Paidos Onlus

Paidos Onlus
Paidos Onlus dalla parte dei bambini,SEMPRE

mercoledì 14 novembre 2018

A scuola di empatia: l’esperimento che aiuta a sconfiggere il bullismo

A SCUOLA DI EMPATIA: 
L'ESPERIMENTO CHE AIUTA A SCONFIGGERE IL BULLISMO

Si chiama Klassens tid ed è l’esperimento che sta spopolando nelle scuole danesi: per un’ora a settimana, ai bambini viene insegnato ad ascoltare gli altri, così da imparare ad approcciare i problemi in maniera costruttiva e per maturare nella loro personalità una forte appartenenza di gruppo. In una parola: a creare empatia.
La materia, introdotta in verità già dal 1870 nei programmi danesi, si è via via sviluppata fino a diventare solo a partire dal 2016 un’ora di educazione sociale strettamente legata al concetto di empatia.
Lezioni semplici ma efficaci
Le modalità di svolgimento di questa lezione, insegnata dai 6 ai 16 anni, sono semplici me evidentemente anche efficaci visto l’enorme successo che sta avendo come applicazione nei casi di bullismo, come riporta anche il sito internet www.youreduaction.it, gli alunni preparano a turno una torta a cioccolato (il cacao non è a caso un importante antidepressivo), e mentre ne mangiano una fetta raccontano agli altri i loro problemi, le loro aspettative, le loro preoccupazioni.

In mezzo alla notizia
Pensano e si esprimono senza alcun imbarazzo, perché si sentono liberi e soprattutto perché percepiscono solidarietà e spirito di gruppo: non si sentono soli, bensì parte di una comunità. Non hanno, quindi, il timore di essere presi in giro, al contrario, invece aumenta in loro il coraggio per il solo fatto di essere ascoltati, imparando quanto sia importante il rispetto reciproco.

Fa bene pure ai prof
L’ora di empatia, riteniamo non faccia bene solo agli studenti, ma anche agli insegnanti che riescono in questo modo a comprendere meglio e più da vicino i bisogni dei propri alunni.
L’empatia, del resto, è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, tanto da riuscire a comprenderne il suo stato d’animo, sia esso di gioia che di dolore, senza alcun bisogno di parlare. Una capacità valida nei rapporti quotidiani, siano essi di lavoro, coppia, amicizia e di famiglia.
È una capacità che si può acquisire, alla pari dell’intelligenza emotiva cioè la capacità di valutare e riconoscere le proprie ed altrui emozioni riuscendo a creare e stabilire relazione positive nei contesti in cui si vive. L’intelligenza emotiva è formata da due competenze diverse quelle personali legate alla consapevolezza di se e quelle sociali possibili proprio grazie all’empatia.

Leader del domani
È probabile, inoltre, che un buon “leader del domani” sarà uno studente cresciuto in un ambiente non traumatico vissuto con sentimenti positivi e di fiducia, perché sarà in grado di favorire la cooperazione creando un ambiente disteso. Senza una buona dose di empatia, secondo gli studiosi in materia, anche uno studente con spiccato quoziente di intelligenza potrebbero non emergere e non avere successo nella vita.
Al riguardo, uno studio realizzato dall’Università di Michigan su circa 14.000 studenti universitari ha messo in luce che i ragazzi di oggi, rispetto agli universitari degli anni ’80 e ’90 hanno circa il 40% in meno di empatia e presentano depressione e/o disturbi mentali in notevole aumento.
Un esempio opposto, invece, viene dal nord, dove gli abitanti sono addirittura tra i più felici del mondo, secondo quanto emerso dal “World happiness report 2016” che fa il punto sullo stato di felicità globale.

Anche per gestire l’insuccesso
Un altro aspetto da non trascurare è che l’empatia non è soltanto osservare le proprie emozioni per rapportarsi in maniera costruttiva con gli altri, ma è anche imparare a gestire e assorbire l’insuccesso.
Insuccesso da vedere come scelta autonoma, scelta differente legata a fattori diversi. Non fallire, ma decidere di fallire, perché vincere in alcuni casi significa scendere a compromessi poco pregevoli sul piano etico, sposare ad esempio la nevrosi del lavoro gratificante a tutti i costi, del titolo professionale, dell’appagamento sentimentale.
Chi decide liberamente di fallire, in definitiva, non è meno determinato di chi impiega tutte le proprie forze per ottenere il posto di lavoro o il partner dei sogni: ha solo applicato l’empatia, per arrivare a quello che ritiene più giusto per lui.

Autore: D. Galuppi
Fonte:www.tecnicadellascuola.it

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘Un futuro migliore per Sara’
per assicurarle un’istruzione e una vita migliore
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 31 ottobre 2018

Senza i ‘NO’ non si cresce, parola di Crepet

Senza i ‘NO’ non si cresce, parola di Crepet

Nelle parole di Paolo Crepet, psichiatra e sociologo padovano, l'analisi delle nuove generazioni di genitori e figli: i primi che hanno abbandonato il ruolo di educatori e i secondi che bruciano le tappe vivendo a 13 anni come i 18enni del passato. «È una generazione che non conosce i sogni perché non sono state insegnate le passioni»

Alunni e genitori picchiano gli insegnanti, professor Crepet cosa è cambiato di tanto profondo nella scuola italiana?
«Se tuo padre e tua madre non ti hanno mai detto un no da quando sei nato, il primo no che ti dice un esterno non lo accetti. L'educazione è una fatica che nessuno è più disposto a fare: coinvolge i genitori, i nonni, gli educatori, anche quelli fuori scuola a incominciare dall'ambito sportivo. Tutto questo ha una ricaduta drammatica: è una generazione che non conosce più i sogni perché non sono state insegnate le passioni. A forza di dire di sì tutto diventa grigio, si perdono i colori. Tutto è anticipato rispetto a ieri, oggi a 13 anni fai la vita che una volta si faceva a 18. La società anticipa i suoi riti: prima maturi, prima diventi consumista. Oggi un ragazzino di 13 anni al telefonino si compra quello che vuole e questo crea una sproporzione, è una maturazione fittizia: non sei maturo perché sei su Facebook, ma se hai una tua autonomia. Oggi giustifichiamo tutto, non conosciamo i nostri figli, siamo abituati a non negare loro mai niente, a 13 anni le figlie fanno l'amore e non ci sono molte mamme che svengono alla notizia. Si consuma tutto troppo in fretta, anche la vita».

Paolo Crepet, padovano 67 anni, psichiatra, scrittore e sociologo. Consultato spesso in tv per analizzare i comportamenti degli italiani: dalle madri assassine come quella di Cogne alle follie e alle paure.
È cambiata così tanto la famiglia italiana?

«Il problema è prima dei genitori che hanno sempre una responsabilità in più rispetto ai figli. Finché campi conservi una responsabilità nei confronti dei figli, anche quando sono adulti negli atti che faranno si rifletterà l'educazione che hai dato. Ma le cose sono cambiate improvvisamente, il mercato del lavoro è diverso e anche la proposta educativa si è allungata all'infinito. Una volta il diploma era più che sufficiente per lavorare, adesso non basta più una laurea. Hai un terzo della vita che è formazione e questo cambia la prospettiva, i bisogni, la necessità e anche i consumi. E perché tutto sia possibile, esige una famiglia che non è più educativa, ma economica. Il valore di una famiglia è passato da educativo a commerciale. I genitori da educatori sono diventati un bancomat».

A proposito di educazione: alcuni licei classici cercano nuovi alunni puntando sul fatto che sui loro banchi non siedono immigrati, disabili
«Una vecchia storia che ritorna ciclicamente è la presunzione di essere una razza migliore. C'è qualcuno che forse si era illuso che fossero bastati i 50 milioni di morti dell'ultima guerra; invece ritorna a galla, come il sughero nella laguna. Continuano a dire bestialità come la storia della razza bianca, ma questo non è un errore di un ignorante, questo nasconde un'ideologia che è quella di Hitler che pensava che Owens non avrebbe mai vinto le Olimpiadi perché nero. Quella è stata la prima rottura: Owens che vince davanti al Furher dimostrando che siamo tutti uomini, non differenti per colore ma per qualità. Un liceo che pensa di fare una sorta di scouting scegliendo così gli alunni è un liceo morto».

Oggi c'è troppa violenza nella politica italiana?
«Quando non si hanno idee si danno cazzotti. In un talk-show il primo che si alza e si toglie il microfono segna un punto. È il non parlare che porta voti, oppure il minacciare il tuo prossimo. Più che aumentata, la violenza è ben comunicata. La stessa violenza che una volta poteva avvenire in un comizio, adesso è sui social con una capacità dirompente moltiplicata».

Perché l'immigrazione fa paura?
«Perché siamo stati un paese che tranne qualche enclave nelle città portuali Venezia è un grande esempio non ha conosciuto la diversità. Ci sono mancati gli scambi e si scambia tra diversi e non tra uguali, milioni di italiani non sanno cosa vuol dire. E questo comporta una paura per tutto ciò che non è prodotto dalla tua terra. L'immigrazione è stata una selezione darwiniana, nel paesello dei cinque figli maschi andavano via i due con più carattere e più forza. In Italia, come ovunque, sono andati via i migliori. L'immigrazione aiuta un altro popolo: l'idea di mogli e buoi dei paese tuoi non funziona neanche con le vacche».

Siamo anche un paese di depressi?
«C'è un fenomeno interessante: l'aumento del numero di parafarmacie e farmacie. Evidentemente va di moda la debolezza. Noi abbiamo paura di tutto. La depressione è una grande metafora della paura del futuro, il depresso detesta il domani. Siamo depressi e ansiosi e cerchiamo da qualche parte di essere sedati nelle nostre ossessioni depressive e nelle nostre ansie».

Fonte:www.ilgazzettino.it

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘Un futuro migliore per Sara’
per assicurarle un’istruzione e una vita migliore
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 24 ottobre 2018

I 6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”: la Spiritualità

I 6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”

6 La Spiritualità

10 passi per tornare al paradiso perduto

1) Riscoprire la capacità di meravigliarsi
«Tu credi ai miracoli?»
«Sì».
«Sì? Ma ne hai mai visto uno?»
«Un miracolo? Sì».
«Quale?»
«Tu».
«Io? Un miracolo?»
«Certo».
«Come?»
«Tu respiri. Hai una pelle morbida e calda. Il tuo cuore pulsa. Puoi vedere. Puoi udire. Corri. Mangi. Salti. Canti. Pensi. Ridi. Ami. Piangi...»
«Aaah... Tutto qui?»
Tutto qui.
È tragico non essere capaci di meravigliarsi. Il bambino si apre alla vita attraverso una catena di “stupori” e di meraviglie. Il compito più importante di un educatore è conservare questa capacità nei ragazzi che crescono: sarà la qualità più preziosa della loro esistenza.

2) Chi sa stupirsi non è indifferente:
è aperto al mondo, all'umanità, all'esistenza. Si viene al mondo con questa sola dote: lo stupore di esistere. L'esistenza è un miracolo. Gli altri, gli animali, le piante, l'universo, ci parlano di questo miracolo. E noi siamo miracolosi come loro. Per questo dobbiamo essere attenti e rispettosi. Chi considera meravigliosa la vita, sente di amare l'umanità, la rispetta in sé e negli altri. Donando agli altri l'importanza che meritano, noi scopriamo la nostra importanza. La vita ha un valore, una dignità. Nessuno ha il diritto di deturparla.
Gli esseri umani non sono cattivi, sono tristi. E i tristi diventano cattivi. Sono tristi perché non percepiscono la bellezza dell'esistenza.

3) La capacità di stupore accende la volontà di lottare per il valore della vita
La vita non è per la morte e l'umanità non è solo violenza e mediocrità. Si vive pensando che val la pena vivere e val la pena l'umanità.
Anna, 46 anni, insegnante, scrive: «La mia vita si divide in due periodi: prima e dopo il coma. A 26 anni sono stata in coma per due settimane: incidente stradale, colpo di sonno al volante. Quando ho riaperto gli occhi, nel silenzio del reparto, ho visto minuscole luci danzarmi davanti. Ero viva. Illusioni, lucciole, farfalle, non so che cosa fossero, ma è così che ho riscoperto la meraviglia. È stato come rinascere: il primo sorso di caffè, la prima passeggiata, il piacere di sfogliare una rivista, di chiedere che cosa era successo durante il mio breve letargo. Da allora ho imparato a guardare le cose con altri occhi. Dal mio risveglio, ogni cosa ha per me il valore di un dono: la meraviglia, scoperta attraverso la paura, ha reso migliore la mia vita. Non sono più una ragazza intransigente e piena di rancore. Sono cambiata, e il resto è arrivato da solo. Ogni mattina mi sveglio pensando che è stupefacente veder crescere i miei ragazzi e miei alunni, contare i tramonti, provare una ricetta, potare le mie rose. Modugno aveva ragione: «Meraviglioso / la luce di un mattino / l'abbraccio di un amico / il viso di un bambino / meraviglioso». Peccato averlo scoperto solo vent'anni fa».

4) Si è sorpresi dalla bontà
La vita è buona. Ad ascoltare i ragionamenti di certi ecologisti, l'uomo sembra di troppo: un essere dannoso. Il cristianesimo insegna che ogni vita partecipa all'opera della creazione. Sgorgano di qui la contemplazione, la calma, la semplice serenità, l'entusiasmo, l'ottimismo.

5) La sofferenza ci spiazza e ci sconvolge
Proprio perché ci fa capire in modo brutale quanto sia grande la privazione. Si piange sempre per qualcosa di bello che abbiamo perso, qualcosa di essenziale. I bambini hanno bisogno di scoprire il perché del male e del dolore presenti nel mondo, come pure di una convincente presentazione del senso della vita.

6) Solo dalla meraviglia sboccia la gratitudine
Tutto quello che abbiamo, lo dobbiamo a qualcuno. Dire grazie significa entrare nella logica del dono e della reciprocità. L'uomo moderno si indigna, protesta, si vendica, raramente ringrazia. Così dalla capacità di saperci meravigliare passiamo all'adorazione.

7) È l'incontro con un amico
È questa la sorgente della spiritualità. C'è un filo che va dalla concretezza della vita alla concretezza della sua origine. Dio non è un'idea, ma una realtà che si è fatta vedere e toccare in Gesù di Nazaret, ed è il “Dio dei viventi” perché logicamente il Creatore della vita non può morire. Gesù non è semplicemente un campione d'umanità vissuto in un'epoca storica. È vivente e operante, oggi.

8) Una comunità che sostiene, perdona, accoglie, incoraggia, conserva la parola stessa di Dio.
Per troppi la Chiesa è solo un vago riferimento burocratico, con strascichi generici e tradizionali. Genitori e figli devono invece partecipare alla vita della Chiesa, sentendolo gradualmente come un miracolo: nella Chiesa incontrano realmente e fisicamente Dio, i suoi doni di grazia, il suo perdono. Qui ricevono il sostegno e il nutrimento per crescere nella fede e una risposta autorevole alle domande della vita.

9) Un'identità forte, un sistema di valori coerente
L'ambiente in cui vivono molti ragazzi oggi è disgregante. La fede consolida, indica punti di riferimento, orienta l'essere umano. Mostra la linea di distinzione tra bene e male. E tutto senza mai ledere in nulla la libertà dell'individuo, a cui viene lasciata la decisione finale. In modo misterioso ma reale.

10) La felicità
Un pregiudizio duro a morire vuole che con una cosa il cristianesimo non c'entri nulla: con la gioia di vivere. Ma che razza di Buona Notizia è, se è così difficile andare in Paradiso e così facile andare all'Inferno? Una curiosa forma di pudore impedisce a troppi di parlare del paradiso. Tommaso d'Aquino sostiene che la felicità sia uno dei nomi di Dio.
Autore: B.F.
Fonte:www.biesseonline.sdb.org

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘Un futuro migliore per Sara’
per assicurarle un’istruzione e una vita migliore
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 17 ottobre 2018

6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”: l'autocontrollo

I 6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”

5 L'autocontrollo

Il nome moderno della temperanza

L'arte di avere cura di se stessi e degli altri.

Un tempo, questa essenziale qualità umana si chiamava “temperanza”. Un nome triste, che richiama alla mente altri verbi sgradevoli: rinunciare, mortificarsi, castigare tutti i desideri.
In realtà temperanza significa invece l'inebriante gioia di essere padroni di se stessi. È l'equilibrio, la saggezza pratica, la libertà autentica, che non va oltre i limiti, ma li rispetta. È l'arte di avere cura di se stessi e degli altri.

È forse la virtù più difficile in questo mondo che premia l'esagerazione. Lo spreco e l'eccesso hanno causato al pianeta problemi analoghi a quelli di un individuo, le cui abitudini sono eccessive e smodate. I risultati tangibili sono malattie, esaurimento delle risorse e povertà, egocentrismo, avidità e divisioni. La vecchia virtù della temperanza si rivela invece un baluardo contro la marea del comprare, possedere e sprecare che caratterizza le nostre società sviluppate.

La nostra società soffre di più per il troppo mangiare, correre, agitarsi che per la mancanza di qualcosa di vitale. La temperanza è una forza contro avarizia, lussuria, gola e accidia; direi anche contro la rabbia e l'orgoglio. È come una guida saggia che mette a tacere le voci strepitanti che chiedono tutto ciò che è eccessivo e superfluo, ed è una guida affidabile alle buone maniere spirituali.
C'è un luogo in cui è sempre più urgente imparare l'autocontrollo: la famiglia.

In famiglia
Nella maggioranza delle famiglie, si litiga sempre per gli stessi motivi, trasformando la vita familiare in un fragile armistizio tra un litigio e l'altro.
• È così facile farsi trascinare quotidianamente in conflitti familiari!
• Perché? Semplice, è sempre difficile amare.
Il rischio è che tutta l'impostazione familiare finisca per essere basata sulla legge del più forte. Una grande percentuale di persone è ancora convinta che le sberle siano una punizione accettabile. Dicono: «I miei genitori mi hanno dato qualche schiaffo e ha funzionato benissimo». La sculacciata è un sistema che serve a scaricare le frustrazioni e la rabbia, mascherando il fatto che i genitori non riescono ad affrontare la situazione. Dopo tutto non è difficile picchiare un bambino. È molto più difficile spiegargli le cose...

Autocontrollo per grandi e piccoli
1. Addomesticare la collera.
Ecco alcune tecniche che permettono di identificare la propria collera e reagire senza peggiorare la situazione. La prima è riconoscere e dare un nome ai sentimenti di rabbia, utilissima per l'alfabetizzazione emotiva. Anche i bambini comprendono espressioni come “ribollire di rabbia”, “sto per scoppiare”, “sono esploso”. Quando il bambino è consapevole di essere arrabbiato, ha la possibilità di farlo sapere agli altri. I genitori hanno difficoltà a comprendere che l'ira in qualche modo non può essere completamente repressa. La seconda è concentrarsi sulle cause della rabbia e non sulla rabbia. L'ira è come una di quelle spie intermittenti sul cruscotto dell'automobile che ci avvertono che qualcosa ha bisogno di particolare attenzione. L'esplosione rabbiosa è il sintomo, non la malattia. È essenziale eliminare le cause ma anche agire sui sintomi, soprattutto per far capire che la rabbia non è mai una soluzione, ma che di solito peggiora la situazione.

2. Fermarsi. Purtroppo la causa più comune è che la rabbia si prende come il morbillo: per i virus che circolano nell'ambiente dove si vive. E il nostro è un mondo di arrabbiati. Vivere in un'atmosfera aggressiva fa sentire i bambini vulnerabili. Perdiamo la calma e spesso siamo più nervosi proprio quando la famiglia si riunisce la sera, stanca e affamata. Altre cause comuni sono le ingiustizie, le frustrazioni, gli insuccessi, le vergogne, le umiliazioni, i sentimenti feriti.
Per fermare l'aggressore interrompendone il comportamento con decisione e fermezza è bene stabilire alcune regole ferree:
• «Usare le parole, non le mani».
• Le prime volte si possono aiutare i bambini con delle domande: Sei arrabbiato con qualcuno? Ti senti così perché non vuoi fare qualcosa? Come ti senti? Trattato ingiustamente? Triste?
• Esporre con energia i principi che si vogliono insegnare, anche se il bambino li conosce già: «Non si devono picchiare gli altri». «Dobbiamo trattare gli altri nello stesso modo in cui vogliamo che gli altri trattino noi».

3. Perdonarsi. Quando torna la calma si deve aiutare il bambino a esaminare ciò che è accaduto, che cosa è andato storto. Come si può evitare che la stessa cosa si ripeta in futuro? Aiutatelo a comprendere la propria responsabilità e a credere nella sua capacità di controllarsi, dicendogli che siete convinti che ce la farà. Stabilite delle conseguenze adatte al “reato”, ma costruite un clima di perdono: accettare le scuse del bambino è un modo per ridargli la convinzione nella sua “bontà”.

4. La lotta per l'autocontrollo. Si tratta di una lotta, e la forza di volontà è un muscolo: si può potenziare con l'esercizio quotidiano. Si tratta quindi di insegnare ai bambini le “buone abitudini”, quelle del tipo «conta fino a venti prima di arrabbiarti, non si mangia fuori pasto, alle ventuno si va a dormire, ecc.».
• Costruire un'architettura della scelta. Questo dipende dalla “visione”: l'autocontrollo consiste nel riuscire a guardare oltre l'oggi, a rinviare, se necessario, la gratificazione istantanea per perseguire la realizzazione di obiettivi più importanti.

Autore: B.F.
Fonte:www.biesseonline.sdb.org

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘Un futuro migliore per Sara’
per assicurarle un’istruzione e una vita migliore
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 10 ottobre 2018

6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”: la responsabilità

I 6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”

Con il primo ingrediente, la saggezza, abbiamo guardato in faccia il “punto di partenza”. Questa umile rubrica proporrà sei obiettivi essenziali (uno per puntata: La saggezza, Il coraggio, L'amore, La responsabilità, La temperanza, La trascendenza), a loro volta suddivisi in tante altre “potenzialità”, da educare.

4 La responsabilità

Come succede nella scuola-guida, quando l'allievo è pronto, l'istruttore gli deve cedere il volante e lasciare che prenda il controllo della propria vita.

Educare la responsabilità è la vera sfida educativa del secolo. Un sociologo da tutti citato definisce “liquida” la nostra società. Sono tentato di aggiungere “e anche un po' paludosa”. Sappiamo tutti che un fiume senza argini diventa una palude. Parlare di educazione della responsabilità significa parlare di “argini”, o anche delle “impalcature” necessarie per costruire una vita bella, utile, orientata e forte.

Gli Indiani Cherokee del Nord America hanno un magnifico “rito” per significare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta.
Quando un ragazzo compie gli anni prescritti per dimostrarsi adulto, il padre lo porta nel folto della foresta e gli benda strettamente gli occhi, poi lo lascia da solo seduto su un tronco.
Il ragazzo deve stare sul tronco tutta la notte e non togliersi la benda fino al mattino. Non può chiedere aiuto a nessuno. Se resiste, al sorgere del sole sarà proclamato uomo.
Di solito, la notte è paurosa: ci sono rumori strani, sibili e scricchiolii, animali che strisciano, lupi che ululano, fruscii e grugniti, combattimenti feroci tra i cespugli.
Il ragazzo è armato solo del suo coraggio. Stringe i pugni e resiste, seduto sul tronco, con il cuore che batte all'impazzata.
Finalmente, dopo quella notte orribile, il sole appare e il ragazzo si toglie la benda.
Allora scopre suo padre poco lontano, seduto su un tronco accanto al suo.
Il padre non se n'è andato, è rimasto tutta la notte in silenzio, per proteggere il figlio da ogni possibile pericolo, senza che il ragazzo potesse accorgersene.

Ecco alcune semplici considerazioni:
Il punto di partenza è essere responsabili di se stessi. Troppi adulti tra i venti e i quarant'anni non sono veramente in grado di prendersi la responsabilità della propria vita. La maggioranza dei conflitti tra figli e adulti, come tra gli adulti stessi, si sviluppa in modo distruttivo proprio perché le parti non sono capaci, o non vogliono, prendersi la responsabilità di se stessi e sprecano energie incolpandosi l'un l'altro.

Esistono due forme di responsabilità:
• La responsabilità sociale è quella che abbiamo l'uno verso l'altro: in famiglia, nelle comunità, nella società e nel mondo. È una qualità che permette alla società o a gruppi costituiti da un certo numero di persone di funzionare correttamente. La responsabilità sociale si può imparare solo dai genitori e dagli insegnanti.
• La responsabilità personale è quella che ciascuno di noi ha per la propria vita, per la propria salute e lo sviluppo fisico, psicologico e mentale. I figli devono vivere con adulti che salvaguardino la loro integrità personale e intervengano quando i figli dimostrano comportamenti autodistruttivi. 

L'intervento dei genitori deve essere fatto in modo da assicurare ai figli lo sviluppo di una sana autostima e un alto grado di autonomia.

I genitori devono abbandonare il “risponditore automatico”, lo strumento che, appena i figli sono a portata di orecchio, attacca con i soliti commenti educativi, di aiuto o di consiglio. È evidente che la maggior parte dei figli già all'età di tre anni smette di ascoltare la macchina parlante. Il messaggio sottostante è distruttivo: «Tu non sei in grado di funzionare come un figlio decente, responsabile, beneducato e collaborativo se io non ti metto in testa ogni minuto quello che devi fare!». E quanto più il nastro lo ripete, tanto più il messaggio viene registrato.

I genitori devono esprimere chiaramente “quello che pensano” ed aiutare i figli a fare altrettanto. Ricordandosi sempre che i bambini hanno il diritto di essere bambini.
Per esempio, il perenne conflitto “svegliarsi in tempo al mattino” dovrebbe essere risolto con un discorso affettuoso ma fermo del tipo: «Ascoltate, ragazzi. Quando eravate più piccoli, ci piaceva svegliarvi la mattina, dato che la responsabilità che vi preparaste per la scuola era nostra. Ma ora pensiamo che non sia più necessario, anche perché con questa storia finisce che bisticciamo quasi ogni giorno. Quindi abbiamo deciso di lasciare a voi questa responsabilità. Se poi vi capiterà troppo spesso di andare a letto tardi, e avrete paura di non sentire la sveglia, basta che ce lo diciate e vedremo di aiutarvi. A parte questo, d'ora in poi dovrete pensare voi ad alzarvi ogni mattina».
I bambini sanno quello che vogliono, ma non sanno quello che è necessario per loro. I figli che ricevono tutto quello che vogliono non sono amati, ma trascurati.

Se i bambini hanno tutto quello che chiedono o devono solo “ubbidire” non saranno mai responsabili. L'ubbidienza pura e semplice non è la responsabilità! Responsabilità significa passare dall'essere controllati dall'esterno a un controllo interiore. Un bambino semplicemente ubbidiente si abitua ad una forma di controllo esterno. Questo può danneggiare la sua autostima e lo sviluppo della sua responsabilità personale e genera sensazioni di isolamento, inferiorità o vergogna. Con il tempo si metterà in qualche compagnia che assumerà potere su di lui come hanno fatto i suoi genitori: «Se fai come noi, sei dei nostri, altrimenti sei fuori!»

I genitori devono dimostrare, non insegnare. A questo scopo devono modificare e rendere più autentico il loro modo di essere.

I figli devono avere qualche “dovere” e qualche compito pratico in casa. Negli ultimi dieci o quindici anni è aumentato il numero di genitori che invece di chiedere ai figli di fare qualcosa, li servono docilmente. Sono nati così quelli che vengono chiamati “i piccoli tiranni”. I genitori dovrebbero definire la situazione all'incirca in questi termini: «Siamo tutti sulla stessa barca e l'equipaggio è composto da quattro membri. Su questa barca tutti sono bene accetti. Ma non abbiamo nessuna intenzione di tenere a bordo un clandestino».

I ragazzi che vivono in casa devono sapere esattamente cosa ci si aspetta da loro. E i genitori devono continuare a tenere saldamente in mano la guida della famiglia.
Autore: B.F.
Fonte:www.biesseonline.sdb.org

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘Un futuro migliore per Sara’
per assicurarle un’istruzione e una vita migliore
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 3 ottobre 2018

6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”: l'amore

I 6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”

Con il primo ingrediente, la saggezza, abbiamo guardato in faccia il “punto di partenza”. Questa umile rubrica proporrà sei obiettivi essenziali (uno per puntata: La saggezza, Il coraggio, L'amore, La giustizia, La temperanza, La trascendenza), a loro volta suddivisi in tante altre “potenzialità”, da educare.

3 L'amore

È una qualità incredibile. Significa preferire il bene di qualcun altro a quello per se stessi. Trovare la propria felicità nel far felici altri. È vedere in qualcuno qualcosa che nessun altro vede.

È una qualità incredibile. Significa preferire il bene di qualcun altro a quello per se stessi. Trovare la propria felicità nel far felici altri. È vedere in qualcuno qualcosa che nessun altro vede.

Chi può arrogarsi il diritto di mettere ordine nel misterioso caleidoscopio dell'amore? Lo scrittore inglese C.S. Lewis ha distinto quattro forme principali d'amore e le ha chiamate con nomi differenti: affetto, amicizia, eros, carità.

Caro, dolce affetto
L'affetto è il più umile e diffuso degli “amori”. Questo non significa che sia trascurabile. La sua manifestazione tipica è tra genitori e figli. È fatto di caldo benessere, della soddisfazione che nasce dallo stare insieme, di accoglienza e dono profondi, di tenerezza tranquilla. È il meno discriminante degli amori. Di alcune donne possiamo già dire in anticipo che avranno pochi corteggiatori, e di alcuni uomini che difficilmente si faranno degli amici; questo perché entrambi non hanno nulla da offrire. Ma chiunque può diventare oggetto d'affetto, anche se brutto o stupido, persino se insopportabile. E non è nemmeno necessario che vi sia un grado di parentela o di affinità.
Si manifesta con la riconoscenza. Consiste nel riconoscere il valore di ciò che abbiamo o di qualcosa che magari già era nostro e non sapevamo quanto meraviglioso fosse.

Amicizia: via dal gregge
La seconda forma dell'amore è l'amicizia. Secondo C.S. Lewis è «il meno naturale degli affetti, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile. Qui i nostri nervi c'entrano ben poco; in questo sentimento non c'è nulla di tenebroso: nulla che faccia accelerare il polso, o arrossire, o sbiancare. È semplicemente un rapporto che si stabilisce fra individui. Quando due persone diventano amiche, significa che esse si sono allontanate, insieme, dal gregge». Senza l'eros e il suo aspetto sessuale nessuno di noi sarebbe nato. Senza l'affetto nessuno di noi avrebbe ricevuto nutrimento ed educazione. Ma gli uomini possono vivere e riprodursi anche senza amicizia. Da un punto di vista biologico, essa non è affatto indispensabile alla specie umana. Eppure è importantissima, come ben sa solo chi ne fa l'esperienza diretta. «L'amicizia è superflua, come la filosofia, l'arte, l'universo stesso (Dio, infatti, non aveva bisogno di creare). Essa non ha valore ai fini della sopravvivenza; è piuttosto una di quelle cose che danno valore alla sopravvivenza» (C.S. Lewis).
Un amico vero ci costringe a “tirar fuori” la parte migliore di noi.

Eros e innamoramento: basta un alito nei capelli
La terza forma dell'amore è l'innamoramento. L'amore tipico tra uomo e donna, che coinvolge totalmente la loro personalità sessuale. «Amore» scrive un innamorato, «un sentimento che si è ripetuto nel corso della storia e anche nella mia vita. Ma oggi è diverso: sento che il centro della mia esistenza si sposta decisamente fuori di me. Trovo inadeguata ad esprimere ciò che sento nel profondo di me qualsiasi parola. Incredibile! Basta un alito di vento tra i tuoi capelli perché tu riempia il vuoto della mia solitudine. Sono irresistibilmente attratto da te e con te desidero costruire il mio avvenire». L'innamoramento è esclusivo, promette e vuole unione stabile, eterna fedeltà. «Ti sarò sempre fedele» sono le prime parole che di solito pronuncia un innamorato autentico in tutta sincerità. L'esperienza non serve a metterlo in guardia contro le delusioni.
È la forma d'amore più possente, generatrice di vita e di felicità profondissima, ma anche la più difficile da mantenere e governare. Per crescere e sopravvivere ha bisogno delle altre forme d'amore.
Le qualità di base sono il rispetto e la fedeltà.

Carità: si può amare il nemico?
La carità è la quarta forma dell'amore. Quella che attinge direttamente la sua forza dal Creatore stesso dell'amore. «Dio è Amore» afferma chiaramente la Bibbia.
C'è un amore speciale che permette all'uomo di amare ciò che, per sua natura, non è amabile: i lebbrosi, i criminali, i nemici, gli imbecilli, i burberi, chi si atteggia a uomo superiore, chi si fa beffe del prossimo ecc. Madre Teresa non mente, non scherzano le suore e i fratelli del Cottolengo, non fingono migliaia e migliaia di missionari, volontari, uomini e donne che “amano” i rifiuti e i paria della società. E l'amore-dono di Dio. Dio è capacità immensa d'amore. Nella creazione ci ha dato questa capacità, che ha quindi la possibilità di andare oltre l'affetto, l'amicizia, l'eros. Ci portiamo dentro anche una gran carica di amore-bisogno per Dio: «Ci hai creati per Te» pregava sant'Agostino «e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». Ma Dio stesso vuole che l'amore-bisogno verso di Lui si trasformi in amore-dono verso tutti gli uomini.
Si manifesta con la gentilezza e con quella rara qualità che è l'intelligenza sociale (emotiva, relazionale, solidale). Amare è percepire la bellezza e lo stupore dell'esistenza.
Chi considera meravigliosa la vita, sente di amare l'umanità, la rispetta in sé e negli altri.
Autore: B.F.
Fonte:www.biesseonline.sdb.org

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘Un futuro migliore per Sara’
per assicurarle un’istruzione e una vita migliore
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455

mercoledì 26 settembre 2018

6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”: il coraggio

I 6 ingredienti fondamentali per formare un “uomo”

Con il primo ingrediente, la saggezza, abbiamo guardato in faccia il “punto di partenza”. Questa umile rubrica proporrà sei obiettivi essenziali (uno per puntata: La saggezza, Il coraggio, L'amore, La giustizia, La temperanza, La trascendenza), a loro volta suddivisi in tante altre “potenzialità”, da educare.

2 Il coraggio

In un corridoio di un centro di rieducazione per bambini affetti da handicap più o meno gravi, un bambino con le gambe inerti, imprigionate da ingombranti tutori di metallo, si trascinava rimanendo seduto sul pavimento, sbuffando e piagnucolando.

«Tiziana, tirami su!» frignava stizzito verso la giovane volontaria che lo guardava sorridendo al fondo del corridoio, a braccia spalancate.
«Aiutami!» piangeva il bambino. Ma la ragazza sorrideva e non si muoveva.
Furioso, con le lacrime agli occhi, il bambino puntò le braccia con tutte le sue forze, con uno sforzo immane costrinse le sue gambe a piegarsi finché si alzò in piedi e traballando, a passo di formica, cominciò a percorrere il corridoio.
Dopo un tempo interminabile, arrivò dalla ragazza che lo aspettava sempre sorridente, con le braccia aperte.
Il bambino si buttò in quelle braccia gridando: «Tutto da solo! Hai visto? Ho fatto tutto da solo!».
La ragazza lo strinse a sé piangendo e rimasero così un bel po'. Tutti quelli che passavano guardavano stupiti quel momento di pura felicità di una ragazza e un bambino che piangevano abbracciati.

Una meta, un percorso, la forza e la volontà di percorrerlo: è tutto ed è il modo di realizzare se stessi e la propria vita.

Con il primo ingrediente, la saggezza, abbiamo esplorato la realtà. Ora si tratta di scegliere e poi prendere una decisione. Per questo occorre un secondo fondamentale ingrediente: il coraggio.
I ragazzi, grazie a internet e alla Tv, sono inondati di informazioni. Intorno ai 13-14 anni gli interessi sono ormai riconoscibili, quasi cristallizzati.

Le attitudini sono evidenti molto presto, sono le capacità di riuscire meglio di altri in alcune attività, che ogni bambino manifesta fin da piccolo: «Si vede che è portato...». E poi entrano in ballo i valori di riferimento, molla portante delle scelte.

In sintesi, quali aspetti considerare per aiutare i ragazzi a fare delle scelte? Cominciate a porre poche domande per scoprire un mondo di significati:
• Che cosa ti piace fare? Che cosa ti dà davvero gusto? Che cosa ti diverte? (Interessi)
• Dove vuoi arrivare, quale meta ti prefiggi di raggiungere? (Aspirazioni)
• In quali attività riesci meglio senza fatica? (Attitudini)
• In che cosa credi? Che cos'è veramente importante per te? (Valori)
• Di che cosa hai bisogno per provare soddisfazione e sentirti realizzato? (Motivazioni)
Le risposte sono ingredienti che, sapientemente integrati, sapranno indicare la via da percorrere.
L'adolescenza termina quando si ha una chiara consapevolezza della propria identità e si cominciano a realizzare i progetti decisi.

«I can» (Possiamo farcela!)
Le decisioni sono un modo per definire se stessi, sono il modo per dare vita e significato ai sogni, sono il modo per farci diventare ciò che siamo.
Per muovere i primi passi, hanno dovuto imparare a cadere e rialzarsi, a farcela da soli. Autonomia e responsabilità sono due obiettivi che i preadolescenti non raggiungono da soli. Per quanto cerchino in ogni modo di fare da soli e di tenere a distanza gli adulti, in realtà non sono ancora pronti a cavarsela senza la supervisione, l'affiancamento e la protezione, seppur discreta, degli adulti.
Il coraggio è il saper governare la paura nel perseguimento dei propri obiettivi.

Una volta, due piccoli amici si divertivano a pattinare su un laghetto gelato. Era una sera nuvolosa e fredda, ma i due bambini giocavano senza timore, ma improvvisamente il ghiaccio si spaccò e si aprì inghiottendo uno dei bambini.
Lo stagno non era profondo, ma il ghiaccio cominciò quasi subito a richiudersi.
L'altro bambino corse alla riva, afferrò la più grossa pietra che riuscì a trovare e si precipitò dove il suo piccolo compagno era sparito. Cominciò a colpire il ghiaccio con tutte le sue forze, picchiò e picchiò finché riuscì a rompere il ghiaccio, afferrare la mano del suo piccolo amico e aiutarlo a uscire dall'acqua.
Quando arrivarono i pompieri e videro quanto era accaduto si chiesero sbalorditi:
«Ma come ha fatto? Questo ghiaccio è pesante e solido, come ha potuto spaccarlo con questa pietra e quelle manine minuscole?»
In quel momento comparve un anziano che disse: «Io so come ha fatto».
«Come?» chiesero.
Il vecchietto rispose: «Non aveva nessuno dietro di lui a dirgli che non poteva farcela...»

Ci sono forze sbalorditive dentro di noi, ma basta così poco a farcelo dimenticare. Il coraggio di passare all'azione richiede alcune “forze” essenziali: l'audacia, perché non è facile vincere l'idea di rinunciare («Non ce la farò mai») la perseveranza, per continuare anche quando il successo non arriva subito; l'industriosità, per provare soluzioni nuove; l'integrità e l'onestà, per escludere le scorciatoie truffaldine che continuamente vengono proposte da gente senza scrupoli.
Alla base di tutto, infine, c'è l'entusiasmo per la vita, il sentirla come un bellissimo compito che può richiedere fatica e impegno, ma che ripaga con autentica felicità.
Autore: B.F.
Fonte:www.biesseonline.sdb.org

Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE

Sostieni anche tu ‘Un futuro migliore per Sara’
per assicurarle un’istruzione e una vita migliore
dona tramite bonifico su IBAN:
IT 51W 05385 78440 00000 0000 455