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giovedì 29 aprile 2021

I bambini non imparano quando vengono sgridati

 I BAMBINI NON IMPARANO 

QUANDO VENGONO SGRIDATI

Le urla sono come lance, come dardi avvelenati. A volte pensiamo che urlando il bambino reagisca e “impari la lezione” ma non è cosi’. Reagisce perché fa male e perché ha paura. Reagisce perché gli hanno appena fatto del male e non vuole che glie ne facciano di nuovo, ma non impara nulla.

Potremmo spiegare cosa accade quando un bambino obbedisce solo per paura e non per rispetto o empatia. Ma c’è una ragione ancora più potente per cui decidere di eliminare le urla dalla tua vita: una ragione chimica.

    Il cervello impara meglio in un ambiente sicuro e protetto . E non solo quello dei bambini. Numerosi studi hanno dimostrato che anche gli adulti lavorano e hanno prestazioni migliori in un ambiente “amichevole”, dove il rispetto prevale sulle urla.

    Quando si urla, si attiva l’emozione della paura e questo blocca un’area dell’amigdala che impedisce il passaggio di nuove informazioni. L’amigdala è responsabile, tra le altre cose, della regolazione delle emozioni. Le archivia e le regola. Secondo Justin Feinsten, scienziato dell’Università dell’Iowa (USA), quando l’amigdala rileva un pericolo (come le urla), attiva una risposta che ci allontana dalla minaccia.

    Quando si urla, il cervello attiva una sorta di “modalità di sopravvivenza” . L’area del sistema limbico dove si trova l’amigdala, dispiega una sorta di “scudo” per proteggersi dalle urla.

    Urlare colpisce direttamente l’amigdala. L’amigdala è come una “sentinella delle emozioni” , ed è responsabile di attivare in noi la vigilanza o il buon senso, o di dare l’ordine di “fuggire” in caso di pericolo. Lo fa attraverso neurotrasmettitori che attivano sostanze come dopamina, adrenalina, glucorticoidi …

    L’amigdala è anche responsabile della conservazione dei ricordi legati alle emozioni. Le urla genereranno ricordi negativi nella memoria . E sì, secondo le conclusioni di numerosi studi neuroscientifici, l’ amigdala gioca un ruolo importante nell’apprendimento durante l’infanzia.

E bene. Non significa che non puoi mai urlare. Puoi farlo, sì, come mezzo per sfuggire dal tuo stress , dalla tua angoscia, come sfogo vitale. Ma non come arma educativa. Non davanti ai bambini. Puoi aprire la finestra e urlare. Puoi scalare una montagna e urlare questo ti consente di rilasciare le paure, le paure, la rabbia e lo stress accumulato. Di fronte ai tuoi figli, fai un respiro profondo, conta fino a 10 e cambia l’urlo con qualcosa di più efficace e istruttivo.

Cosa fare invece di urlare ai bambini

Ci sono molti più metodi educativi positivi che avvantaggiano l’apprendimento dei bambini, ma richiedono impegno e molta pazienza da parte dei genitori:

·        Educazione emotiva

    Un bambino capace di gestire le proprie emozioni in ogni situazione è un bambino felice, capace di far fronte a situazioni di stress o conflitto. Se insegni ad entrare in contatto con le emozioni a tu figlio, sarà più facile per te imporre regole e limiti.

·        Tecnica sandwich

    È una tecnica educativa positiva che consiste nell’esporre le qualità positive del bambino prima di chiedere un cambiamento nel suo comportamento, per finire con parole positive di fiducia in lui per rafforzare la sua autostima.

·        Guadagnarsi il rispetto dei bambini

    Non devi gridare per guadagnarti il ​​rispetto dei bambini. Bastano disciplina e autorità, ma senza urla o minacce.

·        Genera più empatia in loro

    L’ empatia gli farà capire perché chiediamo loro una cosa o un’altra. Sapranno come “leggere” le nostre emozioni e capire perché a volte possiamo essere stressati e perdere le staffe.

·        Costruire una solida base di norme e limiti

    Una buona base di norme e limiti farà sì che i bambini obbediscano senza gridare , poiché avranno assunto ciò che non possono fare in nessuna circostanza.

Fonte: www.educazioneemozionale.it

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mercoledì 31 marzo 2021

I ragazzi si tagliano per noia o per esibizionismo

 I RAGAZZI SI 'TAGLIANO' PER NOIA O PER ESIBIZIONISMO

Condividiamo l’intervista di Zita Dazzi ad Alfio Maggiolini per La Repubblica sui recenti episodi di cronaca di risse tra ragazzi e di comportamenti autolesivi.

«Forme di autolesionismo ed esibizione di forza tipiche della nostra epoca, forse anche legate a questo momento complicato che i giovani stanno vivendo per la pandemia». Sono diverse le componenti che stanno dietro ai gravi episodi di questi giorni, dai due giovani che si sfregiano in volto, alle maxi risse di piazza a Gallarate, secondo Alfio Maggiolini, psicoterapeuta e fra i fondatori del centro Minotauro che si occupa di adolescenti.

Maggiolini, lei è anche consulente dei servizi per la Giustizia minorile del Tribunale di Milano, cosa sta succedendo ai ragazzi protagonisti di questi gravi episodi?

«Non conoscendo i dettagli di questa ragazza sfregiata, se è vero che le ferite sono alla bocca, posso solo dire che questo tipo di tagli e di comportamenti autolesivi riguardano di solito braccia, gambe. Le motivazioni di questi gesti di solito sono sofferenze individuali. I comportamenti a volte vengono quasi nascosti. Ci si taglia in parti del corpo non visibili: farlo sul volto deve avere un significato preciso».

Quale?

«Il taglio di solito si fa per alleviare tensioni emotive che attraverso il dolore fisico compensa e prevale sul dolore mentale, e crea un rilascio di endorfine del corpo che funge da autodifesa, dà una sorta di sollievo, Funziona come una autoregolamentazione in persone che hanno disturbi della personalità borderline ».

Qui erano in due e il procuratore dei minori Ciro Cascone mette in guardia dall’effetto emulazione che potrebbe scattare parlando di Joker, il nemico di Batman.

«A volte questi gesti fatti in una dimensione di coppia hanno uno scopo dimostrativo. Nella relazione sentimentale mostrano il dolore, fanno arrivare un segnale di disagio emotivo che l’altro non coglie, sono un modo per colpevolizzare l’interlocutore, come il suicidio. La ferita ha un valore di esibizione molto alto e assomiglia alla manipolazione del corpo».

I piercing e i tatuaggi?

«Sì, segni che in cui non c’è solo il voler comunicare la propria sofferenza, ma nei quali il gesto diventa segno di identità, che non è un capo di abbigliamento. Sul corpo viene scritto chi sono io. Questa è un’onda lunga molto antica. In passato tatoo e piercing erano segni di marginalità sociale, erano di nicchia, oggi sono diventati costume, sono inseriti nella cultura del tempo come fatto estetizzante».

Una coppia di adolescenti può arrivare a questo?

«Poteva essere una prova iniziatica reciproca, che vale come patto di sangue, identità condivisa».

Con questo lockdown i giovani stanno dando di matto sia in coppia, sia collettivamente. I fidanzati si tagliano la bocca, il branco si dà appuntamento in piazza per picchiarsi.

«Io nelle risse ci vedo anche molto desiderio di spettacolarizzare attraverso i media e i social il proprio immaginario, dove lo scontro fisico fra maschi entra come componente evolutiva».

Sono baby gang?

«Non mi pare. Solo i gruppi sudamericani qualche volta avevano la dinamica della lotta fra bande strutturate, con leader e organizzazione gerarchica, riti di iniziazione. Qui invece mi pare siamo in presenza di gruppi di quartiere e aggregazioni spontanee».

I minorenni lo fanno perché sono stufi di stare a casa davanti ai pc a fare lezioni a distanza mentre fuori tutto tace?

«Sicuro c’entrano la noia, la frustrazione, l’assenza di futuro, la paura che non ci sia possibilità di riscatto sociale per chi vive in periferia. Ma in aggiunta c’è la voglia di farsi notare e di conquistare successo e approvazione con l’amplificazione creata grazie alla ripresa e messa in rete delle immagini. Lo scopo, più che sfogarsi e farsi male, diventa proprio quello di mostrarsi ed esibirsi sui social mentre si fanno queste attività.

L’effetto di spettacolarizzazione e di enfatizzazione è importante perché il finire online e farsi vedere da tanti, è un vanto. Questa è la dimensione culturale in cui siamo immersi tutti».

Fonte: www.minotauro.it

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mercoledì 17 marzo 2021

 LASCIAMO UN BUON RICORDO NEI NOSTRI BAMBINI

Alcuni semplici consigli per genitori ed educatori

«La memoria ci è stata data da Dio per permetterci di avere le rose a Dicembre» diceva lo scrittore scozzese James Barrie. In questa sede noi possiamo dire che la memoria ci è stata data da Dio per permetterci di ricordarci dell'infanzia nelle tempeste della vita.

In un libro intitolato Il valore dei ricordi dell'infanzia, l'autore californiano Norman B. Lobsenz riporta le risposte alla domanda: «Qual è il più bel ricordo dei tuoi primi anni?» Il figlio stesso dell'autore del libro, intervistato, ha risposto: «Mi ricordo quando una sera eravamo soli in macchina e tu ti sei fermato per aiutarmi a prendere le lucciole!»

Il bambino aveva cinque anni. Il padre gli domandò: «Perché ti ricordi di questo?»

«Perché non pensavo che ti saresti fermato a prendermi le lucciole, invece ti sei fermato!»

Per un altro il più bel ricordo è “Il giorno della scampagnata scolastica quando mio padre, di solito freddo, dignitoso, impeccabile, si presentò in maniche di camicia, si sedette sull'erba, mangiò con noi e partecipò ai nostri giochi lanciando la palla più lontano di tutti. Più tardi scoprii che aveva rimandato un importante viaggio d'affari per stare con me quel giorno!»

Lasciare un bel ricordo, anche questo è educare. Un buon ricordo può salvare tutta un'esistenza.

Lo ha capito quel genio che fu il grandissimo scrittore russo Feodor Dostoevskij il quale era così convinto da avvertire con molta sicurezza: «Sappiate che non c'è nulla di più alto e forte e sano e utile per la vostra vita futura di qualche buon ricordo, specialmente se recato con voi fin dai primi anni, dalla casa dei genitori. Uno di questi buoni e santi ricordi, custodito fin dall'infanzia, è forse la migliore delle educazioni. E quand'anche un solo buon ricordo restasse con noi, nel nostro cuore, potrebbe un giorno fare la nostra salvezza».

Nove consigli per mangiare da genitori intelligenti

1. Puntiamo sulla cena. È più facile che la famiglia si trovi riunita. Mettiamoci d'accordo perché nessuno manchi e tutti siano puntuali.

2. Quando si è a tavola non si sente la televisione, ma si parla, si chiacchiera, si racconta la propria giornata. Anche il bambino della Scuola dell'Infanzia può prendere la parola.

3. Mangiare e restare insieme come famiglia, deve essere uno dei momenti più belli della giornata e della vita. Per questo a tavola si mettono tra parentesi fastidi e preoccupazioni.

4. Non siamo troppo esigenti sul galateo. Interveniamo solo quando è proprio necessario. Meglio la spontaneità e l'allegria che la troppa pulizia.

5. Perché accorgersi solo quando la minestra sa di bruciato e non fare, invece, i complimenti alla cuoca quando è buona?

6. Non è giusto che solo la mamma prepari, serva, riordini, pulisca. La casa è una comunità non un ristorante. Ognuno è responsabile della felicità della famiglia.

7. Quando si mangia non si fanno 'prediche' non si dice: «Qui comando io!» È lecito urlare, di tanto in tanto, ma ad una condizione: che si possa urlare a turno!

8. Non usiamo il cibo come premio o come punizione: il ricatto non educa.

9. Infine, se ci è possibile, usciamo qualche volta, andiamo a cena 'fuori'. È vero che il portafoglio potrà essere un po' dissanguato, ma per la 'tenuta' della famiglia non mancherà un bel risultato!

«Guardatemi!»

Molti anni fa, Thornton Wilder scrisse una bellissima commedia, Piccola città. Una delle scene dell'opera colpisce invariabilmente gli spettatori. Si tratta della morte di una giovane signora, Emily, colpita da infezione dopo aver dato alla luce un bambino.

La conducono al cimitero, e le chiedono: «Emily, puoi ritornare a vivere un giorno della tua vita. Quale preferisci?». E lei dice: «Oh, ricordo com'ero felice il giorno del mio dodicesimo compleanno. Vorrei ritornare al mio dodicesimo compleanno».

In coro i morti del cimitero tentano di dissuaderla: «Emily, non farlo. Non farlo, Emily». Ma lei insiste. Vuole rivedere la mamma e il papà.

Così cambia la scena, e lei è lì, dodicenne, nel giorno meraviglioso del suo ricordo. Scende le scale, con un bell'abitino e i riccioli ondeggianti. Ma sua madre è così indaffarata a preparare la torta per il compleanno che non ha neppure il tempo di guardarla. Emily dice: «Mamma, guardami, sono io la festeggiata». E la mamma: «Benissimo, signorina festeggiata. Siediti e fai colazione». Emily resta in piedi e dice: «Mamma, guardami». Ma la mamma non la guarda. Entra il papà, ed è così occupato a guadagnare denaro per lei che non l'ha mai guardata; neppure suo fratello la guarda perché è troppo preso dalle sue faccende e non ha tempo. La scena finisce con Emily al centro del palcoscenico, che dice: «Per favore, qualcuno mi guardi. Non ho bisogno della torta né del denaro. Guardatemi, per favore». Naturalmente nessuno l'ascolta. Allora lei si rivolge ancora una volta alla madre: «Per favore, mamma». Poi si volta e dice: «Conducetemi via. Ho dimenticato com'erano le creature umane. Nessuno guarda gli altri. Nessuno se ne cura più, vero?».

Nessuno l'ascolta. Nessuno la guarda.

Ed Emily muore per sempre!

Emily esprime il bisogno fondamentale di tutti i figli (e di tutti gli esseri umani): «Il bisogno di esistere», il bisogno di essere riconosciuto, di essere considerato importante.

Autore: Pino Pellegrino

Fonte: biesseonline.sdb.org

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mercoledì 10 marzo 2021

Educare non è dare ordini, ma chiedere imprese

 EDUCARE NON E’ DARE ORDINI, MA RICHIEDERE IMPRESE

Alcuni semplici consigli per genitori ed educatori


Ricordarsi

«Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano». È la dedica de Il piccolo principe dello scrittore francese Antoine De Saint-Exupéry.

Ricordarsi d'essere stati bambini anche noi è una potente medicina alle nostre pretese nei confronti dei piccoli. Significa essere più pazienti; non strattonare il bambino che ha voglia di fermarsi per assaggiare il mondo che ancora non conosce; non perdere le staffe quando si sporca, o quando fa schizzare l'acqua delle pozzanghere.

Ricordarsi d'essere stati bambini è pensare che la nostra è una società adulto-centrica: centrata sugli adulti, fatta per gli adulti.

Che guaio nascere piccoli, oggi!

I pavimenti si sporcano, i porta-cenere si rompono, le pareti si rigano... per non combinarne una delle sue, il bambino dovrebbe nascere “mummia”! È un'immensa fatica per il piccolo uscire vivo da certi genitori che non si ricordano d'essere stati, un tempo, anche loro, bambini.

Il benessere

«A mio figlio non deve mancare niente...» È, ormai, una specie di ritornello di tanti genitori. E così la distanza tra il desiderio e la sua realizzazione è diventata, via via, sempre più breve fino ad azzerarsi.

Sono scomparse l'attesa e la conquista che erano stati efficaci ormoni di crescita psicologica.

Il desiderio ha perso la sua spinta creativa. Tutto è lì pronto. L'uomo trova tutto, meno lo sforzo.

Il che vuol dire: l'uomo non trova più l'uomo.

Quando la persona umana non ha più da faticare, da combattere, da raggiungere, da costruire, da battersi per qualcosa o per qualcuno, è come se fosse morta.

Il troppo benessere non è una meta: è una trappola.

Parole-perle

Il simpatico scrittore italoamericano Leo Buscaglia termina il suo libro Papà con alcune frasi che il padre, di tanto in tanto, lasciava cadere a tavola oppure nei momenti più impensati.

Quelle frasi hanno costruito nel figlio uno schema morale tale da reggerlo per tutta la vita.

Il papà gli diceva:

«È fondamentale amare».

«Le persone sono buone se si dà loro la possibilità di esserlo».

«La dignità è essenziale per vivere».

«Non tradire mai te stesso!».

«Canta, balla, e ridi quanto puoi!».

«Resta vicino a Dio!».

«La crudeltà è segno di debolezza».

«La gente che crede di saper tutto può essere pericolosa».

«Non costa niente essere gentili».

Parole-perle che hanno bussato e sono entrate nell'anima del figlio.

Ha ragione il poeta tedesco J.P.F. Richter a dire che «le parole che un padre dice ai figli nell'intimità della casa nessuno le sente al momento, ma alla fine la loro eco raggiungerà i posteri».

Lanciare sfide

Un grande maestro di chitarra, Doc Watson, divenne cieco quando aveva appena due anni. I suoi famigliari, però, non gli diedero mai la sensazione di considerarlo un minorato.

«I miei fratelli, mi portavano fuori a giocare con loro» ricorda. «Io mi arrampicavo sugli alberi e cadevo come tutti gli altri. Imparai così il concetto di spazio e a trovare le cose orientandomi sull'eco dei suoni».

Suo padre ebbe un'importanza speciale nell'aiutarlo ad aumentare la fiducia in se stesso.

«Avevo undici anni» ricorda Watson, «poco prima che la chitarra entrasse nella mia vita, papà mi porse un piccolo 'banjo' e mi disse: “Prendi, figliolo! Se imparerai a suonare bene questo strumento, potrà aiutarti ad affrontare il mondo!” Invece di relegarmi in un angolino dicendomi: “Figlio mio, sei un povero cieco” mi lanciava sfide!»

Quante ali tarpate per mancanza di proposte! Educare non è dare ordini, ma chiedere “imprese”.

Autore: Pino Pellegrino

Fonte: biesseonline.sdb.org

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mercoledì 10 febbraio 2021

Dilagano le challenge tra i ragazzi, spesso con risultati tragici

 CHALLENGE O SFIDE SOCIAL: COME FUNZIONANO

Le cosiddette sfide o challenge social sono sempre più diffuse sul web e suscitano l’interesse di un gran numero di persone, coinvolgendo soprattutto i bambini e gli adolescenti. Non si tratta di una consuetudine che comporta pericoli di per sé, ma è bene conoscerne le dinamiche e le possibili implicazioni per proteggere i più piccoli. 

Come funzionano le sfide sui social network? È giusto premettere che bambine/i e giovani sfidano se stessi e gli altri da ben prima della diffusione delle tecnologie digitali: non è un fenomeno nuovo, soprattutto in adolescenza, quello di volere dimostrare a se stessi e agli altri di essere coraggiosi in situazioni pericolose, di misurarsi con i propri “limiti”.

Con la diffusione dei social media, la natura di queste sfide è caratterizzata da nuove dinamiche: il pubblico è potenzialmente enorme e coloro che partecipano cercano una visibilità (e accettazione) tramite “like” e commenti. Inoltre ogni sfida online viene “registrata”, produce contenuti e video (a volte di natura violenta) che viaggiano nei e tra i social. Contenuti che diventano virali, raggiungono popolarità e il rischio emulazione è molto forte. La pressione tra pari gioca un ruolo importante: imitare e impressionare i propri amici sancisce o rinforza il senso di appartenenza ad un gruppo.

È importante riconoscere che le sfide online variano enormemente e non sono tutte problematiche: sono una pratica molto diffusa di produzione e condivisione di contenuti, sono diverse tra di loro e hanno diversi intenti. Ci sono challenge a scopo benefico o a scopo creativo. Tik Tok è il social che più di tutti le ha lanciate per alcune funzionalità proprie del social media e dell’interazione tra i profili, ma non è l’unico.

LE CHALLENGE ESTREME

Con challenge estreme si intendono le sfide per compiere atti di “coraggio”: BlackOut Challenge e Hanging Challenge, ad esempio, sono nomi di presunte sfide in cui si prevede che “il partecipante” stringa una cintura attorno al collo e resista il più possibile.

Non ci sono evidenze ancora della presenza in TikTok (o in altri social) di questo fenomeno e quanto sia effettivamente diffusa, ma di challenges estreme si parla da molto (ricordiamo tutti il fenomeno Blue Whale) e con esse si intende una pratica che può suggestionare ragazzi e ragazze ed indurli progressivamente a compiere atti di autolesionismo, azioni pericolose (sporgersi da palazzi, cornicioni, finestre etc), selfie pericolosi, sino ad arrivare ad atti che comportano il suicidio. Questa suggestione può essere operata dalla volontà di un adulto (o gruppi di adulti) che aggancia via social e induce la “vittima” alla progressione nelle “tappe” della pratica oppure sui social o gruppi di messaggeria nei quali i ragazzi stessi si confrontano sulle varie tappe, si incoraggiano reciprocamente, si incitano a progredire nelle azioni pericolose previste dalla pratica, mantenendo gli adulti significativi ostinatamente all’oscuro. L’effetto emulazione è l’elemento più pericoloso. Per questo occorre parlare di questi fenomeni con attenzione.

Ad oggi si conosce poco della reale correlazione tra casi di suicidio e la partecipazione a una challenge.  Quello che sappiamo è che le fragilità della pre e dell’adolescenza sono tante e, a prescindere dalla tecnologia, gli atti di autolesionismo possono essere molto diffusi.

CHALLENGE SOCIAL: CONSIGLI UTILI PER PROTEGGERE I PIÙ PICCOLI

Per proteggere i più piccoli dai possibili rischi delle sfide social, è importante per gli adulti di riferimento conoscere e indicare a bambini/e e adolescenti gli ambienti digitali che possono frequentare a seconda dell’età e senza dimenticare che è possibile iscriversi ai social network solo dai 13 anni in su, con il consenso dei genitori, oppure dai 14 anni, da soli.

Ecco alcuni consigli utili:

Occorre non dare per scontato il grado di autonomia che possono avere nell’uso delle tecnologie digitali e non avere paura di stabilire regole anche sulla condivisione delle attività e sui tempi di utilizzo.

La gestione della propria identità online va supportata, soprattutto agli inizi della loro vita social, sempre cercando di non risultare invadenti.

Parlare, interessarsi e prevenire sono le parole chiave, dunque, per evitare di trovarsi coinvolti in situazioni rischiose. Sebbene la pratica di verificare i contenuti a cui nostro figlio/figlia ha accesso possa essere un comportamento consigliabile nel caso dei più piccoli, facendone sempre oggetto di dialogo e come pretesto per spunti educativi, ciò potrebbe anche essere inutile e controproducente con gli adolescenti più grandi. Inutile per il moltiplicarsi di spazi, canali e “luoghi” virtuali a cui è possibile accedere con particolari abilità informatiche; controproducente perché allontana, lede la privacy a cui hanno diritto e soprattutto interferisce con una dinamica educativa basata sulla responsabilizzazione, la progressiva autonomia e la fiducia.

Gli adolescenti vanno supportati nel riconoscimento e nella gestione delle proprie emozioni, nello sviluppo di autonomia, responsabilità e senso etico. Devono imparare ad esercitare il proprio pensiero critico anche quando sono online, quando cioè provare empatia per l’altro è più difficile, perché scatta un meccanismo di de-responsabilizzazione e di distacco. Devono sapere che se si ritrovano in una situazione più grande di loro, possono chiedere aiuto e possono chiederlo e riceverlo anche se si sono messi nei guai.

L’IMPATTO DEL COVID-19 SULLA VITA ONLINE DEI PIÙ PICCOLI

Con la cirsi di Covid-19 abbiamo assistito ad un aumento delle vulnerabilità ed esposizione a possibili rischi online perché si sono ampliati i fattori e le condizioni di rischio: è ampliata la fruizione di ambienti online per soddisfare moltissimi bisogni (esclusivamente online, in assenza di una dimensione della socialità in presenza), ed è aumentata in particolare per una fascia d’età prima relativamente meno esposta (<10 anni).

Ricordiamo che l’età minima per iscriversi a un social network è di 14 anni mentre a 13 anni è concesso con consenso dei genitori, tuttavia nessun social applica attualmente l’age verification, anche per questione di privacy.

La presenza di bambini e bambine nella fascia d’età under 10 negli ambienti digitali, con i relativi profili nei social media è una condizione di particolare criticità, ad esempio la percezione delle conseguenze negative e reali delle proprie azione può essere sottostimata, a causa anche della giovanissima età. Appare ancora più evidente come la mancanza o la debolezza delle competenze digitali espongano a rischi e vulnerabilità, rispetti ai quali il ruolo degli adulti e della comunità educante deve agire con forza.

Fonte: www.savethechildren.it

 

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