A CHI STO CERCANDO DI DIMOSTRARE QUALCOSA?
Spesso nella
vita quotidiana, pensiamo di scegliere liberamente. Diciamo sì quando avremmo
voluto dire no. Accettiamo impegni che ci prosciugano. Lavoriamo senza
concederci pause. Cerchiamo di essere sempre disponibili, formati, competenti,
impeccabili. Spuntiamo infinite liste di cose da fare. Abbiamo paura di
deludere. Ma perché lo facciamo? A chi stiamo cercando di dimostrare qualcosa?
Dal latino de-monstrare: rendere manifesto, mostrare con fatti, parole
o segni certi.
Oggi una riflessione mi abita. Anzi, forse una domanda.
“A chi sto cercando di dimostrare qualcosa?”
E, soprattutto… “Perché?”.
Molto spesso, nella vita quotidiana, pensiamo di scegliere
liberamente. Diciamo sì quando avremmo voluto dire no. Accettiamo impegni che
ci prosciugano. Lavoriamo senza concederci pause. Cerchiamo di essere sempre
disponibili, formati, competenti, impeccabili. Spuntiamo infinite liste di cose
da fare. Evitiamo il conflitto. Abbiamo paura di deludere. Ci sentiamo in colpa
quando mettiamo un confine.
Se ci ascoltassimo davvero, forse scopriremmo che molte di queste
scelte non nascono dal nostro sentire più autentico. Nascono da qualcosa di
molto più antico.
Fin dall’infanzia ciascuno di noi costruisce, senza accorgersene, una
sorta di copione educativo interiore. Un copione che, spesso silenziosamente,
continua a dare forma, colore e significato al nostro presente.
Non perché siamo fragili. Non perché possediamo un temperamento
piuttosto che un altro.
Ma perché il sistema nervoso del bambino è biologicamente orientato a
proteggere ciò da cui dipende la sua vita: la relazione con gli adulti che si
prendono cura di lui.
Nei primi anni di vita un bambino non può pensare:
“Forse mamma oggi è molto stanca.”
“Forse papà è preoccupato.”
“Forse quell’insegnante o quell’educatore sta vivendo un momento
difficile.”
Il suo cervello è ancora immaturo per interpretare la realtà con il
pensiero astratto tipico dell’adulto.
Osserva ciò che accade. Coglie il clima emotivo. Sente le sfumature
delle relazioni. Attribuisce significati alle esperienze che vive. E costruisce
strategie per mantenere vicinanza, protezione e appartenenza.
Così possono nascere, silenziosamente, copioni interiori. Vere e
proprie strategie di protezione che, nel tempo, possono trasformarsi anche in
corazze relazionali.
“Se sono bravo, mi vedono e amano.”
“Se non piango, mi vogliono bene.”
“Se non do fastidio, vengo accettato.”
“Se mi prendo cura degli altri, allora valgo.”
“Se faccio sempre di più, allora merito di essere riconosciuto.”
Queste convinzioni raramente vengono insegnate con le parole. Si
costruiscono attraverso migliaia di esperienze quotidiane, gli sguardi
ricevuti, le risposte degli adulti, i silenzi, le approvazioni, le critiche, le
riparazioni … e anche le loro assenze.
Sono strategie di adattamento. E, in quel momento della vita, hanno
una funzione preziosa. Permettono al bambino e alla bambina di preservare il
legame da cui dipende.
La grande fatica è quando quel copione educativo continua a guidare
anche la nostra vita adulta.
Così continuiamo a cercare approvazione. A dimostrare il nostro valore
attraverso ciò che facciamo. Attraverso quanto produciamo. Attraverso quanto
siamo disponibili. Attraverso quanto riusciamo a soddisfare le aspettative
degli altri. Attraverso il successo. Attraverso la scalata sociale.
Come se il nostro valore dovesse essere continuamente conquistato.
La crescita personale non consiste nel cancellare quei copioni. Essi
raccontano la nostra storia. Parlano del bambino che siamo stati e delle strategie
che il suo sistema nervoso ha costruito per sentirsi al sicuro.
Possiamo guardarli con rispetto. Con delicata compassione. Perché,
probabilmente, ci hanno aiutato ad attraversare un tratto importante della
nostra vita.
Oggi, però, possediamo ciò che allora non avevamo. Un cervello maturo.
Maggiore consapevolezza. La possibilità di riflettere sulle nostre esperienze.
La libertà di scegliere.
Le neuroscienze ci ricordano una cosa straordinaria.
Il cervello umano continua a trasformarsi per tutta la vita. Le
relazioni significative, le nuove esperienze, la consapevolezza e la
riflessione possono costruire connessioni nuove. Non cancellano la nostra
storia. Ma possono trasformare il modo in cui la abitiamo.
Possiamo scegliere di non lasciare che un copione scritto quando
avevamo tre, quattro o undici anni continui a decidere chi essere per il resto
della nostra vita.
Ed è qui che questa riflessione incontra anche l’educazione.
Un adulto che sente di dover continuamente dimostrare il proprio
valore rischia, senza volerlo, di chiedere anche ai bambini e alle bambine di
dimostrare il loro.
Di essere bravi.
Obbedienti.
Performanti.
Sempre all’altezza.
Precocemente indipendenti.
Sempre pronti a rispondere alle richieste dell’adulto.
Ma un bambino e una bambina non dovrebbero crescere per meritarsi
l’amore. Dovrebbero crescere sapendo che il loro valore non dipende dalla
prestazione. Che il loro comportamento non coincide con ciò che sono. Che
possono sbagliare senza perdere il diritto di essere accolti.
DI-MOSTRARE. Sì. Ma non per convincere gli altri del nostro valore. Piuttosto per mostrare, prima di tutto a noi stessi, il coraggio di vivere con maggiore autenticità. Perché il più grande atto educativo non è dimostrare chi siamo agli altri. È permetterci, finalmente, di essere ciò che siamo.
Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi
Fonte: L’Atelier della Pedagogista
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