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martedì 21 aprile 2020

I ragazzi in comunità conoscono il sapore amaro di attese e restrizioni

I RAGAZZI IN COMUNITÀ' CONOSCONO IL SAPORE AMARO DI ATTESE E RESTRIZIONI

“È così noioso restare a casa…”.
Non si può uscire, non si possono vedere gli amici… che noia.
Concordo vivamente che restare a casa sia noioso; non potersi godere il sole, un bel cocktail, la corsa al parco con gli amici, lo shopping al centro.
Ah stare a casa… che tortura…
Concordo vivamente, penso da vera egoista. Poi però mi dico che c’è chi una casa, uno spazio proprio e privato non lo ha. Ci sono i miei ragazzi per esempio… Beh loro, la propria casa cercano di dimenticarla o provano, con uno sforzo sovrumano, a immaginarne una…
Cosa vuole essere questa, commiserazione o forse pena? No, oggettività.
Chi momentaneamente risiede in una comunità educativa sa bene cosa significhi essere ristretto; sa bene cosa significhi attendere che qualcuno prenda una decisione che lo faccia uscire da quella maledetta e noiosa prigionia. C’è chi ha di suo solo un pigiama rattoppato, dei vestiti, dei trucchi, un pallone e uno spazzolino da denti. Magari c’è chi non ha una mamma e un papà, e c’è chi sarebbe meglio che non li avesse proprio perché… vedete gli orchi abitano questo mondo, tanto quanto i virus, e per i nostri ragazzi spesso hanno le sembianze di comuni genitori, oppure somigliano alla miseria, oppure ancora all’ignoranza… sono pur sempre mostri.
I ragazzi che mangiano, dormono, studiano, vivono in comunità sanno spesso cosa sia la noia di non poter parlare con tutti, di pazientare, di scontrarsi con altri con cui bisogna convivere forzatamente.
Oggi a lavoro i ragazzi hanno disegnato, hanno cucinato un dolce, hanno infornato una pizza, hanno messaggiato con qualche compagno o con un amore lontano e nascosto, chissà. Oggi a lavoro i ragazzi si sono annoiati, dopo la partita a Monopoli, dopo aver rivisto quel film in tv; eh sì, anche qui ci si annoia. Uno di loro ha chiesto se l’udienza che avrebbe dovuto avere sarà spostata a quando; ho letto sul suo viso, l’espressione di “che ne sarà di me?”. Solitamente in questi casi un abbraccio, una carezza può servire; soprattutto quando l’incertezza del futuro si materializza con un’email che avvisa della sospensione di tutte le udienze. Ora non si può dare una pacca sulla spalla, dobbiamo mantenere le distanze, ci si accarezza con lo sguardo.
Fortuna, mi dico, che sono abituati a non avere contatto umano; ciò rende tutto più facile, di questi tempi.
Beh si è capito no? Mi presento: sono un educatore. Oggi sono di turno io. Nella borsa ho un po’ di dvd sgraffignati a casa, qualche ricetta da fare, una scatola di giochi da tavola e la voglia che il tempo passi con un po’ di leggerezza.
“Ma almeno tu esci…”, mi dicono, sì è vero, esco. Prendo la macchina, indosso la mia mascherina di fortuna e vado a lavoro. Prima di mettere in moto, controllo di nuovo il mio conto corrente. Rivedo ancora una volta la medesima cifra; non cambia da quasi cinque mesi… il sociale non è mai una cosa semplice da comprendere. Magari la benzina la metterò domani ma domani, ho letto, forse ci sarà lo sciopero dei benzinai… chiudo gli occhi e mi dico “andrà tutto bene”… continuo a ripetermi questa frase da ben prima dell’emergenza pandemica.
Quando arrivo fuori dalla comunità educativa dove lavoro, faccio un respiro, suono il campanello e c’è chi mi viene incontro, sorridendo. “Hai portato un nuovo gioco?!”; c’è chi invece sfugge al mio sguardo e va in camera sua, trascinandosi appesantito dai pensieri. “Oggi non deve essere stata un gran giornata per lui” mi dico.
Entro e chiudo fuori dalla porta i miei timori sull’evolversi dei contagi, la mia paura per la mamma che è infermiera e continua a lavorare, la mia paura per la nonna, sola in casa ma io non posso vederla perché potrei essere pericoloso per lei… La paura di non riuscire a reggere lo sguardo dei ragazzi, le loro domande e le loro preoccupazioni. Alle volte, sapete, si sorprendono nel vedere un adulto pensieroso o triste… secondo loro, gli adulti non piangono; non fanno cose così “da deboli” insomma. “No”… glielo dico spesso “gli adulti piangono, temono… solo che la maggior parte di loro lo fa di nascosto. Non siamo mica coraggiosi come i bambini”.
Tutti i miei pensieri rimangono, pesanti come un enorme baule in legno massiccio, fuori dall’ingresso; qui in comunità non entrano, non c’è posto per loro. Li riprenderò quando smonterò dal turno e me li riporterò a casa. Ho ricevuto un messaggio sul cellulare oggi: c’è chi ha paura che tra gli evasi dalle carceri ci sia uno fra quegli orchi che un tempo trasformava le notti stellate, quelle che solo i bimbi possono disegnare in sogno, in incubi senza luna. Rispondo che non c’è da avere paura, che bisogna restare a casa. Sembro così sicuro, lo so… ma la verità è che penso a quanta paura, nella stessa situazione, avrei io. Cerco di essere rassicurante, scrivo “Andrà tutto bene”; inizia a sembrare piuttosto indigesta questa frase, persino nello scriverla provo una fitta allo stomaco.
Lascio il telefono nella stanza degli educatori. Adesso si pensa solo ai ragazzi. Ora devo giocare, cucinare, rimproverare chi non si è fatto la doccia o non si è fatto il letto. Devo parlare con quel ragazzo che ha quasi compiuto 18 anni e ha un decreto sulle spalle che lo invita a tornare a casa al compimento della maggiore età… Mi dico “ma quale casa?”. Blocco subito questo pensiero nella mia mente ed entro nella stanza dove c’è lui. Mantengo la distanza, che di sicuro non ci aiuta a comunicare. Ancora una volta non mi guarda, scorre distrattamente le notizie sul telefono. A lui non dirò che andrà tutto bene, questa cosa lo farebbe arrabbiare… farebbe imbufalire anche a me.
“Ho portato la cioccolata, ce la potremmo cucinare sai, bella calda… fuori nevica”. Parlo ma nulla… silenzio. “Ho una nuova canzone da farti sentire, parla di un adolescente arrabbiato che vorrebbe trasformare il proprio educatore logorroico in uno scarafaggio”. Per la prima volta, oggi, il suo sguardo si posa su di me .. ride. Riesco a portarlo in cucina, beviamo una cioccolata tutti assieme. C’è chi dei ragazzi litiga per il possesso del telecomando, chi canticchia… Bisbiglio nell’orecchio che non importa del decreto… ci inventeremo qualcosa assieme: un lavoro, un percorso di studio, un’occupazione…qualunque cosa…
“Non ti lasceremo così… dopotutto questa è casa tua, no? Sai che il professor Silente in Harry Potter, con fare molto più saggio del mio, confortò il suo alunno ribadendo che un aiuto sarebbe sempre stato dato ad Hogwarts, a chi lo avrebbe richiesto? funziona così anche qui ma senza gufi”. Io non sono un mago… sono solo un educatore e lui non è un ragazzo prodigio ma un bambino cresciuto troppo in fretta. Sarà la cioccolata, sarà che nevica, sarà che abbiamo iniziato a giocare e mi stanno distruggendo; tra un po’ la mia pedina sarà tolta dal piano di gioco perché avrò perso… di nuovo. La casa ora è un po’ più calda. Non durerà fino a domani… lo so già. “Domani penseremo a qualcos’altro”.
È noioso stare a casa… Già… abbiamo tutti uno pseudo motivo valido per lamentarci. Stare a casa con i propri cari o con qualcuno che prepari una focaccia o un dolce… beh pensate che… c’è chi non ci dorme la notte per questo…
Ma forse è meglio così… a rigor di logica ha meno motivi per lamentarsi. Dopotutto non ha idea di cosa significhi… una casa.
Si cerca un pretesto per uscire, si cerca una scusa per evadere, non si sa attendere…
I miei ragazzi invece sono abilissimi nel destreggiarsi nell’attesa. Loro attendono decreti, che però non arrivano dal governo. I loro decreti provengono dal tribunale e non prevedono la chiusura di strade o parchi… i loro decreti raccontano storie. Raccontano di quel genitore condannato in via definitiva per le violenze commesse in famiglia, raccontano dell’affidamento del minore ai servizi sociali territoriali, dell’impossibilità di rientrare presso la propria abitazione per motivi igienico-sanitari, o raccontano della fuga di quella genitrice con il suo nuovo compagno.
Quando arriva un decreto qui in comunità mi chiedo sempre come si possa spiegarlo, con tutti i suoi altisonanti paroloni giuridici, a un ragazzo… e a un bambino?
Ci si lamenta della focaccia che a casa ha un sapore banale, dell’uscita serale e dell’aperitivo mancato…
Mi chiedo se queste cose manchino a un ragazzo cresciuto dalla cruenta strada, se manchino al bimbo piccolo ritrovato, per caso, nell’appartamento logoro di quella prostituta e del suo compagno spacciatore…
Non saprei.
Di sicuro l’aperitivo o la settimana bianca mancano anche al ragazzo che studia Platone con me e mi chiede a cosa serva pensare, se poi gli adulti non pensano e scappano di casa per andare dalla parrucchiera o a correre quando in giro c’è la possibilità di infettarsi e contagiare innocenti.
“C’è bisogno di pensare invece” ribadisco, “c’è bisogno perché tu sei in gamba, non sei come loro”.
Una vita normale manca a tutti… Già… Soprattutto a chi non l’ha mai vissuta.
Lamentarsi… ah arte sublime.
Io vado a lavoro, cerco di stare attenta se sbadiglio, se starnutisco, se tossisco. I ragazzi hanno già la salute e il cuore sovraccarico di problemi e pensieri; faccio attenzione per loro, per me, per chi amo.
Oggi un bimbo mi ha chiesto tutto contento se avessi portato un gioco nuovo… era il Monopoli del 1997. Per lui è nuovo e tanto gli basta per rendere viva la giornata, in un tempo così morto.
Il mio collega è venuto a darmi il cambio, il suo baule di pensieri è parcheggiato fuori assieme al mio. Ci salutiamo con lo sguardo, non serve parlare… “Andrà tutto bene, amico mio” lo sanno dire anche gli occhi. Odo il più piccolo della comunità che corre come un pazzo… “Facciamo la Pizza!!! ho visto gli ingredienti nella busta sii… io la voglio strapiena di mozzarella”. Basta un occhiolino che sta per “Fai un buon turno” e mi congedo dal collega. Saluto tutti, esco fuori dalla porta mentre pregusto quella vocetta stridula che ha il sapore della pizza più buona del mondo.
Riprendo il mio baule, metto la mascherina e torno a casa. I miei cani mi accolgono scodinzolando, si sente il profumo dei taralli, la mamma è vicino al forno; li controlla con lo sguardo, come se questo li facesse cuocere meglio; mio padre è seduto sulla sua poltrona, guarda il telegiornale che parla di cose brutte. Mi godo la scena, penso confortato: “Ah, quant’è bella casa mia!”.
Cerco un nuovo film, un nuovo gioco, una nuova attività da fare domani. I miei ragazzi per ora hanno una casa. Non durerà per sempre, andranno via, ne arriveranno altri… Domani vorrei che sentissero anche loro questo calore che avverto mentre osservo la mia quotidianità… noiosa… ma che sa di buono, come i miei ragazzi.
E poi viene fuori questo pensiero pensato a 4 teste con le ragazze e l’educatrice Stefania:
“Il tempo non è più tempo, è fermo nell’angolo, cupo e appassito, ma intanto io vivo, e riscopro me stessa, sono insieme alle stesse persone di sempre eppure mi sembrano belle pur se siamo come in prigione, riusciamo a vivere in comunione anche se la morte fa paura, stare insieme è la nostra cura. Spero presto finirà, ma finalmente il valore di un abbraccio si capirà”. (B., A.M., P. S.)

Chiara Pittari

Chiara Pittari è educatrice professionale nelle comunità per minori
 della cooperativa sociale Paidòs a Lucera (Foggia).

Fonte: www.animazionesociale.it

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lunedì 13 aprile 2020

Abbiamo bisogno di tenerezza

ABBIAMO BISOGNO DI TENEREZZA
E’ impossibile che esista 'umanità', se non esiste la tenerezza. Togli la tenerezza ed hai il freddo, l'asociale, l'indifferente, il crudele, il disumano.

In treno una donna fissa con tristezza la borsa che tiene sulle ginocchia, quando, parlando con l'amica, dice, quasi angosciata: «So che mio marito può essere buono, affettuoso! Con il cane si comporta così... Con il cane, non con me!».

Una madre sta facendo ragionamenti, raccomandazioni, 'prediche' alla figlia (terza liceo). La ragazza ascolta con espressione dura e tesa. Poi guarda la madre dritta negli occhi e scandisce: «Mamma, sono stufa e stanca delle tue prediche! Perché, invece, non mi prendi tra le tue braccia e mi tieni stretta? Nessun consiglio potrà mai farmi tanto bene. Per favore, abbracciami!».

Ecco che cosa manca oggi: manca la tenerezza! Manca il gheriglio dell'umano!

Sì, perché la tenerezza non è tenerume, non è melassa. 'Tenerezza' è parola di nove lettere, ma di spessore enorme.

Tenerezza è:

rimanere in silenzio per ascoltare l'altro,

rispondere con un sorriso,

preferire accarezzare la mano del malato che subissarlo di parole,

salutare per primo,

dare una coperta a chi ha freddo,

telefonare per rompere la solitudine di qualcuno,

essere presenti senza essere pesanti.

La tenerezza addolcisce la vita e la tiene in piedi, più del pane e del companatico, sostengono gli psicologi. La tenerezza è un nostro bisogno assoluto.

Tanto che in America hanno addirittura inventato la Festa delle coccole ('Cuddle Party').

Secondo gli ideatori i 'Cuddle Party' sono un modo per guarire dall'alienazione metropolitana. Sono validissimi per ritrovare l''umano' dopo tanti incontri con sole macchine, con soli oggetti.

Non è il caso di partecipare ad un incontro del 'Cuddle Party' per incontrare la tenerezza. La possiamo gustare a casa nostra se le apriamo al porta e la facciamo entrare. Le vie per introdurla non mancano. Ci limitiamo a due.

L'importanza della sera

La prima è quella di non sprecare la sera. La sera è il momento che, più d'ogni altro, è adatto a seminare tenerezza. La sera è benigna, è tenera, è discreta.

Prima di andare a letto c'è nell'aria voglia di calore, di affetto, di stringersi insieme. La notte incombe e fa paura: si desidera che qualcuno ci tenga per mano. Il calore della sera fa dimenticare le impazienze e le tensioni della giornata.

Don Bosco, che di educazione si intendeva, ha capito che le ore della sera sono importanti. Per questo ha voluto la 'Buona notte'. Cioè quel discorsetto affettuoso che nelle Case salesiane il Direttore rivolge alla sua 'famiglia' per chiudere la giornata. Don Bosco aveva capito che di sera si aggiustano i cuori!

I genitori che rincalzano le coperte ai loro piccoli, non solo mantengono la giusta temperatura della famiglia, ma fanno sì che la terra continui ad essere abitata da uomini che ancora conoscono la tenerezza e i sentimenti, abitata da uomini che non sanno solo accumulare, ma anche ardere. Traguardo saggio come nessun altro. Mettere al mondo figli e non umanizzarli tanto vale (scusate!) fabbricare robot o coltivare funghi!

Il tono della voce

La seconda via alla quale qui vogliamo accennare per introdurre in casa la tenerezza è il tono della voce. Il tono non è il volume e neppure il timbro.

Il volume dipende dalla capacità polmonare, il timbro dal patrimonio cromosomico genetico.

Il tono è il calore e il colore che l'anima mette nelle parole.

Il tono della voce umana ha sfumature amplissime per comunicare mille sentimenti: amore, passione, gioia, dolcezza, delusione, speranza, coraggio...

Per questo lo proponiamo come ottima strategia per innaffiare le radici della tenerezza.

D'altronde lo sanno bene le mamme che, fin dalla nascita, parlano al bambino con tono dolce, affettuoso, tenero, lieve, accogliente, rassicurante, accattivante...

Tutti gli psicologi concordano nel dire che i piccoli sono sensibili al tono delle parole ben più che al loro contenuto.

La loro sensibilità è così elevata da renderli tutti ostili all'urlo.

L'urlo crea tensione e irritazione.

L'urlo è la sponda opposta della tenerezza.

Dunque da bandire da chi vuole un mondo di umani e lasciarlo alle belve della foresta.

Fonte: www.biesseonline.org

Autore: Pino Pellegrino

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mercoledì 1 aprile 2020

Coronavirus: consigli per la convivenza tra genitori e figli

CORONAVIRUS, CONSIGLI PER LA CONVIVENZA TRA GENITORI E FIGLI

È aprile , è arrivata la  primavera che porta con sé i primi raggi caldi del sole, ma piove su tutti noi qualcosa di surreale e denso: l’obbligo di rimanere in casa imposto da una battaglia che non si può non combattere, insieme.

Tutto ad un tratto si rompono i ritmi della quotidianità, si perdono le abitudini, si sovverte la gestione delle giornate e soprattutto non si può uscire di casa se non per motivi necessari. Interi nuclei familiari si sentono così spinti da un necessario e complesso bisogno di riassestamento per far fronte a esigenze diverse raggruppate sotto lo stesso tetto.

Una delle grandi difficoltà sta nelle necessità differenti di genitori e figli: il lavoro, la cura della casa, la scuola e il gioco si fondono in un unico spazio e in un tempo complementare.

Diventa così prioritario inventare un nuovo modo di vivere; mamme e papà si organizzano subito con calendari giornalieri per riuscire a far felici tutti, almeno in parte. In questa fase è fondamentale non riempire allo stremo il tempo ma cercare di seguire una routine il più possibile simile a quella precedente; svegliarsi e fare colazione, lavarsi il viso e mettersi la crema, dirsi buongiorno, insomma sostenere un modo di vivere pieno ma non sovraccaricato.

Ma come continuare nel tempo ad affrontare un’emergenza simile, tanto più disorientante perché priva di una precisa tempistica?

Il “mondo educante” si interroga e deve trovare risposte veloci, in grado di stare al passo con la realtà che cambia da un giorno all’altro, di rispondere in modo diverso dal solito ma mantenendo lo stesso atteggiamento di accompagnamento e di cura.

PRENDERSI DEL TEMPO PER SPIEGARE AI PIÙ PICCOLI COSA STA ACCADENDO

Prioritario diviene aiutare i genitori a riflettere sull’importanza del fermarsi e prendersi un tempo per spiegare ai bambini, in modo adeguato all’età, quello che sta accadendo intorno a loro: questo importante passo aiuta i bambini a capire e a percepire la straordinarietà del momento sentendosi al tempo stesso al sicuro, protetti e tutelati ma anche attivi in questa battaglia. Restare a casa significa aiutare e aiutarsi e non vivere passivamente una situazione.

A volte quindi mettiamo da parte i calendari, lasciamo che ci sia un po’ di vuoto, di noia, così da trovare il tempo per assimilare insieme tutto ciò che sta accadendo intorno a noi e riuscire a non esserne travolti.

Per sostenere i genitori in questa direzione si possono selezionare e suggerire contenuti dal web (video, letture ecc.) che possano spiegare ai bambini la situazione di emergenza nel modo più adeguato e comprensibile possibile. Ne abbiamo raccolti alcuni in un post sul nostro blog dal titolo: Coronavirus,come spiegarlo ai bambini.

Internet, la TV, ma in piccola dose anche i videogiochi diventano centrali per rimanere in contatto con parenti, con la scuola e con gli amici in questo “mondo a distanza”. Affianchiamo sempre i più piccoli durante l’utilizzo così da renderlo un momento di condivisione, ricerca di informazioni o semplice gioco, in tutta sicurezza.

Sono anche un modo per tutti, adulti, bambini e ragazzi, per rimanere in contatto con gli amici, i nonni e tutte le persone che in questo momento sono distanti da noi ma che con l’aiuto delle nuove tecnologie possono riavvicinarsi un po’ anche se virtualmente. Quindi consideriamo lo spazio per lunghe video telefonate per tutti i componenti della famiglia perché in questo momento la tecnologia è un’alleata preziosa ed anche un privilegio. È giusto mantenere la qualità delle relazioni per un aiuto reciproco che fa bene a tutti.

REINVENTARSI ATTRAVERSO ATTIVITÀ SEMPLICI MA EDUCATIVE

Altro contributo importante che può fornire chi lavora nel campo dell’infanzia è suggerire ai genitori stimoli diversi da poter utilizzare con i propri figli nel corso della giornata.

Il proporre attività in vari ambiti – creativo, lettura, cucina, esperimenti botanici, giochi con le storie, musica e movimento - si rileva fondamentale in quanto da una parte permette ai bambini di trovare stimoli in un momento di totale svuotamento di vita e dall’altra fa sperimentare ai genitori diverse possibilità con i propri figli.

L’IMPORTANZA DEGLI SPAZI PER I GENITORI

Non dimentichiamoci però che anche gli adulti hanno bisogno dei loro spazi, è giusto concederseli così come concediamo ai più piccoli un riposino o un po’ di tempo in più con i videogiochi e la TV. Anche gli adulti devono estraniarsi un po’ ad ascoltare un po’ di musica, a leggere etc. per mantenere una routine un po’ più simile a quella precedente all’emergenza.

Gli adulti impareranno a fare i conti con i loro limiti, cercando di non mortificarsi. Per cui se un giorno siamo stati maggiormente presi dal lavoro, incollati alla scrivania e non abbiamo trascorso il tempo di qualità che volevamo con nostro figlio possiamo perdonarci, impegnandoci a non fare lo stesso domani.

È difficile per tutti, con pesi e modalità diversi, ma è come se fossimo diventati tutti “famiglie vulnerabili” perché oggi la vulnerabilità non è più soltanto sociale e/o economica e quindi di interesse solo di alcuni ma è diventata “umana” e quindi ci coinvolge tutti e non possiamo non considerarlo.

Per trovare consigli per genitori e bambini, spunti per molte attività e molto altro puoi leggere i post precedenti del nostro blog.

Per noi il lavoro fornito da chi lavora nel sociale in questa fase di emergenza è proprio incentrato sulla “possibilità”: possibilità di mantenere la vicinanza, possibilità di sostenere i nuclei famigliari nonostante il blocco della quotidianità, possibilità di leggere nell’emergenza un prezioso momento di incontro tra genitori e figli.


Fonte: www.savethechildren.it 


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giovedì 26 marzo 2020

Adescamento online: cos'è e come riconoscerlo

ADESCAMENTO ONLINE: COS’E’ E COME RICONOSCERLO

Se sei un genitore o un insegnante, ti può essere utile raccogliere maggiori informazioni su questo fenomeno. Saper cogliere tempestivamente i segnali da parte di bambini o ragazzi coinvolti, è infatti fondamentale per contrastare l’adescamento di minorenni.

In queste settimane di emergenza coronavirus i bambini trascorrono molto tempo a casa, spesso su Internet e i social network. Proprio in questo periodo la Polizia Postale e delle Comunicazioni ha segnalato un aumento delle denunce per adescamento online a danno di minori

IN COSA CONSISTE L’ADESCAMENTO ONLINE

L’adescamento online di minore consiste in una manipolazione psicologica che alcuni adulti possono effettuare per indurre bambini e adolescenti a superare la proprie resistenze emotive e instaurare con loro una relazione intima, anche sessualizzata, attraverso l’uso di chat della rete o social network.

GLI AMICI ONLINE: QUALI RISCHI?

Avere un profilo sui social network significa accedere ad un bacino molto ampio di conoscenze virtuali che non si conoscono direttamente nella vita reale. Contare tanti amici online o molti follower è sinonimo di popolarità e per questo gli adolescenti aggiungono spesso alla propria cerchia in Rete numerosi “amici di amici”, senza essere pienamente consapevoli del fatto che in questo modo stanno dando accesso a una grande quantità di informazioni private: luoghi che frequentano, foto e molto altro. Questo li espone potenzialmente a rischi importanti, perché queste informazioni possono essere utilizzate dagli sconosciuti in modo inaspettato e con ripercussioni negative nella vita reale.

Aiutare ragazzi e adolescenti a proteggersi sul web scegliendo con cura chi frequentare online è quindi un compito importante degli adulti che li circondano, a partire da genitori e insegnanti, per tutelarli nella vita reale.

Conoscere bene il fenomeno dell’adescamento in rete è un primo passo per raggiungere con successo questo obiettivo.

LE FASI DELL’ADESCAMENTO ONLINE

·        Fase dell’amicizia: l’adescatore virtuale effettua ripetuti contatti di socializzazione. Stabilisce il contatto condividendo all’inizio interessi comuni come ad esempio musica, attori o attrici preferiti, hobby ecc) e si mostra come premuroso e attento ascoltatore. L’avvicinamento è graduale, non punta subito all’esclusività ma getta le basi per cogliere il maggior numero di informazioni possibili.

·        Fase del risk-assessement: dopo aver stabilito i primi contatti in chat-room o social network, il potenziale abusante cerca di capire a quale livello di “privacy si sta svolgendo la conversazione con il bambino o l’adolescente. Alcune delle domande che rivolge potrebbero quindi essere, dove è situato il computer in casa, se i genitori sono presenti, se sta utilizzando il proprio smartphone o tablet e così via.

·        Fase dell’esclusività: quando l’adulto è sicuro di non correre il rischio di essere scoperto, inizia la fase dell’esclusività, che rende impenetrabile la relazione ad esterni contando soprattutto sulla dimensione del segreto.

·        Fase della relazione sessualizzata: è proprio in questo momento che i ragazzi corrono il rischio di scambiare immagini, anche a sfondo sessuale esplicito, o di incorrere nella richiesta di un incontro offline. Le stesse immagini, i video o i testi inviati dalla persona minorenne, possono in seguito essere utilizzate in forma ricattatoria nel caso di un eventuale rifiuto nel continuare il rapporto online o nell’avviare una vera e propria relazione sessuale offline.

IMPARARE A RICONOSCERE UNA SITUAZIONE A RISCHIO

Per gli adulti di riferimento, in particolare per i genitori, la comunicazione con i ragazzi è il primo strumento per accorgersi che qualcosa non va. Tuttavia potrebbe non essere sufficiente. I ragazzi potrebbero sentirsi troppo colpevoli per aprirsi, o non rendersi conto di essere vittime di un abuso. A questo punto il saper riconoscere la situazione a rischio diventa cruciale. Ecco alcuni segnali possibili:

·        Uso eccessivo del computer o dello smartphone, fino a tarda notte e in modo nascosto, minimizzando, o cambiando pagina rapidamente quando si viene scoperti.

·        Nervosismo e aggressività quando non si può usare il computer o lo smartphone.

·        Comportamento improvvisamente più sessuato: nel modo di fare, di vestirsi e nel linguaggio.

·        Auto-isolamento, perdita della comunicazione con gli amici e i famigliari. La vita “reale” perde importanza.

·        Regali ricevuti da qualcuno al di fuori dalla consueta cerchia di amicizie, come per esempio vestiti, accessori, smartphone.

COSA FARE IN CASO DI ADESCAMENTO ONLINE DI UN MINORE

Ecco alcuni consigli se sei un adulto e sospetti di trovarti di fronte a un caso di adescamento di minorenni online:

·        rivolgersi prima possibile alla Polizia Postale ad altri presidi di Polizia (Questura, Commissariati di Polizia di Stato o Caserme dei Carabinieri);

·        tenere traccia di tutti i contatti intercorsi, salvando le conversazioni anche attraverso gli screenshot delle chat;

·        se si percepisce un rischio per il benessere psicofisico delle persone minorenni coinvolte è bene rivolgersi ad un servizio di supporto psicologico anche passando per una consultazione presso i servizi territoriali di riferimento (Consultori Familiari, Servizi di Neuropsichiatria infantile).

Per maggiori informazioni visita il sito www.generazioniconnesse.it

Fonte: www.savethechildren.it

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lunedì 16 marzo 2020

Coronavirus, come spiegarlo ai bambini

CORONAVIRUS, COME SPIEGARLO AI BAMBINI
Video ed informazioni utili anche per gli adulti

In questi giorni sono davvero molti i contenuti sul tema del Coronavirus. Abbiamo a disposizione articoli, piattaforme, video e molto altro, dove trovare informazioni utili per spiegare il Coronavirus ai bambini, per proteggerli al meglio e per rimanere attivi e consapevoli nell’affrontare insieme questa situazione.

Possiamo fare la differenza se siamo ben informati e consapevoli, con piccoli accorgimenti infatti è possibile affrontare tutto questo, uniti.

SCEGLIERE LE INFORMAZIONI
I bambini necessitano di informazioni CHIARE E VERE, filtrate in base all’età, in modo che possano essere comprese.
E’ importante non esporre i bambini o sovraesporli a immagini e notizie non adatte al loro livello di comprensione. Scegliere 1-2 momenti al giorno da dedicare INSIEME alla visione di notiziari o ricerca web di notizie, in modo tale da spiegare quanto emerge, rendere comprensibile e rassicurare i bambini attraverso un focus realistico e orientato agli aspetti positivi. Ovvero spiegare ai bambini che ci sono tante persone che si stanno occupando del coronavirus e sottolineare questi aspetti quando emergono in TV e via web.

DARE SICUREZZA AI BAMBINI
I bambini possono continuare a fare le cose da bambini: giocare, parlare di cose divertenti fare i compiti e imparare cose nuove.
Stare con mamma e papà e altre persone di fiducia senza che vedano solo volti spaventati e allarmati. Ricordiamoci che i bambini sono piccoli ma osservano e comprendono.
Un bambino per sentirsi sicuro ha bisogno di stare con un adulto in grado di trasmettere affetto e padronanza. In primis padronanza di se stesso.
I bambini notano le incongruenze degli adulti, ad esempio se dico: “Non c’è da avere paura”, poi faccio scorte alimentari per un esercito, posso generare confusione e il bambino può chiedersi se fa bene a credere all’adulto in questione. Se può fidarsi.
La fiducia è indispensabile per dare sicurezza.
Ricordatevi che se non riuscite a calmare voi stessi, non potete dare sicurezza al vostro bambino !
In questi casi, fatevi supportare da altri familiari o attraverso la comunità, rete di amicizie ed eventualmente consultate gli specialisti.

COME RACCONTARE IL CORONAVIRUS A UN BAMBINO
Lo psicologo Alberto Pellai ha condiviso un racconto molto utile da leggere ai bambini che spiega il coronavirus. Questo il link per scaricare il racconto:
Video per bambini
I video per i bambini sono delle risorse preziose che ci aiutano a spiegare il Coronavirus ai più piccoli alleggerendoli dalle paure. Inoltre, alcuni di questi, insegnano in modo divertente come lavarsi le mani, abitudine che dovremmo imparare e sempre ricordare.

Il Coronavirus spiegato ai bambini” un video cartoon semplice con un linguaggio facile da guardare insieme ai più piccoli.
Coronavirus: un fumetto e 7 regole perspiegarlo ai bambini” la Federazione Italiana Medici Pediatri ha creato un breve video con 7 regole per proteggere bambini e adulti.
Il Coronavirus: come lavarsi le mani”: lavarsi le mani è una delle regole principali da mettere in atto in particolare ora, ma è anche una buona abitudine da portare avanti sempre. In questo video un tutorial cartoon per insegnarlo ai più piccoli.
Dobbiamo lavare le mani”: una filastrocca aiuterà i bambini a lavarsi le mani in modo corretto, divertendosi!
Perché ci ammaliamo?”: Luì e Sofì ci raccontano come ci si ammala così da imparare delle semplici regole per proteggerci.
Il Coronavirus spiegato ai bambini daibambini”: chi meglio di un bambino può trovare le parole giuste per spiegare il Coronavirus? Un video che unisce divertimento e regole utili per raccontare il virus ai piccoli.

Per insegnanti:
- Rassicurare i propri alunni con messaggi positivi, di vicinanza emotiva
- Mantenere una routine anche per i più piccoli (ad esempio distribuire i compiti indicando i giorni della settimana nei quali eseguirli)
- Utilizzare il web oltre per la didattica per messaggi e videomessaggi rivolti al gruppo classe, meglio se una volta al giorno o cadenzati regolarmente.

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giovedì 12 marzo 2020

5 attività da fare con i bambini in questi giorni

5 ATTIVITA’ DA FARE CON I BAMBINI IN QUESTI GIORNI

È chiaro ormai a tutti che dovremo trascorrere più tempo a casa con i nostri bambini. Non è per forza un dramma, soprattutto non è detto che lo sia per i bambini, molti dei quali apprezzano il fatto di passare più tempo con i genitori. Certo, dipende da molte variabili: età, indole, ma anche tipo di casa (in questo momento chi ha una villetta con giardino e senz’altro più fortunato di chi vive in un bilocale), presenza e condizioni psico fisiche dei genitori.

In ogni caso, tutti abbiamo necessità di spendere al meglio il nostro tempo. Per questo mi sono fatta aiutare da una maestra di scuola dell’infanzia per individuare le attività migliori per una fascia di età che va circa dai 2 ai 5 anni. Alcune proposte sono riadattabili anche per bambini più grandicelli.

Prima di cominciare, alcune premesse: su internet si trova ogni sorta di proposte, quindi spulciate il più possibile. Una fonte di ispirazioni sono i social: Instagram e Pinterest su tutti. La seconda premessa è che ho scelto attività facilmente riproducibili con quello che abbiamo in casa, cercando di rimanere il più semplice possibile: non troverete istruzioni per costruire un castello medievale a due piani con rotoli di carta igienica e colla vinilica. La terza premessa è che ho cercato di raggruppare attività simili, in modo che poi ognuno possa adattarle alle sue esigenze.

Farsi aiutare nei lavori domestici

Questa è la base. Non bisogna inventarsi nulla e i bambini sono entusiasti di partecipare. Potremmo dire che è un’attività montessoriana (e lo è) ma è anche quanto di più semplice e alla portata di tutti. Per esperienza personale, lo straccio è un richiamo irresistibile per i bambini. Fa ridere ma è così.

Il mio bimbo di due anni e mezzo, se mi vede col mocio, smette di guardare i cartoni e mi chiede: “Mamma ti do una mano?”. Poi con lo stesso straccetto pulisce pavimenti, vetri, sedie, tavolini, giochi… Certo, bisogna avere qualche accortezza (non userà la candeggina ma l’acqua semplice) e imparare a “lasciare andare”: se pure giocando lascia strisciate sui vetri, pazienza.

Del resto che importanza ha? Tanto in questi giorni non aspettiamo visite. Molte attività di pulizia, inoltre, portano a un allenamento della motricità fine. Ad esempio stendere i panni usando le mollette, spruzzare acqua o detergenti col diffusore, riordinare i calzini spaiati, apparecchiare.

Cucinare insieme

Anche questa è una attività di imitazione molto amata. Si può iniziare prestissimo, anche prima dei due anni. Ognuno modulerà le attività in base all’età e alle competenze del bambino, sempre con l’accortezza di “lasciare andare” (se cade un po’ di farina per terra, pazienza) e di non essere ansiosi.

È un ottimo modo per insegnare al bambino il concetto di pericolo e le conseguenze delle proprie azioni, senza fargli correre rischi eccessivi: se qualcosa è caldo ci scotta, se qualcosa cade si rompe, se qualcosa taglia possiamo farci male. Per questo la Montessori fa usare al bambino piatti di ceramica e bicchieri di vetro. I piccoli sono in grado di fare attenzione, e sarete sorpresi di vedere che non rompono le stoviglie degli adulti.

In questo modo possiamo insegnare ai bambini come spremere un’arancia, schiacciare le patate con la forchetta o persino tagliare. Ovvio, daremo un coltello con punta arrotondata (come le famose forbicine) e poco tagliente, ma sarà lo stesso un coltello “vero”. L’accortezza è dare del materiale morbido e facile da tagliare, come la banana o l’uovo sodo. Se poi parliamo di bambini più grandi, è bello provare a seguire insieme un’intera ricetta (come fare le polpette o impastare gli gnocchi, come racconta Lara).

Infilare

Si può fare con lo spago, certo, ma anche in tanti modi alternativi. Molto carino, per i più piccoli, infilzare degli spaghetti in una pallina di pongo e poi completare il tutto infilando un altro tipo di pasta (ditaloni o ditalini, maccheroni, penne) negli spaghetti.

Per i più grandini (4-5 anni) può essere questo il momento giusto per imparare ad allacciarsi le scarpe! È un’abilità che purtroppo molti bambini che frequentano la scuola primaria ancora non posseggono, come denunciava Rossella Fracchiolla, terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva in questo articolo. Ci si può esercitare direttamente con la scarpa, magari senza infilarla, oppure costruire un modellino di cartone dove infilare lo spago.

Pitturare con materiali alternativi

“Qualunque variazione è entusiasmante per i bambini”, mi ha assicurato Maddalena, la mia insegnante di riferimento. Quindi, una volta che si dispone di colori a tempera o a dito, si può fare praticamente ciò che si vuole. Ad esempio dipingere utilizzando vecchi spazzolini da denti oppure spugne. O ancora creare degli stampini usando la verdura tagliata (non c’è bisogno di buttare nulla, si può utilizzare la parte del cespo dell’insalata che di solito si elimina). O, per chi ha più manualità, creare dei pennelli giganti utilizzando come manico il rotolo finito della carta alluminio e applicandovi a una estremità con la colla a caldo gommapiuma o tappi di sughero (in questo caso avremo una sorta di mega stampo). Un’altra idea molto creativa è utilizzare la pellicola di plastica per alimenti come “tela”. Bisogna tenderla fra due sedie e fare diversi passaggi, così il bambino proverà a dipingere su un supporto trasparente.

Lavagna luminosa homemade

Non potevo esimermi dal proporre qualcosa di leggermente più impegnativo, ma di sicuro effetto. La pedagogia “Reggio Children” (per citare altre fonti autorevoli oltre alla Montessori) dà particolare valore all’esplorazione della luce da parte dei bambini, e la lavagna luminosa è un ottimo esempio. Un gioco adattissimo ad essere svolto in casa, nella penombra.

In sintesi: si tratta di costruire una scatola, metterci dentro una luce (torcia, lucette di Natale non intermittenti, anche lampada da tavolo, se creiamo un buco dove possa passare il filo della corrente) con un coperchio trasparente coperto di carta da forno, che è ideale per creare una luce più diffusa. Si può utilizzare una grande scatola di plastica, oscurando le pareti laterali, oppure una di legno cui sovrapporre una lastra di plastica (anche qui: su internet trovate tante soluzioni pratiche).

Perché tutta questa fatica? Se mettiamo sullo schermo della nostra lavagna luminosa della farina (meglio ancora quella gialla da polenta) creeremo uno spettacolare monitor per disegnare con le dita. Eventualmente si può provare con altre consistenze (come la schiuma da barba, se il bambino è abbastanza grande da non mangiarla) e magari dei colori.

Autore: Marina Marzulli

Fonte: www.ecodibergamo.org

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mercoledì 4 marzo 2020

8 modi in cui i bambini chiedono aiuto

8 MODI IN CUI I BAMBINI CHIEDONO AIUTO
I bambini possono avere difficoltà a chiedere aiuto ai genitori o ai fratelli quando non stanno bene. Per sapere se hanno bisogno di te, ecco otto frasi che i bambini di solito usano per chiedere aiuto indirettamente.

Per noi, adulti, a volte è difficile immaginare che i nostri bambini possano avere timori e paure profonde, perché ai nostri occhi la loro vita è libera e senza preoccupazioni. Ma questo è tutt’altro che vero. Anche i bambini avvertono la pressione della scuola, dello sport, della società, dei loro genitori o dei loro coetanei. E la pressione può essere così grande da indurli a soffrire molto.

Per noi adulti, è anche difficile immaginare che a volte i nostri figli abbiano difficoltà a confidarsi con noi, a dirci cosa li disturba davvero, le loro vere paure. Pensiamo che non ci sia un tabù, che siamo aperti e attenti, ma non è insolito per un bambino che ha problemi rinchiudersi e non osare parlare direttamente delle sue preocupazioni.

Quindi, per non perdere nulla nella vita dei nostri figli, è importante prestare attenzione e ascoltarli. Perché a volte le cose semplici che i nostri figli ci dicono contengono molto più di un semplice aneddoto dei loro giorni.
Queste sono le frasi alle quali dovresti prestare particolare attenzione, tuo figlio può usarle per dirti (inconsciamente) che ha bisogno di te, per essere ascoltato e rassicurarlo.

1 ”Mi fa male la pancia”
Innanzitutto, si dovrebbe verificare che il bambino non soffra di una vera malattia o che non provi dolore perché ha mangiato troppo o ha mangiato cibi difficili da digerire.
Se il bambino è in buona salute e non ci sono segni medici di dolore addominale, il bambino potrebbe proiettare il suo dolore, lo stress acuto o le preoccupazioni sulla pancia. I bambini di età inferiore ai dieci anni hanno difficoltà a esprimere i propri sentimenti. Possono quindi esprimerli sotto forma di dolore addominale, che il bambino percepisce anche come vero dolore.

Se il dolore addominale si verifica regolarmente “senza motivo”, è importante che i genitori spendano più tempo con il bambino per fare domande e ascoltare come è andata la giornata o anche per condividere un piccolo spuntino e discutere insieme di cosa sta succedendo nella vita. Ci sono nuovi compagni di classe? Ci sono stati dei problemi o litigi? Un’interrogazione a sorpresa? Un insegnante che si arrabbia? Un problema con i fratelli e sorelle? Un’ingiustizia? C’è qualcosa che lo preoccupa o fa male?

Il più delle volte, il dolore addominale si attenua da solo durante la conversazione.

2 ”Ho paura.”
La paura può avere molte cause ed è importante sondarle. A seconda dello stadio di sviluppo, le paure di tuo figlio sono “normali”.

Intorno all’età di otto mesi, i bambini hanno paura di essere separati dai loro genitori, questa è la fase dell ‘”ansia da separazione”.

Poco dopo, intorno ai tre o quattro anni, i bambini si trovano nella cosiddetta fase “magica”. Hanno paura delle minacce invisibili, delle creature che vivono nel buio perché la loro immaginazione è più pronunciata.

Intorno ai 6anni capiscono meglio il mondo, a volte ascoltano e vedono le notizie e possono avere paura di guerre, calamità o disastri, anche se si verificano molto lontano.
Intorno agli 8 anni, sentono la prima pressione per essere i migliori a scuola o nello sport. Le paure possono anche apparire quando si separano dai loro genitori.

I genitori dovrebbero parlare con i propri figli, scoprire da dove proviene la paura e aiutare i propri figli ad imparare ad affrontarla. Coloro che imparano a controllare la propria paura e padroneggiare la situazione costruiranno la fiducia in se stessi.

Tuttavia, se l’ansia del bambino dura troppo a lungo ed è già andata oltre la fase di sviluppo di cui la paura è tipica, il bambino può avere un disturbo d’ansia. La terapia comportamentale può aiutare. Parla con il tuo pediatra, sarà in grado di rassicurarti e, se necessario, di indirizzarti a uno specialista.

3 ”Nessuno mi ama.”
I bambini, come noi adulti, possono essere depressi. Potrebbe essere solo perché ha avuto una brutta giornata, ma può anche essere un malessere più profondo. La diagnosi nei bambini è difficile. I genitori devono essere vigili quando il bambino cambia. Quando si isola, diventa ansioso e inibito nei suoi rapporti con gli altri. Quando peggiorano i risultati scolastici, quando si rifiuta di uscire, quando ride di meno, può essere il primo segno dell’inizio della depressione. Un bambino che non può più sopportare la frustrazione o che si deprezza molto può anche essere una bandiera rossa.

I genitori dovrebbero, se preoccupati, parlare con il pediatra del cambiamento di comportamento del bambino. In caso di depressione, solo un professionista può aiutarti.

In generale, i genitori possono aiutare i bambini a proteggersi dalla depressione. La stabilità familiare da al bambino sicurezza. I genitori possono anche aiutare il proprio bambino ad aumentare la propria autostima, creando esperienze di successo o affidando al bambino responsabilità, che contribuiranno a ridurre le sue paure.
Tali misure possono proteggere dalla depressione, ma non ne sono una garanzia. Perché la depressione è una malattia e devi prenderla sul serio.

4 ”Non voglio andare a scuola.”
La pressione, le discussioni con compagni di classe o insegnanti, ma anche la noia e il superlavoro possono indurre un bambino a smettere di voler andare a scuola. Parla con tuo figlio di quello che sta succedendo. Parla con gli insegnanti e trova soluzioni insieme. Cambiare scuola non è una soluzione ideale nel primo caso. Un bambino deve imparare a far fronte a persone e situazioni diverse.

5 ”Non posso farlo!”
Alcuni bambini hanno paura di sbagliare (specialmente quelli che fanno qualcosa per la prima volta) o di non fare ciò che ci si aspetta da loro. Hanno paura di deludersi e non osano lasciare la loro zona di comfort, ma hanno anche paura di deludere gli altri. Ogni nuova azione viene percepita da loro come ulteriore pressione. Spesso mancano di fiducia in se stessi.

I genitori possono aiutare i loro figli incoraggiandoli. Un bambino deve imparare che fa le cose principalmente per se stesso in modo che stia bene, che scopre e che faccia esperienza, non lo fa per gli altri.

6 ”Non lo so (altro).”
Se un bambino risponde “Non ricordo” a molte cose, può significare che ha paura di dare una risposta errata o di essere punito per la sua risposta. Probabilmente il bambino manca di autostima o sente una pressione immensa, dall’esterno o da se stesso, a dover sempre fare le cose nel modo giusto. I genitori dovrebbero dire ai loro figli che possono e dovrebbero dire quello che pensano. Che la sua opinione e i suoi pensieri valgono tanto quanto i nostri. Possiamo anche dirgli che ha tutto il diritto di sbagliarsi. Che questo è normale e che è anche così che avanziamo e cresciamo.
Piccoli compiti in cui il bambino può assumersi una responsabilità possono aiutarlo ad aumentare la fiducia in se stesso. Se i genitori si fidano del loro bambino e spesso lasciano che il bambino prenda una decisione, ciò aumenterà la sua fiducia, svilupperà la fiducia nelle sue capacità.

7 ”Posso dormire con te?”
È perfettamente legittimo che i bambini più grandi dormano nel letto dei genitori. In linea di principio, tuttavia, dovrebbero poter dormire solo una notte nel loro letto. Se il bambino vuole spesso dormire con i suoi genitori, i genitori dovrebbero chiedersi perché. Il bambino ha paura (al buio)? È successo qualcosa durante il giorno che lo preoccupa ancora?

Un bambino che cerca la vicinanza ai suoi genitori non dovrebbe essere allontanato. Insieme, genitori e figli dovrebbero indagare sulle cause e trovare soluzioni.

8 ”Non mi sento bene”
Un bambino che dice di non sentirsi bene dovrebbe sempre essere preso sul serio e ascoltato. Paure, pressioni e preoccupazioni possono rendere la vita difficile e rovinare la vita di un bambino. I genitori dovrebbero chiedere perché il bambino non si sente bene. Il bambino è depresso perché è successo qualcosa di speciale o è un cattivo umore generale che lo abita?

Autrice: Alessandra Orlacchio
Fonte: www.chedonna.it
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