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mercoledì 9 gennaio 2019

Il 90% di ciò che ci succede nella vita dipende da noi, ricordatelo sempre!

IL 90% DI CIO' CHE CI SUCCEDE NELLA VITA DIPENDE DA NOI, RICORDATELO SEMPRE!
La regola del 90/10: il cambiamento inizia dentro di noi

In psicologia esiste una regola soprannominata la “regola del 90/10” che ci dice che la nostra reazione agli avvenimenti che ci capitano nella vita ha un peso molto maggiore rispetto agli avvenimenti in sé. Di fatto, soltanto il 10% della nostra vita viene determinato da ciò che ci succede, per esempio aver commesso un errore, trovarsi imbottigliati nel traffico e arrivare tardi al lavoro, che l’aereo che abbiamo preso sia in ritardo.

Il 90% di ciò che influenza la nostra vita, invece, riguarda il modo in cui reagiamo alle situazioni che ci si presentano quotidianamente. È stato dimostrato, infatti, che diverse persone, nella stessa identica situazione, reagiscano in modi estremamente vari. In base alla loro reazione primaria di fronte alla situazione in cui si ritrovano, la loro giornata potrà prendere una piega più o meno gradevole e positiva.

Tutto questo significa che è la nostra reazione nei confronti di un’avversità ad avere il potere di migliorare o peggiorare una giornata, settimana o persino un intero anno. Dipende tutto da noi.
Avere questa regola ben presente è importante, perché ci rende consapevoli di quanto controllo abbiamo sulla maggior parte della nostra vita: il 90%. E ci libera anche da emozioni inutili, perché ci dimostra che ci sarà sempre un 10% della nostra vita su cui non avremo alcun controllo.

Se siamo in grado di affrontare questa questione con una grande forza di volontà, una cosa che potrebbe sembrare molto negativa può trasformarsi in un semplice avvenimento occasionale. Anzi, potremmo addirittura decidere di osservarla guardandone il lato positivo. Volete sapere come riuscirci? Continuate a leggere questo articolo!

Un esempio del 90/10
Perché risulti chiaro come possiamo mettere in pratica questa meravigliosa regola, vogliamo proporvi un esempio in cui speriamo possiate identificarvi. Immaginate di aver passato tutta la giornata a lavorare ad un progetto che vi ha assegnato il vostro capo. Dovete consegnarlo a breve, finalmente state per finire. Proprio quando state per salvare il tutto, salta la corrente e il computer vi si spegne di botto.

La colpa è di vostra moglie, che ha acceso troppi elettrodomestici insieme e ha fatto saltare la luce. Vi arrabbiate moltissimo, siete in preda all’ansia, pensate che sia la fine del mondo e verrete licenziati. Andate da vostra moglie e finite col litigare furiosamente con lei.

Visto che siete nervosi, correte in cucina e, mentre state per prendere un bicchiere d’acqua, fate cadere una tazza che era sul ripiano. È proprio la vostra preferita, quella che usate ogni mattina per bere il caffè, e ora è rotta. La vostra rabbia aumenta e date la volpa a vostro figlio che l’ha usata nel pomeriggio e l’ha lasciata in mezzo.

Dopo qualche minuto tornate al computer e cercate in tutti i modi di recuperare il vostro lavoro, ma non ci riuscite. Avete perso tutto. Infuriati, maledite ogni santo possibile e decidete di uscire a prendere una boccata d’aria. Sbattete la porta e continuate a rimuginare su tutto quello che vi è successo. Siete arrabbiati con vostra moglie e vostro figlio, la vostra tazza preferita si è rotta e non potrete consegnare il lavoro in tempo: è senz’altro una pessima giornata.

Che cos’è successo? Come potete vedere, c’è un evento scatenante che rappresenta il 10%: il fatto che gli elettrodomestici accesi abbiano fatto saltare la corrente. Si tratta di qualcosa che non dipende da voi, di una reazione incontrollabile causata da un’azione compiuta da un’altra persona che non aveva cattive intenzioni. Un semplice errore.

Ciò che invece dipendeva da voi era tutto quello che è successo dopo. È il 90% ad aver trasformato una giornata normale in una giornata orribile. Da un solo problema ne sono nati molti di più.

Invece di concentrare tutte le sue energie nel recuperare o ricominciare il progetto, di domandare aiuto alla moglie o di raccontare l’imprevisto al capo e chiedere un po’ di tempo in più, il protagonista della nostra storia ha avuto una reazione poco utile. Ha finito col litigare con tutta la famiglia per colpa di un evento puntale e incontrollabile. Ne valeva la pena?

Quando si può mettere in pratica la regola del 90/10?
Ci sono moltissime situazioni quotidiane che possono rappresentare potenziali eventi scatenanti di reazioni disfunzionali. Quando ci capitano, è bene ricordarsi di questa regola e fare tutto il possibile per non farci trascinare dall’emozione. In realtà, il segreto è accettare la frustrazione come una componente inevitabile del gioco della vita.

Se venite giudicati – Non potete controllare i giudizi e le critiche degli altri, perché hanno il diritto di pensare ciò che vogliono. Potete, però, controllare il valore che conferite a quei giudizi, l’importanza che date essi. Se non avete potere di controllo su ciò che gli altri pensano di voi, vale la pena sprecare tante energie arrabbiandovi?

Se commettete un errore – Non potete controllare i vostri errori. Potete, però, imparare da essi. Continuerete comunque a commetterne, perché è nella natura umana sbagliare. Ma riuscirete a tenere a bada la vostra reazione quando sbagliate, ad accettare che non è la fine del mondo, a non auto-punirvi o demoralizzarvi, a diventare capaci di tollerarli.

Se gli altri non fanno ciò che vorreste – Le reazioni degli altri sono impossibili da controllare. Chiedere a qualcuno di essere diverso a tutti i costi è una richiesta irrealizzabile, e l’unica cosa che otterremo è un aumento della frustrazione e una diminuzione della qualità della nostra relazione con gli altri.

Se vi capita un imprevisto o un’avversità – La vita porta con sé numerose avversità. Secondo gli studi, ad ognuno di noi capiteranno circa 20000 incidenti nell’arco della sua vita: dai più leggeri, come pestare la cacca di un cane, fino ai più gravi, come la perdita di una persona casa. È una cosa di cui dobbiamo tener conto nella vita e che è impossibile da controllare. L’unica cosa di cui siamo responsabili è l’influenza che queste avversità hanno su di noi.

La prossima volta che vi ritroverete in una situazione che sapete essere incontrollabile, quindi, mettete in pratica la regola del 90/10. Sapete che il 90% dipende solo da voi e che, se sarete in grado di non lasciarvi trasportare da quel 10%, tutto quello che vi succede non sarà altro che un granello di sabbia e riuscirete a non trasformarlo in una montagna.

Fonte:www.lamenteemeravigliosa.it

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mercoledì 5 dicembre 2018

5 consigli per educare i figli alla gentilezza

5 CONSIGLI PER EDUCARE I FIGLI 
ALLA GENTILEZZA
Educare i figli alla gentilezza per renderli – domani – adulti premurosi, gentili, rispettosi e responsabili. 

Educare i figli, lo sappiamo bene, è una sfida quotidiana…
Non mancano i momenti di sconforto. Come quando, ad esempio, i nostri bambini hanno atteggiamenti egoistici o poco rispettosi verso gli altri o, ancora, mostrano poca gentilezza o compassione verso le esigenze altrui (alzi la mano a chi non è successo, almeno una volta!).
Immagino che tutti i genitori si auspichino che i propri figli crescano nel modo più educato possibile e che diventino, un domani, adulti premurosi, gentili, rispettosi e responsabili. Ma come aiutarli a sviluppare questi atteggiamenti? Quali strategie educative possiamo adottare per trasmettere ai nostri figli i concetti di gentilezza, compassione, rispetto e attenzione verso gli altri?

I nostri figli si comportano così come vengono trattati
Che i nostri figli si comportino proprio così come noi li trattiamo, è uno dei principi di base del Natural Parenting (consiglio a tal riguardo il libro Genitori con il cuore di Jan Hunt). Tuttavia, è bene non smettere mai di domandarsi se stiamo davvero lavorando nella direzione giusta!
Ed è proprio quello che ho fatto leggendo questo articolo del Washington Post sull’educazione dei bambini, in cui si sostiene che il comune e diffuso atteggiamento genitoriale estremamente focalizzato sulle capacità e i successi dei propri figli (piuttosto che sul loro grado di rispetto e attenzione verso gli altri) non li aiuterebbe a diventare adulti rispettosi, premurosi e gentili. Anzi…
I bambini (che non nascono né buoni né cattivi di per sé) hanno bisogno di adulti che li aiutino e gli insegnino a diventare gentili, rispettosi verso gli altri e responsabili verso la comunità di cui fanno parte. In tutti gli stadi della loro infanzia. Ed ecco che lo psicologo di Harvard Richard Weissbourd, responsabile del progetto Making Caring Common, ci fornisce 5 strategie per  educare i nostri figli alla “gentilezza”, che riporto in sintesi qui di seguito.


5 consigli per educare i figli alla gentilezza

1) Fa’ in modo che l’attenzione verso gli altri diventi una priorità
I genitori tendono spesso a dare la priorità alla felicità e ai successi dei propri figli piuttosto che alla loro attenzione e pro-attività verso gli altri. I bambini, tuttavia, hanno bisogno di imparare a bilanciare le loro esigenze personali con i bisogni degli altri. Ed  è proprio dai genitori che i figli debbono percepire che l’attenzione verso gli altri è una priorità.

Consigli pratici:

  • invece di dire a tuo figlio: “la cosa più importante è che tu sia felice” prova a dirgli “la cosa più importante è che tu sia gentile“
  • assicurati che i tuoi bambini più grandi si rivolgano sempre agli altri con rispetto, anche quando sono stanchi, distratti o arrabbiati
  • sottolinea l’attenzione verso gli altri anche nei momenti in cui interagisci con le altre figure adulte rilevanti nella vita dei tuoi figli (come gli insegnanti o gli educatori)

2) Dai l’opportunità ai tuoi figli di sperimentare l’attenzione verso gli altri e la gratitudine
L’attenzione verso gli altri, la gentilezza e la gratitudine si possono apprendere, proprio come si impara un nuovo sport o a suonare uno strumento. La ripetizione quotidiana (che si tratti di aiutare un compagno con i compiti, aiutare la mamma in casa o svolgere un compito per la scuola) fa in modo che l’attenzione verso gli altri si sviluppi e si apprenda seconda natura, affinando le capacità di gentilezza nei più piccoli. E lo stesso vale per la gratitudine.
Diversi studi dimostrano che le persone che hanno l’abitudine di esprimere gratitudine agli altri hanno più probabilità di essere disponibili, generose, compassionevoli e tolleranti. E pare anche che abbiano più probabilità di essere sane e felici ;-)

Consigli pratici:

  • non premiare tuo figlio per ogni atto di gentilezza (come ad esempio se sparecchia la tavola). Dovremmo aspettarci che i nostri figli ci aiutino in casa, con i fratelli e con gli amici: per questo andrebbero premiati soltanto atti di gentilezza fuori dall'ordinario.
  • parla e confrontati con tuo figlio sui diversi atti di gentilezza (o di maleducazione) che ha occasione di vedere in TV o di sperimentare nella sua vita quotidiana
  • fa’ in modo che la gratitudine diventi un rituale quotidiano: a cena, all’ora di andare a letto, in auto o in metropolitana. Abitualo ad esprimere un ringraziamento per tutti quelli che si occupano di lui e della comunità di cui fa parte, nei tanti modi possibili.

3) Estendi il concetto di “interesse” del tuo bambino
Quasi tutti i bambini si preoccupano di una ristretta cerchia di familiari e amici. La nostra sfida è fare in modo che i nostri bambini imparino a prendere in considerazione anche chi è al di fuori di quella stretta cerchia. Questa prospettiva più ampia li aiuterà anche ad entrare in relazione anche con i soggetti più vulnerabili. Soprattutto, nel nostro mondo globale, i bambini hanno bisogno di sviluppare la preoccupazione per le persone che vivono in culture e comunità, anche molto diverse rispetto alla loro.

Consigli pratici:

  • assicurati che tuo figlio sia cordiale e grato con tutte le persone nella sua vita quotidiana (la maestra, il conducente d’autobus, la cameriera e così via)
  • incoraggia tuo figlio a prendersi cura di chi è più vulnerabile. Forniscigli alcune semplici idee per entrare in relazione con gli altri: come ad esempio confortare un compagno di classe che è stato preso in giro.
  • utilizza un articolo di giornale o una news in TV per spronarlo a pensare alle difficoltà che incontrano i bambini che vivono in un altro paese

4. Sii tu, per primo, un modello etico e una guida
I bambini imparano valori etici osservando le azioni degli adulti che rispettano. Imparano molto anche riflettendo, insieme a loro, sui vari dilemmi etici del quotidiano.
Essere un modello etico e una guida significa che dobbiamo praticare l’onestà, la correttezza e la gentilezza noi stessi per primi. Ma ciò non significa essere sempre perfetti! Per fare in modo che i nostri figli ci rispettino e si fidino di noi, dobbiamo riconoscere i nostri errori e i nostri difetti. Inoltre, dobbiamo rispettare il pensiero dei bambini ed ascoltare le loro opinioni, dimostrandogli come vorremmo che loro ascoltassero gli altri.

Consigli pratici:

  • fai volontariato o qualcosa di utile per gli altri o la comunità, almeno una volta al mese. Ancora meglio, fallo insieme a tuo figlio.
  • a cena, proponi a tuo figlio un dilemma etico su cui riflettere o chiedigli la sua esperienza su altre questioni che ha affrontato durante la giornata.

5. Aiuta tuo figlio nella gestione dei sentimenti negativi
Spesso la gentilezza e la propensione verso gli altri è sopraffatta dalla rabbia, dalla vergogna, dall’invidia o da altri sentimenti negativi. Nostro compito è insegnare ai ai bambini che tutti i sentimenti sono leciti, anche quelli negativi! Semplicemente, dobbiamo insegnargli ad affrontarli in maniera costruttiva e non distruttiva.

Consiglio pratico:
Ecco un modo semplice per insegnare a a tuo figlio a calmarsi: chiedigli di fermarsi, di prendere un respiro profondo attraverso il naso, di espirare con la bocca e di contare fino a 5. L’ideale è fare pratica quando il bambino è tranquillo (come un gioco) in modo che, all’occorrenza, sarà semplice ricordargli cosa deve fare per calmarsi. Dopo un po’, vedrai, comincerà a farlo da solo e sarà in grado di esprimere i propri sentimenti (anche negativi) in modo utile, appropriato e costruttivo.

Fonte:www.casatabata.com

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mercoledì 28 novembre 2018

Il difficile mestiere del genitore

IL DIFFICILE MESTIERE DEL GENITORE
Alcuni semplici consigli per sbagliare il meno possibile

Educazione dei bambini, non esiste una laurea per fare i genitori. Ma la gentilezza, come le buone maniere, si insegnano. Fin da piccoli.
Perché tanti bambini diventano presto campioni di maleducazione? I genitori hanno rinunciato al loro compito. Poche regole, ma rispettate. Innanzitutto grazie al buon esempio. I divieti devono essere coerenti e spiegati.

COME EDUCARE BENE I BAMBINI
Serve tempo, e non poco, per vincere la scommessa dell’educazione dei bambini. Tempo mai sprecato. Servono collaborazione e complicità, magari con una sana distinzione dei ruoli, di entrambi i genitori, senza mettere tutte le parti più faticose e più rognose sulle spalle delle mamme. E serve una buona dose di fortuna, che nella vita non dovrebbe mai mancare. Mettete insieme questi ingredienti, aggiungetene altri di vostra conoscenza, e vi rendete conto di quanto sia complicata, ma allo stesso tempo appassionante, questa partita con i nostri figli. Anche perché ogni volta che un bambino cresce, insieme a lui crescono e maturano anche i genitori.
Nell’educare i nostri figli, infatti, dobbiamo mettere nel conto la possibilità di sbagliare, e consideriamo che il mestiere di genitore è affascinante quanto difficile. Però possiamo provare a condividere alcune esperienze, ed a farle diventare dei consigli utili per la comunità di Non sprecare.
Ma torniamo a parlare di buoni metodi per educare i figli, specie quando sono ancora piccoli. Tanti sforzi pedagogici spesso non ottengono i risultati sperati generando, piuttosto, veri campioni di maleducazione che in nome della libertà creativa – guai a frustrarla – imperversano prepotenti e sguaiati a scuola e al supermercato, per la strada e al parco, in casa propria e altrui. Rimproverarli non si può perché ha un effetto deleterio sull’autostima (la loro) e sopportarli neppure perché ha un effetto devastante sul sistema nervoso (il nostro).

COME INSEGNARE AI BAMBINI IL RISPETTO DELLE REGOLE
Confondere la spontaneità con la villania, l’esuberanza con la grossolanità, far passare per fantasioso quel che che è banalmente sgarbato è un’abitudine comune a molti genitori: i maleducati sono sempre i figli degli altri. Innegabile che volgarità e rozzezza siano dilaganti. E non certo per colpa dei bambini senza educazione ma per merito esclusivo dei genitori, che quell’educazione non possono insegnarla perché non l’hanno imparata mai. Educazione e buone maniere, poche regole che venivano impartite dai genitori attraverso l’esempio e la pratica quotidiana, sono sconosciute ai più, la lingua universale della gentilezza è da annoverare tra quelle in via di estinzione. Non dovrebbe stupire, quindi, che fiorisca una manualistica rivolta ai giovani genitori che spiega cos’è l’educazione e come la si insegna.
A partire dalle regole più banali, per esempio che si risponde ai saluti e che li si porge per primi quando si entra in una stanza dove ci sono già altre persone. Chi non lo sa? Ci sono genitori che hanno bisogno di questi libri, spiega Nessia Laniado, scrittrice ed esperta di terapia della famiglia, autrice di “Bon ton per bambini” (Red, pagine 93, euro 12.90), l’ultimo dei suoi libri dedicato all’educazione dei più piccoli, e in genere sono quelli che cercano il consenso dei propri figli, che vorrebbero essere loro amici piuttosto che loro educatori, che si cullano nell’errata convinzione che lasciare i bambini liberi di scegliere sia il modo giusto per crescerli autonomi e giudiziosi.

GALATEO PER BAMBINI
Già il termine bon ton sembra appartenere a un’altra epoca: va da sé che il galateo moderno non può essere un noioso elenco di norme cervellotiche né un manuale di rituali oziosi o di frasi fatte. Piuttosto, serve un’etica del concreto, calata nelle manifestazioni quotidiane, nei piccoli gesti e nella sollecitudine, una via per affinare se stessi e avere un’autentica attenzione ai bisogni di chi ci circonda.

COME EDUCARE BENE I PROPRI FIGLI
Non basta la cortesia: per stare al mondo bisogna ricorrere alla gentilezza, un atteggiamento mentale. Si tratta di instillare nel bambino alcuni principi basilari di comportamento come autentica espressione di attenzione nei confronti dell’altro. Un’etica delle piccole cose, di gesti semplici ma significativi riflessa anche in altri due manuali sullo stesso tema – l’educazione – ma rivolti direttamente ai più piccoli: Giusi Quarenghi spiega ai diretti interessati come si diventa un gentil bambino, una persona che non ha bisogno di farsi dire, ripetere, urlare un milione di no in “Manuale di buone maniere per bambini e bambine” (Rizzoli, euro 12.50). Per diventare un gentil bambino si ha bisogno di esempi. Se un papà ha l’abitudine di insultare gli altri auotomobilisti quando è al volante, è molto probabile che il suo bambino prenda l’abitudine di insultare gli altri bambini. Se una mamma è un’urlatrice, è facile che la sua bambina diventi un’urlatrice.

LIBRI SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI
In sintesi: i divieti devono essere coerenti, reciproci e rispettosi e un buon esempio vale più di mille parole. Anche se qualche spiegazione ci vuole: perchè bisogna cedere il posto in auto o sul metro a chi ha più bisogno di stare seduto? E come mai non si deve interrompere chi sta parlando? Davvero è necessario aprire la porta a chi non è in grado di farlo? A queste e a molte altre domande risponde Annie Grove con “Leon e le buone maniere” (Giralangolo, 11 euro), un libro destinato ai piccolissimi molto illustrato e con poche ma azzeccate parole che descrivono le buone maniere (e che potrebbero tornare utili ai genitori tempestati dai perché).

Autore: Antonio Galdo
Fonte:www.nonsprecare.it

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mercoledì 21 novembre 2018

Rapporti con i figli: alcune abitudini per rafforzarlo

RAPPORTI CON I FIGLI: ALCUNE ABITUDINI PER RAFFORZARLO

Parte del lavoro di genitore consiste nel guidare i figli e aiutarli ad affrontare la routine quotidiana. Questo spesso significa stabilire dei limiti, correggere il loro comportamento, dire loro qualche “no” e anche quello che devono fare, senza opzioni. Ma il rapporto con i figli è molto più di questo.

Educare i figli è molto più che condurli sulla strada ritenuta corretta. Creare interazioni positive con loro non solo consente di educarli meglio, anche da un punto di visto emotivo, rende anche più facile questo compito educativo.
Avrete senz’altro sentito dire o letto che è molto importante abbracciare i propri figli. La psicologa Virginia Satir afferma che si ha bisogno di quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto abbracci al giorno per rimanere come siamo, dodici abbracci al giorno per crescere. E, sulla base di questa idea, sono state scritte migliaia di linee guida.

Ma gli abbracci compensano i brutti momenti che viviamo con i nostri figli? Perché, non prendiamoci in giro, la giornata è piena di brutti momenti con loro, di interazioni negative che non sempre è possibile evitare o controllare. Tuttavia, esistono anche diverse abitudini che aiutano a migliorare e rafforzare il proprio rapporto con i figli.

Interazioni positive per un rapporto con i figli sano
Tutti ambiamo a momenti intimi con i nostri figli, durante i quali i cuori si sciolgono. La connessione è essenziale tanto per i genitori quanto per i figli. Quando la nostra relazione è forte, è anche dolce. È questo che rende più sopportabile ogni sacrificio nell’educazione e nell’allevamento dei figli.

Questa connessione è l’unica ragione per cui i bambini seguono le nostre regole in modo volontario. I bambini che si sentono fortemente connessi con i loro genitori desiderano cooperare. Quando si sentono compresi e sostenuti, sono più motivati a seguire quello che i genitori consigliano loro.
Essere genitore non è facile. Non lo è mai stato, ma nella nostra epoca, lungi dal migliorare, si è complicato ulteriormente. Sappiamo di dover dedicare  del tempo ai nostri figli, di dover ritagliare momenti di qualità. Ma, questo compensa tutto il resto? Beh sì, può farlo.

La scienza ci mostra che abbiamo bisogno di almeno cinque interazioni positive per ogni interazione negativa per poter mantenere un rapporto sano e felice, che possa sopportare i conflitti e i normali problemi della vita quotidiana. È quando ci mancano le interazioni positive che si perde l’equilibrio.

E quando l’equilibrio viene meno, i nostri figli desistono dal seguire i nostri consigli e accettare le norme che stabiliamo. Quando si perde l’equilibrio, l’atteggiamento dei nostri figli cambia.

Ma come possiamo trovare il tempo per avere queste interazioni positive con i nostri figli che servono a ristabilire l’equilibrio? Basta adottare alcune semplici abitudini.

Abitudini che rafforzano il rapporto con i figli
È possibile ricorrere a diverse strategie per rafforzare il rapporto con i figli. Affinché le interazioni positive siano efficaci, dovranno essere quotidiane. Includerle nella propria routine offre moltissimi benefici.

L’aspetto migliore è che non solo è possibile compensare i brutti momenti, ma persino la giornata sarà migliore. Concentrandosi sulle interazioni positive, quelle negative avranno meno spazio. Inoltre, adottando abitudini come queste, i figli collaboreranno di più, litigheranno meno e si sforzeranno per seguire i consigli dei genitori.

Per rafforzare il rapporto con i propri figli, bisogna fomentare ogni giorno le interazioni positive

1. Ritagliarsi ogni mattina uno spazio per sé e per i figli. Non c’è bisogno di parlare, basta coccolarsi un po’. Abbracciateli e accarezzateli. Non c’è modo migliore di iniziare la giornata se non un piacevole risveglio.

2. Dialogare durante la colazione. Chiedete loro cosa passeranno la giornata, interessatevi a quello che li attende.

3. Lasciare dei biglietti con messaggi di affetto: nella merenda della scuola, fra le pagine di un quaderno, sulla scrivania dove studiano.

4. Cantare e/o ballare con i figli le loro canzoni preferite.

5. Salutarli sempre con un bacio e un abbraccio, augurando loro di passare una bella giornata e ricordando loro di divertirsi.

6. Accoglierli sempre con un bacio e un abbraccio, chiedendo se la scuola, o qualsiasi altra attività, sia andata bene.

7. Dimenticare gli impegni di lavoro in presenza dei figli. Questo include chiamate, email, social network e messaggistica istantanea.

8. I capricci sono spesso segnali di angoscia e non di sfida. In questi casi, rilassatevi e interrompete quello che state facendo per aiutare i vostri figli. Aiutateli a scaricare la loro rabbia. State loro accanto se hanno bisogno di piangere e lasciate che scarichino tutto il loro carico emotivo. Quando saranno pronti, incoraggiateli a parlare e ascoltateli.

9. Incoraggiarli quando devono affrontare un compito difficile. Prestate attenzione alle loro paure e offrite loro parole positive e gesti carini.

10. Ridere delle loro battute, per quanto possano sembrare banali. Se gli scherzi mancano di rispetto oppure infrangono le norme di convivenza, dite in modo positivo perché non vanno bene.

11. Mostrare empatia per tutte le emozioni dei figli. Potete mettere un limite alle loro azioni, ma non alle loro emozioni. Tutte le emozioni sono accettabili. Se riconoscete come si sentono i vostri figli, rafforzate la vostra connessione con loro e alimentate la loro intelligenza emotiva.

12. Giocare con i figli. Lasciate che la loro immaginazione voli e seguite le loro istruzioni. Fa lo stesso se è per poco. L’importante è che sia un’abitudine quotidiana.

13. Condividere almeno un pasto al giorno con i figli. Non accendete il televisore. Al contrario, ravvivate la conversazione facendo delle domande che siano interessanti per i vostri figli.

14. Ascoltare con comprensione le storie dei loro problemi a scuola, soprattutto quelli che riguardano gli amici o la persona che piace. Ascoltare è una delle abitudini più importanti per rafforzare il rapporto con i figli.

15. Leggere o cantare una canzone prima di dormire. Se sono troppo grandi per questo, incoraggiateli a leggere prima di andare a letto e mostrate interesse per il libro che stanno leggendo.

16. Dare il bacio della buonanotte. Se hanno bisogno di parlare, ascoltateli. Questo li aiuterà a conciliare il sonno.

17. Accertarsi che stiano bene prima di andare a dormire. Anche se non se ne accorgono, questo rafforza comunque il vostro legame.

“Osservo le loro teste, un po’ spettinate, che dormono su quei cuscini… e la tristezza mi inonda. Ho assaporato i loro sorrisi e le loro risate e li ho abbracciati oppure mi sono limitata a seguire la lista di tutti i miei impegni di oggi? Stanno crescendo così in fretta. Una mattina mi sveglierò e una delle mie figlie si sposerà e verrò assalita dai dubbi. Ho giocato abbastanza con loro? Ho colto l’opportunità di essere parte delle loro vite?” (Janet Fackrell). 
Il tempo passa in fretta. Troppo in fretta. Non lasciatelo passare senza godervelo e rafforzate la relazione con i vostri figli.

Fonte: www.lamenteemeravigliosa.it

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mercoledì 14 novembre 2018

A scuola di empatia: l’esperimento che aiuta a sconfiggere il bullismo

A SCUOLA DI EMPATIA: 
L'ESPERIMENTO CHE AIUTA A SCONFIGGERE IL BULLISMO

Si chiama Klassens tid ed è l’esperimento che sta spopolando nelle scuole danesi: per un’ora a settimana, ai bambini viene insegnato ad ascoltare gli altri, così da imparare ad approcciare i problemi in maniera costruttiva e per maturare nella loro personalità una forte appartenenza di gruppo. In una parola: a creare empatia.
La materia, introdotta in verità già dal 1870 nei programmi danesi, si è via via sviluppata fino a diventare solo a partire dal 2016 un’ora di educazione sociale strettamente legata al concetto di empatia.
Lezioni semplici ma efficaci
Le modalità di svolgimento di questa lezione, insegnata dai 6 ai 16 anni, sono semplici me evidentemente anche efficaci visto l’enorme successo che sta avendo come applicazione nei casi di bullismo, come riporta anche il sito internet www.youreduaction.it, gli alunni preparano a turno una torta a cioccolato (il cacao non è a caso un importante antidepressivo), e mentre ne mangiano una fetta raccontano agli altri i loro problemi, le loro aspettative, le loro preoccupazioni.

In mezzo alla notizia
Pensano e si esprimono senza alcun imbarazzo, perché si sentono liberi e soprattutto perché percepiscono solidarietà e spirito di gruppo: non si sentono soli, bensì parte di una comunità. Non hanno, quindi, il timore di essere presi in giro, al contrario, invece aumenta in loro il coraggio per il solo fatto di essere ascoltati, imparando quanto sia importante il rispetto reciproco.

Fa bene pure ai prof
L’ora di empatia, riteniamo non faccia bene solo agli studenti, ma anche agli insegnanti che riescono in questo modo a comprendere meglio e più da vicino i bisogni dei propri alunni.
L’empatia, del resto, è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, tanto da riuscire a comprenderne il suo stato d’animo, sia esso di gioia che di dolore, senza alcun bisogno di parlare. Una capacità valida nei rapporti quotidiani, siano essi di lavoro, coppia, amicizia e di famiglia.
È una capacità che si può acquisire, alla pari dell’intelligenza emotiva cioè la capacità di valutare e riconoscere le proprie ed altrui emozioni riuscendo a creare e stabilire relazione positive nei contesti in cui si vive. L’intelligenza emotiva è formata da due competenze diverse quelle personali legate alla consapevolezza di se e quelle sociali possibili proprio grazie all’empatia.

Leader del domani
È probabile, inoltre, che un buon “leader del domani” sarà uno studente cresciuto in un ambiente non traumatico vissuto con sentimenti positivi e di fiducia, perché sarà in grado di favorire la cooperazione creando un ambiente disteso. Senza una buona dose di empatia, secondo gli studiosi in materia, anche uno studente con spiccato quoziente di intelligenza potrebbero non emergere e non avere successo nella vita.
Al riguardo, uno studio realizzato dall’Università di Michigan su circa 14.000 studenti universitari ha messo in luce che i ragazzi di oggi, rispetto agli universitari degli anni ’80 e ’90 hanno circa il 40% in meno di empatia e presentano depressione e/o disturbi mentali in notevole aumento.
Un esempio opposto, invece, viene dal nord, dove gli abitanti sono addirittura tra i più felici del mondo, secondo quanto emerso dal “World happiness report 2016” che fa il punto sullo stato di felicità globale.

Anche per gestire l’insuccesso
Un altro aspetto da non trascurare è che l’empatia non è soltanto osservare le proprie emozioni per rapportarsi in maniera costruttiva con gli altri, ma è anche imparare a gestire e assorbire l’insuccesso.
Insuccesso da vedere come scelta autonoma, scelta differente legata a fattori diversi. Non fallire, ma decidere di fallire, perché vincere in alcuni casi significa scendere a compromessi poco pregevoli sul piano etico, sposare ad esempio la nevrosi del lavoro gratificante a tutti i costi, del titolo professionale, dell’appagamento sentimentale.
Chi decide liberamente di fallire, in definitiva, non è meno determinato di chi impiega tutte le proprie forze per ottenere il posto di lavoro o il partner dei sogni: ha solo applicato l’empatia, per arrivare a quello che ritiene più giusto per lui.

Autore: D. Galuppi
Fonte:www.tecnicadellascuola.it

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mercoledì 31 ottobre 2018

Senza i ‘NO’ non si cresce, parola di Crepet

Senza i ‘NO’ non si cresce, parola di Crepet

Nelle parole di Paolo Crepet, psichiatra e sociologo padovano, l'analisi delle nuove generazioni di genitori e figli: i primi che hanno abbandonato il ruolo di educatori e i secondi che bruciano le tappe vivendo a 13 anni come i 18enni del passato. «È una generazione che non conosce i sogni perché non sono state insegnate le passioni»

Alunni e genitori picchiano gli insegnanti, professor Crepet cosa è cambiato di tanto profondo nella scuola italiana?
«Se tuo padre e tua madre non ti hanno mai detto un no da quando sei nato, il primo no che ti dice un esterno non lo accetti. L'educazione è una fatica che nessuno è più disposto a fare: coinvolge i genitori, i nonni, gli educatori, anche quelli fuori scuola a incominciare dall'ambito sportivo. Tutto questo ha una ricaduta drammatica: è una generazione che non conosce più i sogni perché non sono state insegnate le passioni. A forza di dire di sì tutto diventa grigio, si perdono i colori. Tutto è anticipato rispetto a ieri, oggi a 13 anni fai la vita che una volta si faceva a 18. La società anticipa i suoi riti: prima maturi, prima diventi consumista. Oggi un ragazzino di 13 anni al telefonino si compra quello che vuole e questo crea una sproporzione, è una maturazione fittizia: non sei maturo perché sei su Facebook, ma se hai una tua autonomia. Oggi giustifichiamo tutto, non conosciamo i nostri figli, siamo abituati a non negare loro mai niente, a 13 anni le figlie fanno l'amore e non ci sono molte mamme che svengono alla notizia. Si consuma tutto troppo in fretta, anche la vita».

Paolo Crepet, padovano 67 anni, psichiatra, scrittore e sociologo. Consultato spesso in tv per analizzare i comportamenti degli italiani: dalle madri assassine come quella di Cogne alle follie e alle paure.
È cambiata così tanto la famiglia italiana?

«Il problema è prima dei genitori che hanno sempre una responsabilità in più rispetto ai figli. Finché campi conservi una responsabilità nei confronti dei figli, anche quando sono adulti negli atti che faranno si rifletterà l'educazione che hai dato. Ma le cose sono cambiate improvvisamente, il mercato del lavoro è diverso e anche la proposta educativa si è allungata all'infinito. Una volta il diploma era più che sufficiente per lavorare, adesso non basta più una laurea. Hai un terzo della vita che è formazione e questo cambia la prospettiva, i bisogni, la necessità e anche i consumi. E perché tutto sia possibile, esige una famiglia che non è più educativa, ma economica. Il valore di una famiglia è passato da educativo a commerciale. I genitori da educatori sono diventati un bancomat».

A proposito di educazione: alcuni licei classici cercano nuovi alunni puntando sul fatto che sui loro banchi non siedono immigrati, disabili
«Una vecchia storia che ritorna ciclicamente è la presunzione di essere una razza migliore. C'è qualcuno che forse si era illuso che fossero bastati i 50 milioni di morti dell'ultima guerra; invece ritorna a galla, come il sughero nella laguna. Continuano a dire bestialità come la storia della razza bianca, ma questo non è un errore di un ignorante, questo nasconde un'ideologia che è quella di Hitler che pensava che Owens non avrebbe mai vinto le Olimpiadi perché nero. Quella è stata la prima rottura: Owens che vince davanti al Furher dimostrando che siamo tutti uomini, non differenti per colore ma per qualità. Un liceo che pensa di fare una sorta di scouting scegliendo così gli alunni è un liceo morto».

Oggi c'è troppa violenza nella politica italiana?
«Quando non si hanno idee si danno cazzotti. In un talk-show il primo che si alza e si toglie il microfono segna un punto. È il non parlare che porta voti, oppure il minacciare il tuo prossimo. Più che aumentata, la violenza è ben comunicata. La stessa violenza che una volta poteva avvenire in un comizio, adesso è sui social con una capacità dirompente moltiplicata».

Perché l'immigrazione fa paura?
«Perché siamo stati un paese che tranne qualche enclave nelle città portuali Venezia è un grande esempio non ha conosciuto la diversità. Ci sono mancati gli scambi e si scambia tra diversi e non tra uguali, milioni di italiani non sanno cosa vuol dire. E questo comporta una paura per tutto ciò che non è prodotto dalla tua terra. L'immigrazione è stata una selezione darwiniana, nel paesello dei cinque figli maschi andavano via i due con più carattere e più forza. In Italia, come ovunque, sono andati via i migliori. L'immigrazione aiuta un altro popolo: l'idea di mogli e buoi dei paese tuoi non funziona neanche con le vacche».

Siamo anche un paese di depressi?
«C'è un fenomeno interessante: l'aumento del numero di parafarmacie e farmacie. Evidentemente va di moda la debolezza. Noi abbiamo paura di tutto. La depressione è una grande metafora della paura del futuro, il depresso detesta il domani. Siamo depressi e ansiosi e cerchiamo da qualche parte di essere sedati nelle nostre ossessioni depressive e nelle nostre ansie».

Fonte:www.ilgazzettino.it

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mercoledì 24 ottobre 2018

I 6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”: la Spiritualità

I 6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”

6 La Spiritualità

10 passi per tornare al paradiso perduto

1) Riscoprire la capacità di meravigliarsi
«Tu credi ai miracoli?»
«Sì».
«Sì? Ma ne hai mai visto uno?»
«Un miracolo? Sì».
«Quale?»
«Tu».
«Io? Un miracolo?»
«Certo».
«Come?»
«Tu respiri. Hai una pelle morbida e calda. Il tuo cuore pulsa. Puoi vedere. Puoi udire. Corri. Mangi. Salti. Canti. Pensi. Ridi. Ami. Piangi...»
«Aaah... Tutto qui?»
Tutto qui.
È tragico non essere capaci di meravigliarsi. Il bambino si apre alla vita attraverso una catena di “stupori” e di meraviglie. Il compito più importante di un educatore è conservare questa capacità nei ragazzi che crescono: sarà la qualità più preziosa della loro esistenza.

2) Chi sa stupirsi non è indifferente:
è aperto al mondo, all'umanità, all'esistenza. Si viene al mondo con questa sola dote: lo stupore di esistere. L'esistenza è un miracolo. Gli altri, gli animali, le piante, l'universo, ci parlano di questo miracolo. E noi siamo miracolosi come loro. Per questo dobbiamo essere attenti e rispettosi. Chi considera meravigliosa la vita, sente di amare l'umanità, la rispetta in sé e negli altri. Donando agli altri l'importanza che meritano, noi scopriamo la nostra importanza. La vita ha un valore, una dignità. Nessuno ha il diritto di deturparla.
Gli esseri umani non sono cattivi, sono tristi. E i tristi diventano cattivi. Sono tristi perché non percepiscono la bellezza dell'esistenza.

3) La capacità di stupore accende la volontà di lottare per il valore della vita
La vita non è per la morte e l'umanità non è solo violenza e mediocrità. Si vive pensando che val la pena vivere e val la pena l'umanità.
Anna, 46 anni, insegnante, scrive: «La mia vita si divide in due periodi: prima e dopo il coma. A 26 anni sono stata in coma per due settimane: incidente stradale, colpo di sonno al volante. Quando ho riaperto gli occhi, nel silenzio del reparto, ho visto minuscole luci danzarmi davanti. Ero viva. Illusioni, lucciole, farfalle, non so che cosa fossero, ma è così che ho riscoperto la meraviglia. È stato come rinascere: il primo sorso di caffè, la prima passeggiata, il piacere di sfogliare una rivista, di chiedere che cosa era successo durante il mio breve letargo. Da allora ho imparato a guardare le cose con altri occhi. Dal mio risveglio, ogni cosa ha per me il valore di un dono: la meraviglia, scoperta attraverso la paura, ha reso migliore la mia vita. Non sono più una ragazza intransigente e piena di rancore. Sono cambiata, e il resto è arrivato da solo. Ogni mattina mi sveglio pensando che è stupefacente veder crescere i miei ragazzi e miei alunni, contare i tramonti, provare una ricetta, potare le mie rose. Modugno aveva ragione: «Meraviglioso / la luce di un mattino / l'abbraccio di un amico / il viso di un bambino / meraviglioso». Peccato averlo scoperto solo vent'anni fa».

4) Si è sorpresi dalla bontà
La vita è buona. Ad ascoltare i ragionamenti di certi ecologisti, l'uomo sembra di troppo: un essere dannoso. Il cristianesimo insegna che ogni vita partecipa all'opera della creazione. Sgorgano di qui la contemplazione, la calma, la semplice serenità, l'entusiasmo, l'ottimismo.

5) La sofferenza ci spiazza e ci sconvolge
Proprio perché ci fa capire in modo brutale quanto sia grande la privazione. Si piange sempre per qualcosa di bello che abbiamo perso, qualcosa di essenziale. I bambini hanno bisogno di scoprire il perché del male e del dolore presenti nel mondo, come pure di una convincente presentazione del senso della vita.

6) Solo dalla meraviglia sboccia la gratitudine
Tutto quello che abbiamo, lo dobbiamo a qualcuno. Dire grazie significa entrare nella logica del dono e della reciprocità. L'uomo moderno si indigna, protesta, si vendica, raramente ringrazia. Così dalla capacità di saperci meravigliare passiamo all'adorazione.

7) È l'incontro con un amico
È questa la sorgente della spiritualità. C'è un filo che va dalla concretezza della vita alla concretezza della sua origine. Dio non è un'idea, ma una realtà che si è fatta vedere e toccare in Gesù di Nazaret, ed è il “Dio dei viventi” perché logicamente il Creatore della vita non può morire. Gesù non è semplicemente un campione d'umanità vissuto in un'epoca storica. È vivente e operante, oggi.

8) Una comunità che sostiene, perdona, accoglie, incoraggia, conserva la parola stessa di Dio.
Per troppi la Chiesa è solo un vago riferimento burocratico, con strascichi generici e tradizionali. Genitori e figli devono invece partecipare alla vita della Chiesa, sentendolo gradualmente come un miracolo: nella Chiesa incontrano realmente e fisicamente Dio, i suoi doni di grazia, il suo perdono. Qui ricevono il sostegno e il nutrimento per crescere nella fede e una risposta autorevole alle domande della vita.

9) Un'identità forte, un sistema di valori coerente
L'ambiente in cui vivono molti ragazzi oggi è disgregante. La fede consolida, indica punti di riferimento, orienta l'essere umano. Mostra la linea di distinzione tra bene e male. E tutto senza mai ledere in nulla la libertà dell'individuo, a cui viene lasciata la decisione finale. In modo misterioso ma reale.

10) La felicità
Un pregiudizio duro a morire vuole che con una cosa il cristianesimo non c'entri nulla: con la gioia di vivere. Ma che razza di Buona Notizia è, se è così difficile andare in Paradiso e così facile andare all'Inferno? Una curiosa forma di pudore impedisce a troppi di parlare del paradiso. Tommaso d'Aquino sostiene che la felicità sia uno dei nomi di Dio.
Autore: B.F.
Fonte:www.biesseonline.sdb.org

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