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mercoledì 15 marzo 2017

Bambini intelligenti? Non usano il tablet ma si sporcano nel fango e si arrampicano sugli alberi

BAMBINI INTELLIGENTI? NON USANO IL TABLET MA SI SPORCANO NEL FANGO E SI ARRAMPICANO SUGLI ALBERI

Secondo una ricerca condotta di recente, è emerso che un bambino su dieci oltre ad ignorare i comunissimi giochi come un-due-tre stella, campana, palla avvelenata, non sa andare in bici e non si è mai arrampicato su di un albero.
Tantissimi bambini passano, piuttosto, interi pomeriggi in casa, davanti al computer o alla televisione, perdendo tutta una serie di esperienze all'aperto estremamente importanti per la loro crescita. Nello specifico, la ricerca si è concentrata sulle abitudini di 12.000 famiglie con bambini di età compresa tra i 5 e i 12 anni; in più di dieci paesi è risultato che i bambini giocano all'aria aperta in media 30 minuti al giorno.
Negli Stati Uniti quasi il 50% dei bambini in età prescolare esce a giocare fuori casa solo alcuni giorni a settimana. Non cambia di molto la situazione sposandosi nel Regno Unito: il 20% dei bambini non ha mai provato ad arrampicarsi su un albero e il 64% gioca all’aperto anche meno di una volta alla settimana.
Secondo quanto messo in luce, non esiste alcuna correlazione tra il tempo trascorso a giocare all’aperto, il reddito delle famiglie o la percezione del livello di sicurezza del vicinato. È una tendenza generale che esula dallo status socio-economico: sostanzialmente, i genitori non vogliono che i propri figli si sporchino nel fango, giochino da soli con altri bimbi o si arrampichino sugli alberi.
I bambini di oggi, diversamente dai bambini di un tempo, da adulti, sicuramente, non avranno ricordi d’infanzia legati al divertimento e giochi all’aria aperta.
Allo stato attuale, soltanto il 21% dei bambini gioca all’aria aperta tutti i giorni, nonostante al 71% dei loro genitori veniva concesso.
Purtroppo, questa privazione è realmente penalizzante per i bambini. Giocare all’aperto con altri coetanei, sporcarsi di terra e fango, sono attività che, oltre a rendere i bambini più felici e attivi, hanno una positiva incidenza sulla loro salute e sul loro sviluppo fisico-emotivo.
La sedentarietà dei bambini non è una loro scelta. In moltissimi casi, si tratta di genitori stanchi di mille altre attività che, per pigrizia, preferiscono restare in casa con i loro figli per occuparsi della gestione della casa e della vita familiare in generale.
I bambini, piuttosto, devono essere spronati, quanto più possibile, a vivere e a giocare a contatto con la natura e con i coetanei, devono poter esplorare e sperimentare nuove attività.
La sicurezza, la salute, la pulizia sono soltanto scuse dei genitori per evitare ai bambini di fare particolari attività. Se i vestiti si sporcano…a casa si lavano! Il giusto compromesso è sorvegliarli, lasciandoli liberi di fare nuove esperienze.

Fonte: liberanotizia.com

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mercoledì 8 marzo 2017

Le emozioni che nascondono 'i bambini difficili'

LE EMOZIONI CHE NASCONDONO 
'I BAMBINI DIFFICILI'

Dietro ogni bambino difficile si cela un forte disordine emotivo che, la gran parte di volte, si manifesta con rabbia e disobbedienza che per genitori e insegnanti sono difficili da affrontare. 
Può succedere che mamma e papà, confusi dall’atteggiamento del bambino difficile, possano alzare la voce o cadere nella tentazione di assegnare castighi al piccolo. In queste circostanze, castighi e litigi non fanno altro che rendere più intense le emozioni negative del bambino. Punizioni e ramanzine possono ledere l’autostima del bambino difficile  e addirittura innescare un senso di frustrazione che con il passar del tempo potrebbe cronicizzarsi.
Ogni bambino si porta dietro il suo bagaglio emotivo, fin dalla nascita, anche se non ha molte esperienze di vita dirette, ha riempito il suo bagaglio con le impressioni di chi lo circonda. Un gioco di impressioni molto complesso, impossibile da decodificare ma la realtà è una: alcuni bambini necessitano di attenzioni più di altri e guai a negare attenzioni a un bambino bisognoso!

 

Il bambino difficile: il bambino che ha più bisogno

Un bambino difficile non conosce la sensazione di stare bene con se stessi e non va affatto ignorato. Allora come bisogna comportarsi con un bambino difficile?
Innanzitutto bisogno riconoscere di avere un figlio che ha maggiori esigenze. Parliamo di bambini che piangano spesso, dormono meno del previsto, hanno reazioni esagerate agli eventi e possono passare dalla gioia (risate) al dolore (pianto) nel giro di pochi minuti. Questi bambini non sono “cattivi” e non vanno “strillati”, anzi, hanno bisogno di più sicurezze e di maggior sostegno.
Il mondo emotivo di un bambino difficile è ricco di emozioni quali paura, tristezza, solitudine, angoscia, rabbia e gelosia, emozioni codificate con atteggiamenti capricciosi e/o scatti d’ira.
E’ necessario canalizzare queste emozioni in atteggiamenti positivi e qui il genitore deve rassicurare il bambino in modo permanente: il bambino deve diventare autonomo così da smettere di cercare continue attenzioni.
Un bambino autonomo è ubbidiente, capace di fare richieste ai genitori senza rifugiarsi nel pianto o nascondersi dietro la rabbia.


Educare un bambino difficile

Far rispettare le regole a un bambino difficile è un compito arduo e faticoso, tuttavia le regole servono nella vita dei bambini ed è compito del genitore educare al benessere e alla comprensione emotiva.

Dobbiamo capire che i bambini ci guardano e imparano da noi che è bello diventare grandi. Ecco perché da sole le regole non bastano. Ecco qualche consiglio su come educare un bambino difficile.

 

Il potere del rinforzo positivo

Il rinforzo positivo è una strategia educativa che consiste nell’abbracciare un bambino quando fa qualcosa di sbagliato. In genere, quando un bambino fa qualcosa che non dovrebbe, il genitore ricorre a punizioni e sgrida il piccolo ma questi atteggiamenti innescano reazioni ancor più negative nei bambini.

Il rinforzo positivo si base sul dialogo con l’infante: avvicinatevi al piccolo e chiedetegli spiegazioni, usate un tono calmo ma molto determinato. Con altrettanta calma e determinazione dovrete spiegare al bambino perché ha sbagliato e mostrargli il modo corretto di agire. Con una punizione il bambino finirà per credere che lui è sbagliato senza capire il vero messaggio, cioè che il suo atteggiamento è stato sbagliato.
I bambini tendono a generalizzare, così ogni ramanzina è un affondo ancora più profondo nell’autostima in via di formazione del bambino: il bambino recepisce che la sua persona è sbagliata perché non arriva a scindere il giudizio che un genitore può avere su un singolo atteggiamento, dal giudizio che il genitore ha sull’intera sua persona.

 

Educare il bambino all’autonomia e alla felicità

Esistono molti libri e ricerche incentrate sulla giusta educazione da impartire ai bambini e non posso che consigliarvi il testo: “Le regole non bastano. Come educare i nostri bambini all’obbedienza, all’autonomia e alla felicità“.
Il libro è molto completo, pratico e chiaro, in primis vi spiegherà perché tanti bambini fanno fatica ad obbedire e perché tanti di noi faticano a insegnare e ottenere obbedienza e rispetto. Il libro è consigliatissimo perché spiega come possiamo concretamente ed efficacemente insegnare ai bambini le “giuste regole” e motivarli al benessere emotivo. In questo libro l’autore risponde a tante domande e accompagna il lettore, passo dopo passo, a scoprire il mondo dell’infanzia e insegna a condurre i bambini sulla strada dell’autonomia e felicità.

 

Il circolo vizioso della Fiducia

Il bambino ha bisogno di sicurezza, deve poter credere nel genitore e deve sapere che il genitore crede in lui. Questo è il circolo vizioso della fiducia che va alimentato quotidianamente.
Il bambino deve capire che esistono dei limiti da non oltrepassare e dei compiti da svolgere: gli adulti hanno compiti da svolgere proprio come i bambini. Ecco perché in premessa vi ho detto che i bambini ci osservano e imparano da noi che è bello diventare grandi! 
Impartire dei compiti e dare fiducia ai bambini, significa fargli capire che sono capaci di fare molte cose, significa incoraggiarli all’autostima e autonomia.

 

Educare all’intelligenza emotiva

Come ti senti? Cosa provi? Sono domande importanti da fare a un bambino. I bambini spesso finiscono per confondere le emozioni senza riuscire a capire l’origine di ciò che provano. Educare all’intelligenza emotiva significa coltivare autoconsapevolezza. In questo modo, i bambini potranno sfruttare il cosiddetto sfogo emotivo ma attenzione, lo faranno solo se non si sentiranno giudicati!

Fonte: psicoadvisor.com

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mercoledì 1 marzo 2017

L’importanza della lettura nei neonati e nell’infanzia

L'IMPORTANZA DELLA LETTURA 
NEI NEONATI E NELL'INFANZIA

Alle mamme e ai papà: leggere quotidianamente farà sì che il vostro bambino abbia un ricco vocabolario, parli meglio e inizi ad innamorarsi della lettura


L’importanza della lettura è capitale, sin dalla primissima età, sin da quando si ha fra le braccia un neonato: leggere è decisivo nella formazione dei vostri bambini, fondamentale dalla nascita fino ad arrivare all’infanzia e poi oltre. Perché leggere ad alta voce ai figli, quotidianamente, in primis rafforzerà la relazione adulto-bambino, quindi abitua all’ascolto, dilata i tempi della loro capacità d’attenzione, arricchisce il vocabolario, li aiuterà a parlare meglio e soprattutto li farà innamorare della lettura.
Il più grande dono è una passione per la lettura. E’ economica, consola, distrae, entusiasma, fornisce la conoscenza del mondo e un’esperienza di vasto genere.

Quante volte di sera, dopo il lavoro, vi siete accorti che il vostro bambino desidera soltanto una cosa, ossia passare del tempo con voi? Condividere i momenti con i piccoli è fondamentale, e la lettura è un’attività semplice e perfetta per questo scopo: basterà un libriccino, una storia, da leggere e raccontare, per scambiarvi occhiate complici e interessate con il bambino. In particolare ricordate che anche il bambino si stanca durante la giornata: sentire la vostra voce lo aiuterà a rilassarsi prima di dormire.
Restano poi alcune semplici regole da rispettare: come per esempio trovare una sistemazione dove sia mamma (o papà) e bambino siano comodi, spegnere musica o televisione, mostrare con chiarezza le immagini del libro al piccolo e magari, quando è un po’ più grandicello, far girare a lui o a lei le pagine. E poi ci si può sbizzarrire creando voci differenti in base ai personaggi, facendo domande al bimbo e ascoltando le sue. E avete mai pensato a portarlo in biblioteca? Scommettiamo che rimarrà ammaliato dalla mole di libri adatti a lui che troverete.
Fonte: bambino.today


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mercoledì 22 febbraio 2017

Lettera ad un figlio: la poesia ‘Se’ di Kipling

LETTERA AD UN FIGLIO: LA POESIA 'SE' DI KIPLING

'Se' è il titolo di una bellissima poesia di Joseph Rudyard Kipling, scritta nel 1895 e dedicata al figlio. La poesia, che in inglese si chiama If, è nel capitolo 'Brother Square Toes' del libro Rewards and Fairies.


SE

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad avere fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio; 
Se riesci ad aspettare e a non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne, 
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio, 
e tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio:

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
e trattare allo stesso modo quei due impostori; 
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita infrante,
E piegarti a ricostruirle con arnesi logori.

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non fiatare una parola sulla perdita; 
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!"

Se riesci a parlare con la folla e a conservarti retto,
E a camminare coi Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni istante che passa,
Tua è la terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è più - sei un Uomo, figlio mio!

da R. Kipling, Poesie, a cura di Ornella De Zordo, Milano, Mursia, 1987.

* La poesia Se è dedicata al figlio e contiene una serie di suggerimenti su come affrontare la vita e su come trovare un equilibrio. Il testo si configura come una lettera al figlio, nella quale sono presenti indicazioni che intendono aiutare il bambino a tracciare il suo percorso di crescita, affinché egli possa diventare un Uomo.

Nella poesia Kipling sostiene che si diventa davvero uomini quando si raggiunge una stabilità tale da non perdere la calma quando intorno è il panico e quando vengono apprese virtù importanti come la fiducia in se stessi, l'autocontrollo, il coraggio, la tenacia, la pazienza, l'amore e la capacità di credere nei propri sogni, pure non facendosi dominare da essi. Insomma, si diventa uomini prendendo coscienza di se stessi attraverso le esperienze, mantenendo la fiducia in ciò che si fa e dando valore a ogni singolo istante che si vive.

* Joseph Rudyard Kipling (Bombay 1865 - Londra 1936), scrittore e poeta inglese, era di origini indiane. La sua opera più famosa è il racconto per ragazzi Il libro della giungla (The Jungle Book), scritto nel 1894. Noto è il racconto ambientato in India Kim (1901) e celebre è anche il romanzo Capitani Coraggiosi (1897). Sono molto conosciute e significative le sue poesie.

Fonte: nostrofiglio.it
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mercoledì 15 febbraio 2017

Lettera di una mamma ai bulli che perseguitavano il figlio

LETTERA DI UNA MAMMA AI BULLI 
CHE PERSEGUITAVANO IL FIGLIO

Luca, nome di fantasia, ha nove anni. Ama andare a scuola, trascorrere del tempo con i suoi amici, vivere la vita dei bambini. Poi all'improvviso, tutto cambia. Luca torna a casa sempre piangendo, dice a sua madre che in quella scuola non ci vuole più andare. Giorno dopo giorno la situazione peggiore e Luca inizia a vomitare, non riesce quasi più a camminare. È una vittima di bullismo. «Io non lo chiamo bullismo. Per me è un male che arriva all'improvviso e non sai quello che devi fare». A parlare, in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo, è Francesca, 40 anni, mamma di Luca. Un anno fa è corsa a scuola per soccorrere suo figlio. Era stato pestato da alcuni compagni nel cortile della scuola. Contusioni multiple, cicatrici, ricovero in ospedale e un bambino che smette di sorridere.
«Avevano iniziato con prese in giro stupide, come buttargli lo zaino nella spazzatura o appenderlo a un albero. Poi hanno cercato di gettare mio figlio nei bidoni dell'immondizia. È stato un aggravarsi di situazioni fino alle botte».

Quando si è trovata davanti a un bambino che non sembrava più suo figlio, Francesca non sapeva cosa fare. «Non sapevo come poterlo aiutare». Luca aveva iniziato a soffrire di bulimia alimentare, vomitava e ogni notte, puntualmente faceva la pipì a letto.

«Porti suo figlio dieci minuti dopo il suono della campanella e lo venga a prendere dieci minuti prima, così non viene esposto nei momenti più problematici dell'entrata e dell'uscita», le aveva consigliato il preside della scuola.

«Presto è successo quello che temevo - scrive Francesca in una lettera indirizzata ai bulli (ma anche ai loro genitori) che hanno distrutto la vita di suo figlio -. Un pestaggio di massa che gli ha procurato botte e contusioni in tutto il corpo, in particolare alla schiena, sul dorso e agli arti. Abbiamo dovuto portarlo al pronto soccorso per essere medicato e ha avuto una prognosi di un mese. Ma le ferite fisiche che gli avete causato sono niente in confronto allo shock.

A quel punto il mio bambino in quella che era la sua scuola non c'è proprio più voluto tornare e ha avuto bisogno di supporto psicologico per affrontare il trauma, che non ha ancora superato: è seguito tuttora da uno psicologo. La nostra famiglia si è trovata di fronte a un muro di gomma e di omertà. Tutti avete visto queste violenze, ma nessuno di voi ha aperto bocca. Ho parlato tante volte con voi genitori, ma la vostra risposta è stata: “Sono bambini”».

Per ottenere il trasferimento in una seconda scuola, Francesca ha dovuto presentare un certificato in cui veniva attestato che suo figlio «soffriva di sindrome ansiosa a seguito di vari episodi di bullismo subiti in classe».

«Ho presentato un esposto ai carabinieri e andrò fino in fondo per ottenere
giustizia, per mio figlio e per tutte le vittime di voi bulli e, soprattutto, di tutti coloro che vi
lasciano agire indisturbati. Perché voi siete dei minori e la colpa di questo stato di cose è
soprattutto vostra, signori adulti: perché i primi difensori dei bulli siete voi genitori, voi
dirigenti scolastici, voi insegnanti che non accettate, non ammettete, e alla fine non muovete
un dito.

E se tali comportamenti vengono giustificati dall'alto, perché un bambino dovrebbe
vergognarsene? Mio figlio è stato costretto a cambiare scuola, abitudini e compagni. Ed è stato un bene, alla fine».

Ma il calvario, come lo definisce Francesca, è ancora lungo, perché quando a Luca capita di ritornare con la mente agli episodi subiti torna a stare male. «In questi mesi è stata dura - continua Francesca - è tuttora in cura da una dottoressa perbulimia alimentare, soffre di mal di testa e vomito. I traumi che ha subito sono ancora presenti, le cicatrici non si rimargineranno facilmente: dovrà conviverci a lungo.

È giusto tutto questo? Bulli, pensateci prima di accanirvi sul prossimo bersaglio; genitori,
parlate con i vostri figli e insegnate loro il rispetto per gli altri. E voi educatori, insegnanti e
presidi, non giratevi dall'altra parte, non vergognatevi di prendere provvedimenti e non lasciate questi episodi impuniti. Creerete altri bulli. E nuove vittime».
Fonte: vanityfair.it

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mercoledì 8 febbraio 2017

Alike, il cortometraggio che ogni genitore dovrebbe vedere

ALIKE, IL CORTOMETRAGGIO CHE OGNI GENITORE 

DOVREBBE VEDERE

Guarda l'emozionante corto che invita a riflettere sulla propria vita e soprattutto su quella dei nostri figli

Si chiama "Alike" il corto d'animazione diretto da Daniel Martinez Lara e Rafa Cano Méndez. Il video spagnolo ha come protagonista Copi, un padre che vuole insegnare al figlio quale sia la retta via: gli prepara la cartella ogni mattino e lo accompagna a scuola mentre lui va a lavorare seguendo la sua ordinaria routine. Ma quale è davvero la retta via?
Il piccolo, incantato da un artista di strada che suona il violino, anche sui banchi di scuola dà vita alla propria immaginazione. Pian piano, però, le regole imposte dalla vita quotidiana iniziano a spegnere lo spirito gioioso del bambino. Finché il padre non comprenderà l’importanza dell’immaginazione…
Un corto emozionante, in cui i personaggi acquistano colore ogni volta che un’emozione positiva entra a far parte della loro vita, anche la gioia di un abbraccio.
Da far riflettere. Ecco il video!

Fonte: www.radiomontecarlo.net
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mercoledì 1 febbraio 2017

Cose da dire ai figli

COSE DA DIRE AI FIGLI

Ci sono cose da dire ai nostri figli. Come ad esempio che il fallimento é una grande possibilità.
Si ricade e ci si rialza. Da questo s’impara. Non da altro.
Dovremmo dire ai figli maschi che se piangono, non sono femminucce. Alle femmine che possono giocare alla lotta o fare le boccacce senza essere dei maschiacci.
Dovremmo dire che la noia è tempo buono per sè. Che esistono pensieri spaventosi, e di non preoccuparsi.
Dovremo dire che si può morire, ma che esiste la magia.
Ai nostri figli dovremmo dire che il giorno del matrimonio non è il più bello della vita. Che ci sono giorni sì, e giorni no. E hanno tutti lo stesso valore.
Che bisogna saper stare, e basta. E che  il dolore si supera.
Ai nostri figli maschi dovremmo dire che non sono Principi azzurri e non devono salvare nessuno. Alle femmine che nessuno le salva, se non loro stesse. Altrimenti le donne continueranno a morire e gli uomini ad uccidere.
Ai nostri figli dovremmo dire che c’è tempo fino a quando non finisce, e ce ne accorgiamo sempre troppo tardi.
Dovremmo dire che non ci sono nè vinti nè sconfitti, e la vita non è una lotta.
Dovremmo dire che la cattiveria esiste ed è dentro ognuno di noi. Dobbiamo conoscerla per gestirla.
Dovremmo dire ai figli che non sempre un padre e una madre sono un porto sicuro. Alcuni fari non riescono a fare luce.
Che senza gli altri non siamo niente. Proprio niente.
Che possono stare male. La sofferenza ci spinge in avanti. E prima o poi passa.
Dovremmo dire ai nostri figli che possono non avere successo e vivere felici lo stesso. Anzi, forse, lo saranno di più.
Che non importa se i desideri non si realizzano, ma l’importante è desiderare. Fino alla fine.
Bisogna dir loro che se nella vita non si sposeranno o non faranno figli, possono essere felici lo stesso.
Che il mondo ha bisogno del loro impegno per diventare un luogo bello in cui sostare.
Che la povertà esiste e dobbiamo farcene carico.
Che possono essere quello che vogliono. Ma non a tutti i costi.
Che esiste il perdono. E si può cedere ogni tanto, per procedere insieme.
Ai figli dovremmo dire che possono andare lontano. Molto lontano. Dove non li vediamo più.
E che noi saremo qui. Quando vogliono tornare.


Fonte: sosdonne.wordpress.com


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