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martedì 4 novembre 2014

I giovani e le sale slot

I GIOVANI E LE SALE SLOT
  

Quasi la metà dei giovanissimi rivela di avere scommesso almeno una volta. Uno su cinque lo fa più spesso e per l’otto per cento è un’abitudine. Spinti da genitori e amici cercano guadagni facili. “Troppe insidie nei pressi di chiese e palestre”
di Cristiana Salvagni

Giocano non per la voglia di trasgredire, ma per avere soldi da spendere, e spesso chi li trascina nel mondo proibito di videopoker e slot machine sono gli amici e i genitori. Un’iniziazione che incontra pochissimi ostacoli: quasi un adolescente su due, il 44 per cento, ha giocato almeno una volta, uno su cinque lo ha fatto più di una e c’è un otto per cento che lo fa almeno una volta al mese. Tre su quattro, tra quelli che giocano, conoscono roulette, slot, videopoker grazie alla pubblicità in televisione, incrociano le sale scommesse nei paraggi di casa o scuola e vivono l’azzardo come un modo per stare in compagnia. Un’attività ricreativa, come potrebbe essere andare in palestra o passare un pomeriggio con gli amici.
È il rapporto che gli adolescenti italiani hanno con il gioco d’azzardo, fotografato da un’indagine Swg per l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, la prima che interpella direttamente i minorenni tra i 14 e i 17 anni, e da una serie di testimonianze video raccolte tra i ragazzi. “Vicino alla mia scuola ci sono parecchie macchinette dove i giovani vanno a giocare – dice uno degli intervistati - sembra quasi una moda, comincia a essere molto diffusa dai 15 anni in su”.

I GRAFICI Gli adolescenti italiani e il gioco d’azzardo
Preoccupa soprattutto quell’8 per cento di minorenni scommettitori abituali, che fa almeno una puntata al mese ma arriva anche a due a settimana. L’identikit è quello di un maschio di 16-17 anni, amante dello sport, trascinato nel vizio dai coetanei, che per divertirsi rischia non solo con un gratta e vinci o con i risultati delle partite, ma anche con slot o videopoker. Poco più di 12 euro la somma spesa ogni mese, anche per quel ragazzino o ragazzina su cinque, esattamente il 18 per cento, che viene da una famiglia con un reddito basso e rischia in modo più occasionale. Magari perché la tentazione capita davanti agli occhi andando in palestra o all’oratorio e allora scatta la voglia di sentirsi più grande (22 per cento delle motivazioni), fare il trasgressivo (10 per cento) o scacciare la noia (9 per cento).
Questi giocatori in erba vivono l’azzardo come un passatempo normale, di cui non vergognarsi e da non nascondere ai genitori. “Ormai è ovunque: nella pubblicità, nei film, nei videogiochi, al bar, sui social network – dice un’altra intervistata - basta avere un semplice cellulare per poter accedere ai centri ruba soldi“. Inutile, negli spot martellanti che spingono a provare, la dicitura “è vietato ai minori di 18 anni”: l’80 per cento dice di conoscere i vari giochi proprio grazie alla pubblicità, soprattutto quella trasmessa in tv (l’89 per cento), che si incontra sui social (26 per cento) o sui siti sportivi (13 per cento). Il gratta e vinci, le scommesse sportive e le carte con puntate in denaro conquistano il podio dei giochi più praticati, mentre non riscuotono altrettanto successo le slot machine (popolari solo tra il 9 per cento dei ragazzi) e i videopoker (6 per cento). Per uno su tre l’impulso che spinge alla puntata è profondo e rischia di far precipitare anche i giovanissimi nel baratro della dipendenza: il 34 per cento, infatti, gioca perché si illude di avere più soldi a disposizione.
È il miraggio del guadagno facile a far crescere i piccoli giocatori incalliti. “Può diventare una mania, far uscire di testa le persone, ma siccome è una droga quando inizi non smetti più” rispondono quegli altri ragazzi, quattro su dieci, che associano l’azzardo al pericolo, mentre solo uno su sette lo giudica un passatempo “da malati“, e la maggior parte, quattro su cinque, non sa cosa sia la ludopatia. Forse sottovalutano il rischio ma sono pronti a negare la loro simpatia a quei volti popolari che si prestano agli spot: “Se uno famoso facesse pubblicità al bingo – spiega un altro – non sarebbe più il personaggio che amo”.
Fonte: www.repubblica.it
 
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lunedì 3 novembre 2014

Lettera ad un insegnante

LETTERA DI ABRAHAM LINCOLN ALL’INSEGNANTE DI SUO FIGLIO…

Caro professore, lei dovrà insegnare al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità;
ma la prego di dirgli pure che per ogni malvagio c’è un eroe, per ogni egoista c’è un leader generoso.
Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico...
e che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata.
Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall’invidia e gli faccia riconoscere l’allegria profonda di un sorriso silenzioso.
Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo, i fiori nei campi, le colline e le valli.
Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria,gli insegni a credere in se stesso, anche se si ritrova solo contro tutti.
Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e
a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta anche i veri uomini piangono.
Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione.
Lo tratti bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si tempera l’acciaio.
Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore ed anche in se stesso, perché solo così può avere fiducia negli uomini.
So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro.

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sabato 1 novembre 2014

Liti tra genitori

LITI TRA GENITORI


Far assistere i bambini a continue scene di violenza, di aggressione e di prevaricazione equivale a un delitto tanto più grave, quanto più continuato nel tempo.
Anche nelle famiglie in cui i livelli di tensione non sono così alti
è tuttavia opportuno saper litigare.
È difficile. A volte viene la voglia di fracassare tutto, di insultare o di urlare, ma davanti ai bambini è doveroso mantenere toni civili.
D’altra parte insultereste un agente di polizia perché vi ha fatto una multa? Urlereste in faccia al vostro capoufficio tutto quello che avete dentro? Credo proprio di no, se non altro per ragioni di opportunità.
Vostro figlio è molto più di un’opportunità.
Quindi, se ritenete di essere in grado di saper litigare con un vigile o con un superiore senza avere la peggio, a maggior ragione dovete saper litigare e bisticciare con il vostro partner davanti ai bambini.
Come si deve litigare? Senza insultarsi, senza urlare, senza tirarsi le cose, senza mancarsi di rispetto; cercando di far partecipi i figli al conflitto non per stabilire alleanze, ma per rassicurarli che, anche se papà e mamma stanno discutendo animatamente, non vi è nulla da temere: si vogliono
sempre bene e di lì a poco tutto sarà sistemato.
È indispensabile comunicare ai figli che il disaccordo è importante quanto l’accordo: L’uno presuppone la voce alterata, il “muso lungo” e qualche gesto di troppo; l’altro i baci, le carezze, il gioco, i sorrisi e la voce tranquilla.
In fondo anche i bambini sanno che litigare con i genitori non equivale a perderli.
Devono solo capire che anche tra i grandi funziona così.
Se poi siete una coppia che ogni tanto ha bisogno di alzare il tiro, esprimete le liti più colorite lontano dai figli a patto che riusciate poi a risolvere il nucleo dei vostri conflitti.
Non vi è nulla di più pesante per un bambino, infatti, di vedere e sentire i propri genitori tesi, in silenzio, con gli occhi gonfi e che si sforzano di interagire per ricostituire un simulacro di atmosfera familiare.

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venerdì 31 ottobre 2014

La manipolazione dei nostri figli

LA MANIPOLAZIONE DEI NOSTRI FIGLI
 

Gran parte della produzione di beni e servizi è finalizzata al target giovanile: abbigliamento, tecnologia, divertimento e tempo libero si orientano quasi esclusivamente sui bisogni e sui desideri dei giovani, anch’essi sapientemente indotti e portati all’eccesso dal mercato.
Mode, tendenze e stili di vita sono confezionati ad arte per innescare una domanda acritica e sfrenata che porta a ingenti guadagni.
Ci si trova così nella paradossale situazione di affrontare le stragi del sabato sera, continuando ad aprire le discoteche non prima di mezzanotte; di promuovere vaste campagne contro l’abuso di bevande alcoliche, ma di vendere e pubblicizzare tali prodotti ovunque e a chiunque, anche ai minorenni; di essere contro la droga, ma continuando ad affermare l’assurda dicotomia tra sostanze pesanti e leggere ( cosa vuol dire “leggere?” Che si può usare? Che non fa male? Che è tollerata?); di sospettare dell’influenza negativa dell’abuso di prodotti tecnologici, continuando a rifornire i figli di qualsiasi cosa le aziende del settore lancino sul mercato.
Anche la cultura sta diventando una “merce insidiosa”: il buon vecchio tema d’italiano sta lasciando il posto al “pezzo giornalistico”, estromettendo di fatto gli studenti dalla possibilità di metacomunicare, di riflettere e di esprimersi; all’Università gli esami si affrontano rispondendo a dei quiz, tanto facilitanti quanto deprimenti; la laurea si può ottenere anche online.
Il tutto abbassa i livelli di preparazione e chiude le poche possibilità di esprimere talenti e di realizzarsi in una dimensione futura sempre più incerta e nebulosa, creando una generazione “no work, no study”, ma molto “easy e trendy”.

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Il peso delle nostre preoccupazioni

IL PESO DELLE NOSTRE PREOCCUPAZIONI


Uno psicologo insegna ai suoi studenti come gestire lo stress.
Prese un bicchiere d’acqua e si avviò per la stanza, in silenzio.
Tutti si aspettavano una domanda tipo:
“è mezzo pieno o mezzo vuoto?”
Ad un certo punto si fermò, alzò il bicchiere e chiese ai suoi studenti:
“Quanto è pesante questo bicchiere d’acqua?”
Meravigliati, gli studenti hanno dato risposte tra 250 e 500 ml.
Lo psicologo risponde: "il peso assoluto non importa, importa quanto tempo lo tieni alzato… Un minuto, nessun problema… Un’ora, un braccio dolorante… Un giorno, paralizza il braccio…
In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non cambia. Cambia solo il tempo.
Più il tempo passa, più diventa pesante.
Lo stress e le preoccupazioni della vita sono come il bicchiere d’acqua. Se si pensa di meno a loro, non succede quasi nulla.
Se si pensa di più, il cuore inizia a far male.
Se stai pensando a loro per tutto il tempo, paralizzano la tua mente.
Quando arrivi a casa la sera, lascia fuori le tue preoccupazioni.
Non portarle con te durante la notte.
Metti giù il bicchiere."

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giovedì 30 ottobre 2014

Il bambino vede, il bambino fa

Se un bambino vive nella critica impara a condannare.
Se un bambino vive nell'ostilità impara ad aggredire.
Se un bambino vive nell'ironia impara ad essere timido.
Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.
Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente.
Se un bambino vive nell'incoraggiamento impara ad avere fiducia.
Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia.
Se un bambino vive nella disponibilità impara ad avere una fede.
Se un bambino vive nell'approvazione impara ad accettarsi.
Se un bambino vive nell'accettazione e nell'amicizia impara a trovare l'amore nel mondo.
Doret's Law Nolte

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