Perché sei sempre così... timido"? "Perché sei così scema...". Alla fine un piccolo si sente davvero stuipido e inizierà a comportarsi di conseguenza.
Ma anche l'etichetta di "intelligente" rischia di trasformarsi in un'aspettativa difficile da sopportare per un bambino piccolo.
Un approccio di gran lunga migliore è quello di affrontare il comportamento specifico ed evitare gli aggettivi sulla sua personalità. "Hai sbagliato a trattare male la tua amica. Vediamo insieme come si può rimediare..."

3 Non piangere
Dire frasi come: "Non essere triste"; "Non fare il bambino"; " Non c'è motivo di avere paura"... Ma i bambini piccoli che ancora non riescono a dire a parole quello che provano è normale che piangano, così come è normale che abbiano delle paure. Dirgli che non devono piangere o non c'è motivo di essere tristi, significa mandargli il messaggio che le loro emozioni non sono valide. E che non è un bene essere tristi o spaventati.
Piuttosto che negare le emozioni di un bambino, è molto meglio dimostrargli di riconoscere quello che prova, ad es: "Devi essere molto triste perché lui non vuole essere più tuo amico". "E' normale che tu abbia paura delle onde, ma io ti starò vicino e ti terrò per mano e vedrai che non ci sarà nessun percolo".
Nominate le emozioni che prova vostro figlio, imparerà a gestirle e a non farsi travolgere. E la prossima volta anziché piangere descriverà con parole sue cosa sta provando.

4 Perché non sei come tua sorella?
A volte viene naturale prendere un fratello d'esempio: “Tua sorella alla tua età si vestiva già da sola...”. Ma i paragoni si possono ritorcere contro. Inoltre ogni bambino è diverso dall'altro.
Lasciate che ognuno si sviluppi secondo il proprio ritmo, il proprio temperamento e la sua personalità. Paragonarlo sempre agli altri, potrebbe far sembrare a vostro figlio che voi lo avreste desiderato diverso.
Inoltre i confronti continui non aiutano a migliorare i comportamenti. Sentirsi sempre sotto pressione per qualcosa che non è pronto a fare o che non gli piace fare può essere fonte di confusione e stress e può minare la sua autostima
Oppure potrebbe risentirsi e non fare ciò che gli chiedete per ripicca e iniziare così un braccio di ferro che non porta da nessuna parte. Meglio invece incoraggiare i successi e portare ad esempio ciò che riesce a fare: “Bravo, ti sei infilato il cappotto da solo!”...

5 Dai che lo sai fare benissimo!
Come i confronti, le frecciatine ai figli possono fare più male di quello che un genitore immagina. Imparare è un percorso fatto di prove ed errori. Davvero pensate che vostro figlio sia capace di versarsi l'acqua da quella brocca così pesante? Se non se la sente non insistite, casomai provate insieme a vedere come fare. Magari riempite la brocca con meno acqua così non avrà paura di non riuscire a versarla.
E se sbaglia evitate un commento negativo: non sarà né produttivo né d'aiuto.
Da evitare anche frasi come: “Non posso credere che l'hai fatto!” “Era ora!” . Non sembrano frasi terribili, ma non vogliono dire niente e il messaggio che un piccolo potrebbe ricevere è “tu non fai

6 Smettila o te le do!
Le minacce sono il risultato di genitori frustrati e raramente sono efficaci. A volte ci troviamo a urlare avvertimenti come: “ Se lo fai ancora ti sculaccio!”. Il problema è che poi dovete dare seguito alle minacce, altrimenti perderete il vostro potere. E ormai è provato che sculacciare non migliora il comportamento.
E' molto più efficace sviluppare un repertorio di tattiche costruttive: siate autorevoli e calmi, spiegategli che non va bene comportarsi così, che capite le sue motivazioni ma ora non è il momento di avere l'ennesimo biscotto. In alternativa proponetegli di leggere un libro assieme.

7 Aspetta quando papà torna a casa!
Questa frase molto usata è solo un altro tipo di minaccia. Inoltre si rinvia il problema in un secondo momento. Mentre davanti a un capriccio bisogna intervenire subito. Se si rinvia l'intervento del genitore, il piccolo rischia di non collegarlo con l'azione sbagliata da lui commessa. Quando l'altro genitore torna a casa è probabile che il bambino abbia dimenticato quello che ha fatto.
Inoltre passare la patata bollente a qualcun altro mina anche la vostra autorità. Vostro figlio potrebbe pensare: “Perché devo ascoltare la mamma se poi tanto lei non fa nulla?”.
Infine si mette il vostro partner nella posizione del cattivo poliziotto.


8 Sbrigati!
Viviamo in un tempo fitto di appuntamenti, orari, mancanza di sonno, traffico e siamo sempre di corsa. E quando un bimbo, ignaro del ritmo frenetico, non trova le sue scarpe, non vuole infilarsi la giacca, noi perdiamo la pazienza e finiamo per urlargli di muoversi.
Quando noi siamo così di fretta i bambini si sentono in colpa. Questo sentimento li fa stare male, ma non li motiva a fare più veloce.
"Alla mattina a casa mia c'è un tale nervosismo, e l'ultima immagine che hanno di me i miei figli è la mia faccia arrabbiata. Così ho fatto un patto con me stesso, qualsiasi cosa accada alla mattina: il latte rovesciato sui vestiti puliti, la cartella non ancora pronta... devo mantenere la calma e sforzarmi di trovare modi gentili per accellerare" racconta Paul Coleman, terapeuta famigliare.

9 Bravissimo! Sei un genio! Il rinforzo positivo, dopo tutto, è uno degli strumenti più efficaci che un genitore ha.
Il problema arriva quando la lode è vaga e indiscriminato. Dire frasi come:"Ottimo lavoro!" per ogni piccola cosa che il vostro bambino fa, alla fine lo svuota di significato.
I bambini capiscono benissimo quando la lode è meccanica.
Quindi meglio evitare elogi indiscriminati. Lodate solo i risultati che vengono da sforzi reali. Per esempio, finire un bicchiere di latte non è un traguardo eccezionale.
Siate specifici. E' inutile dire: “Bellissimo il tuo disegno” a tutte le decine di disegni che vostro figlio fa ogni giorno. Meglio commentare dicendo: “Bravo, vedo che hai disegnato l'albero con tanti rami e hai fatto le foglie verdi...”
E lodate il comportamento piuttosto che il bambino: “Sono contenta perché sei stato tranquillo a fare il puzzle mentre io finivo di cucinare, proprio come ti avevo chiesto...”

Fonte: www.nostrofiglio.it

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venerdì 6 marzo 2015

Le malattie dell'educazione: il Rachitismo

Le malattie dell'educazione: il Rachitismo
Il messaggio pedagogico più urgente, oggi: «Genitori, per favore, crescete!». I nostri ragazzi hanno bisogno di riempirsi gli occhi di adulti limpidi, ben definiti. Hanno bisogno di padri e di madri che si comportino da genitori, non da amici.

C'è da augurarsi che nessuno dei lettori sia ammalato della malattia di cui dobbiamo (sì, lo sentiamo come dovere!) parlare in questo mese: il rachitismo.
I medici ci dicono che chi è affetto da rachitismo è carente di vitamina D, per cui l'ossificazione è ostacolata e la crescita bloccata ed ecco l'uomo debole, fragile, non cresciuto, non virile, non energico e forte. è chiaro che qui non parliamo di rachitismo fisico, ma di rachitismo psichico, di infantilismo spirituale.
Parliamo di educatori non cresciuti 'dentro'. Ne parliamo come obbligo morale, come abbiamo detto, perché il rachitismo psichico colpisce al cuore l'educazione e la distrugge!
È noto a tutti che 'educare' equivale a 'far emergere', a 'suscitare' l'Uomo nascosto in ogni bambino che approda sulla Terra, così come Michelangelo ha fatto emergere il capolavoro del David nascosto nel blocco di marmo.
Ebbene, sta qui il cuore del nostro ragionamento: può far emergere una persona solo chi è emerso, solo chi ha fatto in sé l'esperienza della crescita! In breve: può far crescere solo chi è cresciuto! Chi è bonsai, non potrà mai far emergere sequoie (le piante più alte della Terra).
Ecco perché il rachitismo psichico è la malattia pedagogica più grave in assoluto.
Come si vede, il discorso si fa serio perché il punto nevralgico dell'emergenza pedagogica che è sotto gli occhi di tutti, sta nel fatto che oggi la gente cresce sempre più, mentre gli Uomini simpaticamente Uomini, gli Uomini riusciti che dimostrano la bellezza di appartenere alla specie umana, diminuiscono!
Stiamo scivolando nel piagnisteo? No! Stiamo facendo una riflessione ad alta voce per lanciare il messaggio pedagogico più urgente, oggi: "Genitori, per favore, crescete!".
I nostri ragazzi hanno bisogno di riempirsi gli occhi di adulti limpidi, ben definiti. Hanno bisogno di padri e di madri che si comportino da genitori, non da amici.
L'allarme è così urgente che vien lanciato da tutte le sponde.
La scrittrice Elena Loewenthal ci avvisa: «I nostri poveri adolescenti, già confusi per i fatti loro, potrebbero trarre danni irreparabili dal confronto con gli adulti marmocchi, resistenti alla crescita e tanto più se sono i propri genitori. Quindi mamme e papà, mammine palestrate e paparini frizzanti, bando agli affanni del giovanilismo coatto. È arrivata finalmente l'ora di crescere!».
Sulla stessa lunghezza d'onda della scrittrice è don Antonio Mazzi quando ci manda a dire che «L'anello debole della nostra società sono i quarantenni, non i quindicenni. La fragilità dei quarantenni è spaventosamente patologica: uomini grandi, ma piccoli; potenti, ma fragili; ricchi, ma vuoti; sempre amanti, mai mariti!».
Il rachitismo psichico tanto diffuso dovrebbe darci la sveglia. La pedagogia è stata stampata su carta migliaia di volte, in milioni di copie. La trovi in tutte le lingue. Eppure l'umanità è ancora ferma. Che cosa aspetta?
Aspetta Uomini di fatti, non di fiato, Uomini riusciti: personalità d'alto fusto. Poi si muoverà!

UN UOMO RIUSCITO
• L'Uomo riuscito è esistito! È esistito l'Uomo che ha tratto da sé tutto il volume dell'uomo. Un capolavoro di umanità. Aveva un nome preciso: si chiamava Gesù! Si cerchi fin che si vuole, ma non si trova uno che possa superarlo!
• Lo dicono tutti, anche quelli che non lo seguono, tanto è impegnativo.
• Persino un ateo come il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) ha dovuto ammettere che "da Cristo in giù è solo pianura!".
• Ci spiace non poter provare in questa sede (l'abbiamo fatto altrove) che Gesù è la personalità più alta e più significativa di tutta la storia. Qui ci limitiamo a trarre una conseguenza. Se è vero che Gesù è la Cima, non far incontrare i nostri ragazzi con Cristo, nascondere loro la sua conoscenza, può configurarsi come un vero reato: un reato pedagogico! È privarli della 'terapia' più sicura che guarisce l'uomo e lo fa crescere più in fretta: la 'Cristoterapia'.

QUESTO DICO AL FIGLIO ADOLESCENTE
• La vita ha il gusto che le dai.
• Va' in giro con la tua faccia, non con quella da fotocopia!
• Si può essere notevoli, senza essere notati.
• "Non esiste bellezza senza personalità" (Sofia Loren).
• Il sorriso trasforma i brufoli in ali.
• La festa è nel cuore, non nel bicchiere di liquore.
• Guarda in alto, non in aria!
• La vita è più mitica di quanto ti immagini!

PRENDO NOTA
• Non voglio far pensare che diventare adulti significhi diventare noiosi.
• Il figlio non è una medaglia da appendere al collo: non lo obbligo a fare gli straordinari per dimostrare d'aver messo al mondo un fenomeno!
• Si inganna il figlio a farlo crescere con il sedere nel burro.
• Chi ama i fiori non li calpesta, né li coglie per sé, ma li lascia crescere, liberi e belli, nel prato.

Autore: Pino Pellegrino
Fonte: Bollettino Salesiano gennaio 2015

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mercoledì 4 marzo 2015

Bambini troppo lodati

Bambini troppo lodati
La domanda che dovremmo porci non è se lodare i nostri figli oppure no, ma come lodarli.

Mi capita spesso di sentire genitori o insegnanti lodare i propri ragazzi con molta enfasi .
Da spettatore, ci sono situazioni in cui approvo quel riconoscimento verbale, altre volte è come se sentissi qualcosa che non mi convince. A pelle.

Cambiano i tempi, cambia la famiglia, il sistema di istruzione e anche i modelli culturali. Se alcuni decenni fa il rigore e la critica erano considerate buone prassi educative, oggi capita di cadere nell’eccesso opposto.
Le prime ricerche a provare che la lode è un modo di migliorare la motivazione e l’autostima risalgono agli anni 60 ed erano in controtendenza con la scarsa considerazione che allora si aveva per l’approvazione. Da allora si è variamente dimostrato come il rendimento scolastico, professionale e il successo nella vita sono correlati ad esperienze di gratificazione e fiducia in se stessi.
In alcune culture, tuttavia, la lode è molto rara eppure la motivazione è alta, e negli ultimi anni anche in occidente è stato dimostrato che bambini “troppo” amati, lodati, attenzionati, hanno prestazioni inferiori rispetto a chi viene spronato a fare meglio.

Cosa fa la differenza?

Non tutte le lodi sono uguali.
Bambini molto lodati potrebbero rapidamente perdere l’interesse o temere un futuro fallimento che non farebbe loro ricevere la lode nuovamente.

La sincerità della lode
La sincerità della lode è molto importante: spesso il bambino mostra cosa ha fatto o cosa sa fare perché cerca un contatto con l’adulto. I bambini fiutano a distanza quando non pensiamo quello che stiamo dicendo. Per questa ragione, lodarlo può diventare un’abitudine: un modo automatico di rispondere anche quando non stiamo partecipando all’attività con la nostra attenzione.

Una lode “esagerata” per un compito semplice
Una “lode esagerata” per un compito semplice che il bambino ci mostra potrebbe fargli credere che non abbiamo grande fiducia nelle sue capacità.

Lode al “processo” non alla persona
Infine, la lode dovrebbe riguardare il processo e non la persona: ciò significa che va bene sottolineare l’impegno, lo sforzo, la cura, e non l’intelligenza, la bravura o le attitudini del bambino.

La lode è utile se espressa nel modo corretto

In base a queste riflessioni, diamo per scontato che la scelta non è tra la lode e la critica (quest’ultima ha un senso solo se costruttiva). La lode, dunque, ha una sua utilità solo se viene espressa nel modo corretto, ovvero:
  • Deve descrivere il comportamento e non giudicarlo (“hai scelto dei colori molto belli!”
  • Non deve escludere la possibilità di sbagliare e riprovare (“ho visto quanto impegno ci hai messo!”)
  • Non deve essere enfatica in attività troppo semplici.
I bambini possono diventare dipendenti dalla lode quando cercano l’attenzione di un adulto, e peggio ancora, possono diventare molto competitivi quando il premio alla loro attività è la lode stessa e non la soddisfazione personale o l’apprendimento.

Fonte: www.blogmamma.it

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dalla parte dei bambini, SEMPRE