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giovedì 22 ottobre 2026

Ci sono bambini a cui chiediamo troppo

 CI SONO BAMBINI A CUI CHIEDIAMO TROPPO

Alziamo continuamente l’asticella delle nostre aspettative, come se ogni conquista dovesse essere immediatamente seguita da un’altra, ogni competenza raggiunta dovesse diventare il punto di partenza per una nuova richiesta. E quando riescono a fare ciò che chiediamo, troppo spesso quella conquista diventa rapidamente una nuova aspettativa.

Ci sono adulti a cui non basta mai. E bambini e bambine a cui chiediamo troppo, persino di non avere bisogno di troppo.

E continuiamo a raccontare che sono i bambini e le bambine a non accontentarsi.

Ci sono adulti a cui non basta mai.

Non basta la presenza.

Non basta l’attenzione.

Non basta il tempo.

Non basta la disponibilità.

Non basta ciò che l’altro offre, perché lo sguardo è continuamente rivolto a ciò che ancora non arriva.

Un gesto ricevuto diventa l’attesa del successivo.

Una disponibilità diventa un’aspettativa.

Una presenza diventa qualcosa di dovuto.

E così, lentamente, ciò che esiste perde valore davanti a ciò che manca.

E poi ci sono bambini e bambine a cui chiediamo troppo. Alziamo continuamente l’asticella delle nostre aspettative, come se ogni conquista dovesse essere immediatamente seguita da un’altra, ogni competenza raggiunta dovesse diventare il punto di partenza per una nuova richiesta.

Chiediamo di aspettare quando noi stessi fatichiamo a tollerare l’attesa.

Di mantenere la calma quando siamo i primi a perdere la pazienza.

Di accettare un rifiuto senza protestare, mentre noi fatichiamo ad accogliere un limite.

Di adattarsi ai cambiamenti, anche quando sono improvvisi, decisi da altri, difficili da comprendere.

Chiediamo di condividere ciò a cui tengono, di interrompere ciò che stanno facendo, di collaborare anche quando sono stanchi, di comprendere le nostre ragioni mentre noi non sempre ci fermiamo a comprendere le loro.

Pretendiamo che sappiano regolare emozioni che stanno ancora imparando a conoscere, attraversare frustrazioni senza manifestarle troppo, riconoscere i bisogni degli altri mentre i loro rischiano di rimanere inascoltati.

E quando riescono a fare ciò che chiediamo, troppo spesso quella conquista diventa rapidamente una nuova aspettativa. Ciò che ieri era un traguardo, oggi diventa qualcosa di scontato.

E così rischiamo di chiedere ai bambini una maturità emotiva che noi adulti non sempre riusciamo a esprimere.

Una capacità di adattamento che non pretendiamo da noi stessi. Una disponibilità che faticheremmo a garantire. Una tolleranza alla frustrazione che, nelle nostre relazioni, non sempre sappiamo sostenere.

Eppure, mentre agli adulti riconosciamo il diritto di essere stanchi, nervosi, contrariati, di avere una giornata difficile, ai bambini e alle bambine chiediamo troppo spesso di essere comprensivi, ragionevoli, disponibili.

Come se crescere significasse dover dimostrare continuamente di essere capaci di qualcosa in più, anziché poter essere riconosciuti anche per ciò che si è, per ciò che si sente e per ciò che ancora non si riesce a fare.

Riconosciuti nella umana vulnerabilità.

Un bambino, una bambina dipendono concretamente dall'adulto per la propria sopravvivenza, per la protezione e per la regolazione emotiva.

Un adulto, pur continuando ad avere bisogni affettivi e relazionali, dovrebbe poter sviluppare progressivamente la capacità di riconoscerli, comprenderli e assumersene la responsabilità, senza affidare continuamente a qualcun altro il compito di soddisfarli.

Questo non significa che gli adulti debbano essere autosufficienti, non avere bisogni o smettere di chiedere. Significa riconoscere la differenza tra un bisogno e una pretesa. Tra il desiderio di ricevere e l’incapacità di riconoscere ciò che si riceve.

Tra il cercare una relazione e il chiedere all’altro di colmare continuamente qualcosa dentro di noi.

Talvolta, dietro quel non mi basta mai, possono abitare antiche mancanze, aspettative mai interrogate, bisogni di riconoscimento che continuano a cercare conferme.

Ma diventare adulti comporta anche una responsabilità: non trasformare automaticamente le proprie mancanze in obblighi per gli altri.

E forse è proprio qui che dovremmo soffermarci. Perché crescere anagraficamente non significa necessariamente aver imparato a riconoscere i propri bisogni, a tollerare ciò che manca, a distinguere un desiderio da un diritto sull’altro.

Si può diventare adulti continuando a cercare nelle relazioni una conferma incessante del proprio valore. Continuando a misurare l’affetto attraverso la quantità di attenzioni ricevute. Continuando a interpretare ciò che l’altro non può offrire come una sottrazione, anziché riconoscere ciò che liberamente sceglie di donare.

E in questa ricerca continua rischiamo di perdere qualcosa di essenziale: la capacità di sentirci raggiunti da ciò che riceviamo. Perché quando niente sembra bastare, anche la presenza più autentica può diventare invisibile.

E l’altro, lentamente, rischia di non essere più incontrato per ciò che è, ma per ciò che riesce a soddisfare delle nostre aspettative.

Le nostre storie possono aiutarci a comprendere perché continuiamo a chiedere. Ma non possono diventare una ragione per pretendere che gli altri riparino continuamente ciò che abbiamo vissuto.

Perché la maturità emotiva non coincide con il non avere più bisogno di nessuno.

È anche la capacità di abitare il desiderio senza esserne governati, di attraversare una mancanza senza pretendere che qualcuno la cancelli, di riconoscere il valore di ciò che c’è senza misurarlo continuamente attraverso ciò che non c’è.

E forse dovremmo prestare maggiore attenzione a quel modo di dire così spesso rivolto all’infanzia:

«Non ti basta mai!»

Perché ci sono bambini e bambine che chiedono ancora perché stanno crescendo e hanno bisogno di noi. E ci sono adulti che continuano a chiedere ancora senza aver imparato a riconoscere ciò che hanno già ricevuto.

E forse, prima di dire a un bambino “Non ti basta mai!”, dovremmo domandarci quanto siamo capaci, noi adulti, di riconoscere ciò che abbiamo davanti senza continuare a pretendere qualcosa di più.

Autrice: Dott.ssa Lucia Vichi

Fonte: L’Atelier della Pedagogista

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