I BAMBINI SENTONO CIÒ CHE NON DICIAMO
I bambini sentono come stiamo anche se cerchiamo di nasconderlo. Lo capiscono dalla voce, dagli sguardi, dalle nostre risposte, per questo dobbiamo imparare a raccontare le emozioni.
I figli e le figlie sanno molto più di quanto immaginiamo. O, forse,
sarebbe più corretto dire: sentono.
Sentono sottilmente come stiamo. Lo incontrano nella voce, nello
sguardo, nella postura, nella distanza, nel modo in cui respiriamo,
rispondiamo, tocchiamo, ci muoviamo nella relazione.
Possiamo dire «non ho niente», ma il nostro corpo può raccontare tutt’altro.
Ed è proprio per questo che diventa importante, per noi adulti,
imparare a narrare le emozioni che attraversiamo, senza trasformarle in
qualcosa di proibito o da nascondere.
Non dobbiamo mostrarci sempre sereni.
Non dobbiamo fingere di non avere paura.
Non dobbiamo essere adulti che non si arrabbiano mai, non piangono
mai, non sono mai stanchi, fragili o preoccupati.
Un bambino, una bambina non ha bisogno di incontrare un adulto senza
emozioni difficili. Ha bisogno di incontrare un adulto capace, progressivamente,
di riconoscerle, nominarle e assumersene la responsabilità.
Quando invece le parole dell’adulto raccontano una cosa e il corpo ne
comunica un’altra - “va tutto bene” mentre il volto è teso, la voce si alza o
si spegne, il corpo si irrigidisce - il bambino/a percepisce questa
incongruenza. E ciò che non viene nominato non necessariamente scompare.
Anzi, talvolta può diventare più difficile da comprendere: ”Sento che
sta accadendo qualcosa, ma nessuno mi aiuta a dare un significato a ciò che sento”.
Per questo dire, con parole adeguate all’età: “Sono un po’
preoccupata/o in questo momento. È una cosa da adulti e me ne sto occupando”,
oppure “Prima mi sono arrabbiato molto. Adesso ho bisogno di qualche minuto per
ritrovare calma. Ti ho spaventato”, può essere profondamente diverso dal
fingere che nulla stia accadendo.
Ma qui esiste un confine fondamentale.
NARRARE NON SIGNIFICA SCARICARE.
Raccontare le proprie emozioni a un bambino o una bambina non
significa affidargliele. C’è una differenza enorme tra: “Mi sono arrabbiato
perché TU hai fatto…” e “Mi sono arrabbiato molto per quello che è successo. La
mia rabbia, però, è mia e sono io adulto a dovermene occupare”.
Nel primo caso il bambino rischia di ricevere un messaggio implicito
molto pesante: “Tu sei responsabile di ciò che accade dentro di me”. È qui che
può insinuarsi una delle logiche proprie della pedagogia nera: rendere il
bambino responsabile del benessere emotivo dell’adulto, trasformando la
relazione educativa in un terreno di colpa, obbedienza e sottomissione.
L’autenticità dell’adulto, dunque, non consiste nel dire tutto al
bambino/a, ma nel non costringerlo a dubitare di ciò che percepisce e,
contemporaneamente, nel proteggerlo da ciò che non gli appartiene.
Essere emotivamente autentici significa poter dire: “Questa emozione
esiste. Puoi vederla. Possiamo darle un nome. Ma non devi portarla tu”.
È forse questa una delle forme più profonde di responsabilità adulta:
non nascondere la propria umanità e, nello stesso tempo, non chiedere a un
bambino/a di sostenerne il peso.
«Il genitore che parla con i figli delle loro emozioni favorirà nei bambini lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, ossia della capacità di comprendere più pienamente i propri sentimenti e quelli degli altri.»
Daniel Siegel
Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi
Fonte: L’Atelier della Pedagogista
Paidòs
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