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mercoledì 31 maggio 2017

Adolescenti attratti dai giochi della morte

ADOLESCENTI ATTRATTI DAI GIOCHI 
DELLA MORTE E DAL RISCHIO

Gli adolescenti sono spesso e volentieri attratti dal macabro, dalla morte, dall’occulto, da quel qualcosa che non comprendono, che è più grande di loro. Cercano contenuti violenti, si infilano in rete in gruppi in cui sono trattati argomenti legati alla morte, al suicidio, al satanismo, all’horror, leggono blog con le stesse tematiche, guardano video nudi e crudi e seguono comunità di questo tipo senza avere tante volte gli strumenti psicologici per filtrare ciò che leggono e che vedono e gli strumenti critici per valutare la veridicità dei contenuti che troppe volte prendono per veri.
È la Generazione degli hashtag, come la definisco nel mio libro Generazione Hashtag (Alpes Editore), la generazione di adolescenti che comunica attraverso quel piccolo simbolo che a volte esprime tanta sofferenza e dolore. Un cancelletto che a volte può essere un cancello di accesso a degli spazi del web più oscuri che sarebbe bene rimanessero tali.
Attraverso gli # si può essere adescati con estrema facilità, si possono esprimere le proprie emozioni e stati d’animo e possono essere dei veri e propri segnali di riconoscimento. Ci sono intere comunità di adolescenti autolesionisti che rispondono all’hashtag #cut #selfharm #autolesionismo, altre di suicidio, nascoste dietro l’#sue e oggi ci sono anche gli adolescenti che partecipano ai giochi della morte, che esprimono le intenzioni di partecipare al gioco con specifici hashtag come #bluewhale #f57.

-Non solo Blue Whale, nella rete purtroppo pullulano giochi macabri, gruppi che inneggiano all’autolesionismo e al suicidio, che spiegano come tagliarsi, come farsi del male, come suicidarsi, come nascondere la propria anoressia, altri che gli riempiono la testa di tante belle parole per indurli in una condizione di sottomissione psichica. Ovviamente, per rimanere incastrati in questi gruppi e spazi oscuri del web, ci deve già essere una predisposizione a questo tipo di contenuti, NON BASTA solo la tipica curiosità adolescenziale o la ricerca della sfida e del rischio, caratteristica di questa fase evolutiva.-

Perché piacciono gli horror game?

Gli horror game, i film horror, gli spazi oscuri piacciono perché sono adrenalinici, la vivono come una sfida con se stessi, un affrontare le loro parti più oscure, più nascoste, i propri demoni che in questa fase gli inducono spesso anche a pensieri suicidi e autolesionistici. Diventa in tanti casi un affrontare ciò di cui si ha più paura. Per questo sono attratti dai troppi gruppi in rete che parlano di suicidio, la morte purtroppo è vista anche come un gesto eroico, che non è per tutti, ma solo per i più coraggiosi.
Oggi il suicidio è visto anche come un mezzo di denuncia sociale, di far vedere a tutti cosa hanno subito e vissuto, a tutto quel mondo che li circonda che troppe volte è completamente sordo e cieco e non è in grado di cogliere i loro segnali. Per questo si deve ragionare sul ruolo del suicidio per gli adolescenti e se ne deve assolutamente parlare però lo dovrebbe fare chi è in grado di farlo perché altrimenti si rischia di far passare dei messaggi che non devono passare e che possono creare quello che spesso vediamo in rete ossia l’effetto contagio che induce ad emulare il comportamento degli altri.

La ricerca del rischio e del pericolo

Non ci dimentichiamo che l’adolescenza di per sé è caratterizzata dalla “sensation seeking” ossia la tendenza e la ricerca di emozioni nuove che esprime il bisogno di cercare nuove sensazioni, nuove situazioni emotivamente forti e particolarmente intense, anche al prezzo di mettere a rischio la propria incolumità e quella delle persone che stanno intorno. Spesso si tratta di comportamenti impulsivi, ma la maggior parte delle volte sono condotte studiate in tutte le variabili, volute intenzionalmente e ricercate.
Si ricerca l’eccitazione, l’adrenalina e tutte quelle sensazioni forti che fanno sentire un’attivazione interna, che fanno sentire i ragazzi “vivi”. Il cuore batte forte, un brivido scorre lungo la schiena, le gambe si irrigidiscono e la testa dà solo il segnale del via. In genere queste attività vengono messe in atto in gruppo perché c’è bisogno di rinforzare anche il proprio ruolo sociale, di dimostrare a se stessi e agli altri il proprio valore.

E’ cambiato il contesto: il ruolo della tecnologia

Non ci dimentichiamo che è cambiato anche il contesto in cui vivono gli adolescenti. Siamo nell’era delle sfide estreme che dilagano a macchia d’olio nel web, delle challenge che a suon di # evidenziano chi osa di più, chi riesce ad andare più vicino alla morte, chi si spinge al limite tra vita e la morte, perché quando si arriva così vicini si ricevono tanti like, tante approvazioni, il post diventa virale e condiviso, fino ad arrivare agli horror game che rischiano di far passare il suicidio come un aver compiuto qualcosa di grandioso che gli altri devono vedere, quel qualcosa che gli altri forse non sarebbero riusciti mai a fare. Peccato però che non si torna indietro, che non vedano gli effetti di ciò che hanno fatto, perché tante volte, quando si arriva a farsi del male perché si è incastrati in queste sfide e giochi maledetti, non si ha neanche la reale consapevolezza di ciò che si sta facendo e non si ragiona sulla morte e l’irreversibilità del gesto che si sta mettendo in atto. Si deve portare a termine ciò che si è iniziato, altrimenti agli occhi degli altri e di se stessi si passa per perdenti e per falliti.
Non è il suicidio di chi è consapevole di ciò che sta facendo e mette fine alle sofferenze della sua vita, non è un autolesionismo inteso come far del male intenzionale al proprio corpo perché non si hanno altri strumenti interni per gestire il dolore, la sofferenza, le emozioni negative e si esprime in maniera disadattiva il proprio disagio attraverso gli attacchi rivolti al corpo.

- Se andiamo ad analizzare questi giochi perversi, come il Blue Whale, sono spesso caratterizzati da azioni che sono moralmente discutibili, che li portano a prendere coraggio man mano che si va avanti nel gioco, per questo iniziano tutti con prove più semplici che richiedono un minore impegno psichico. Sono prove che li portano a sentirsi più forti e li spingono ad andare sempre più avanti e a non fermarsi. È come se prendessero fiducia in loro stessi, cambiano man mano il loro ruolo nella vita sociale che nella vita social diventa attivo. Si passa da una condizione di impotenza ad una di potenza, si sperimenta in maniera completamente disadattiva e patologica un senso di autoefficacia che va ad alimentare quel briciolo di autostima con cui vivevano quei ragazzi. Un ragazzo strutturato, con un buon rinforzo familiare e sociale, con un’adeguata autostima non arriva a partecipare a questi giochi, non ha bisogno di questi spazi per cercare se stesso e dimostrare chi è, non è così facilmente manipolabile e adescabile. Dobbiamo smettere di credere alla favola del lupo cattivo vestito da Cappuccetto Rosso di cui tutti possono rimanere vittime. Ci sono dei segnali, ci sono degli indicatori che sono più o meno evidenti ma che loro lanciano e che andrebbero saputi cogliere e soprattutto vedere.-


In questa fase di crescita, non si deve fare l’errore di sottovalutare quanto sia influente l’effetto del mostrare agli altri il proprio successo, dell’essere considerati, riconosciuti e appagati da qualcuno, come può essere un “master” o “curatore” dei un gioco che ti dice quanto sei bravo, che è orgoglioso di te e del tuo coraggio, forse quel bravo che è mancato un po’ troppo nella vita di questi ragazzi che cercano nella rete ciò che non hanno nella vita reale.

Fonte: adolescienza.it

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mercoledì 24 maggio 2017

Perché il teatro fa bene ai bambini

PERCHE' IL TEATRO FA BENE AI BAMBINI

Il Teatro offre un’occasione straordinaria per educare ad un’autentica vita emotiva. Io sono una di quelle persone che vorrebbe il Teatro come materia scolastica al pari di matematica o scienze. Le potenzialità del Teatro infatti sono infinite. Lo penso da pedagogista (e la pedagogia ha studiato molto la valenza del Teatro) che lo applica in molte sessioni di lavoro con bambini e ragazzi, lo penso da attrice amatoriale, lo penso da mamma che ha preso spunto dalle molte attività/gioco del Teatro per stare con il proprio bambino.
Il Teatro aiuta. Vediamolo insieme in particolare cosa fa:
1.      tocca la sfera fisica perché il Teatro è attività fisica, movimento, gioco, stimolazione dei cinque sensi, presa di coscienza della propria postura, dello spazio. Nel teatro si occupa uno spazio. Che è uno spazio fisico, ma è anche uno spazio psicologico, emotivo e relazionale.
2.      tocca la sfera cognitiva perché il Teatro è curiosità, scoperta, esplorazione, ricerca, invenzione e creazione, confronto tra esperienze diverse, elaborazione e ragionamento, deduzione, immaginazione e creatività, gioco, comunicazione (e qui apro una breve parentesi sulla valenza del teatro anche nello sviluppo del linguaggio e in tutte quelle situazioni problematiche come balbuzie, mutismo, insicurezza e via dicendo);
3.      tocca la sfera affettiva perché il teatro è ascolto, comprensione, affetto, fiducia, allegria, relazione e comunicazione, autonomia, espressione e creatività, sicurezza e stabilità;
4.      tocca la sfera sociale perché il teatro può e deve essere per il bambino, contatto con gli altri e relazione, partecipazione, confronto, integrazione, cooperazione, competizione, comunicazione, gioco, rispetto ed accettazione degli altri, rispetto di regole collettive, autonomia, emulazione e soprattutto, educazione.
Da questo breve elenco possiamo capire quanto il Teatro sia un’occasione importante per una crescita armoniosa. Non dobbiamo pensare al Teatro necessariamente come rappresentazione teatrale e pensare “alla recita della scuola” che nulla ha a che vedere con il Teatro. Allontaniamo questo modo di fare teatro. Sbagliato. Inutile. Frustrante. Innanzitutto il Teatro, soprattutto con i bambini, lo devono fare professionisti formatori ed educatori esperti che hanno acquisito metodi e tecniche e soprattutto non hanno l’obiettivo di mettere in scena una rappresentazione basata sulla ripetizione estenuante di frasi. Questo non è Teatro. E di conseguenza non serve a nulla se non a mostrare un prodotto confezionato e servito. Il Teatro è gioco, è vita. E’ divertente, ma anche faticoso.
Vi lascio con un’ultima riflessione. Torniamo alle radici dell’esperienza teatrale. Aristotele,nella sua Poetica, riflette sul significato della tragedia, massima espressione del grande teatro greco, ed afferma che essa produce nello spettatore due fortissime emozioni passioni (in greco c’è una parola sola, “pathos”), cioè lo spavento (“phobos”) e la pietà (“èleos”). Alla fine, però, dallo spettacolo teatrale lo spettatore ricava una purificazione di (o da) queste passioni (kàtharsis tòntoiouton pathemàton). Questa espressione non è di facile interpretazione: potrebbe significare che alla fine lo spettatore si libera da queste passioni, oppure che le può vivere in una forma diversa, purificata. Questa seconda interpretazione è più suggestiva. Se si scava nell’etimo della parola “pathos” si scopre che deriva dalla radice “path” (la stessa del latino “patior”), che significa “subire”, “essere passivi”. La passione/emozione, dunque, è quella condizione interiore che prende l’uomo e lo domina, senza che questo possa in qualche modo controllarla. Vivere in modo purificato la passione significa, però, sottrarsi alla sua signoria assoluta, diventare dunque attivi. È Aristotele stesso ad insegnarci che il pensiero è la più alta forma di attività: dunque la passione purificata è una passione permeata di pensiero, una passione che non è semplice emotività, semplice stato d’animo, ma anche riflessione e consapevolezza. A questo educa il teatro, innanzitutto, sia che lo si pratichi, sia che si assista alla rappresentazione: educa a vivere la passione non come esperienza intessuta di semplici emozioni, ma come dimensione nella quale il conoscere si fa più profondo, le cose assumono un rilievo che di solito sfugge, la condizione umana si presenta nella sua forma essenziale. Acquisire il senso della misura e dell’armonia.

Fonte: giovannagiacomini.wordpress.com

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mercoledì 17 maggio 2017

I biglietti vincenti della lotteria BAMBINI al Centro

Si è conclusa sabato 13 maggio con l’estrazione dei venti biglietti vincenti, la lotteria di beneficenza ‘BAMBINI al Centro’ promossa dalla Paidòs Onlus.
‘’E’ stata una lunga maratona a tratti faticosa ma anche estremamente entusiasmante – ha riferito a caldo Marco Di Sabato Presidente della Paidos Onlus - In questi mesi abbiamo potuto toccare con mano la generosità e la fiducia della gente che ci hanno sostenuto ed incoraggiato nell’andare avanti nella nostra ‘missione’, ed è a loro che voglio rivolgere un immenso GRAZIE, perché acquistando il biglietto della lotteria, hanno contribuito a donare ai bambini della nostra città un Centro Educativo Diurno ‘nuovo’, ancora più bello e ricco di spazi per tante nuove attività.
In questo modo potremo continuare a dare  a tanti bambini la possibilità di studiare, giocare, fare laboratori espressivi ed avere accesso ad attività sportive e culturali, contrastando così la povertà educativa che affligge il nostro territorio, che è più nascosta e meno evidente di quella economica, agisce nel buio e priva molti bambini dell’opportunità di costruirsi un futuro o anche di sognarlo.‘’
‘’Il 15 maggio inoltre - continua Marco Di Sabato-  come promesso, sono già partiti i lavori di ristrutturazione, ma chi vuole può ancora sostenere il Progetto “BAMBINI al Centro”- Progetto di ristrutturazione del Centro Educativo Diurno, effettuando una donazione con bonifico bancario al seguente IBAN: IT 51W 05385 78440 00000 00000 455 causale: ristrutturazione Centro Diurno Murialdo.
Torniamo a mettere i BAMBINI al Centro delle nostre azioni, loro sono il nostro futuro!’’.

E' possibile consultare i biglietti vincenti su www.paidos.it.

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martedì 2 maggio 2017

Lettera di un adolescente ai suoi genitori

LETTERA DI UN ADOLESCENTE AI SUOI GENITORI
Perché la vita con gli adolescenti sembra sempre un estenuante tiro alla fune? Possibile che i genitori siano sempre sbagliati ai loro occhi? Questa lettera è stata scritta da Gretchen L Schmelzer, una psicologa e scrittrice statunitense, e dovrebbe essere inserita tra le letture obbligatorie del manuale del genitore dell’adolescente.

Caro Genitore,
Questa è la lettera che vorrei poterti scrivere.
Questo conflitto in cui siamo, ora. Ne ho bisogno. Ho bisogno di questa lotta. Non te lo posso dire perché non ho il lessico per farlo e comunque non avrebbe senso quello che direi. Ma ho bisogno di questa lotta. Disperatamente. Ho bisogno di odiarti ora, e ho bisogno che tu sopravviva a questo odio. Ho bisogno che tu sopravviva al mio odiare te, e al tuo odiare me. Ho bisogno di questo conflitto anche se pure io lo detesto. Non importa neanche su cosa stiamo litigando: l’ora di rientro a casa, i compiti, i panni sporchi, la mia stanza incasinata, uscire, restare a casa, andare via di casa, vivere in famiglia, ragazzo, ragazza, non avere amici, avere cattivi amici. Non importa. Ho bisogno di lottare con te su queste cose e ho bisogno che tu lo faccia con me.
Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l’altro capo della corda. Che ti ci aggrappi forte mentre io strattono il capo dalla mia parte, mentre cerco di trovare appigli per vivere questo mondo nuovo cui sento di affacciarmi. Prima sapevo chi fossi io, chi fossi tu, chi fossimo noi. Ma ora, non lo so più. In questo momento sto cercando i miei confini, e a volte riesco a trovarli solo quando tiro questa fune. Quando spingo tutto quello che conoscevo al suo limite. Allora io mi sento di esistere, e per un minuto riesco a respirare. E lo so che ti manca tantissimo il bambino dolce che ero. Lo so, perché manca anche a me quel bambino, e a volte questa nostalgia è quello che rende tutto doloroso per me al momento.
Ho bisogno di questa lotta e ho bisogno di vedere che, non importa quanto tremendi o esagerati i miei sentimenti siano, non distruggeranno me, né te. Ho bisogno che tu mi ami anche quando sono pessimo, anche quando sembra che io non ti ami. Ho bisogno che tu ami te stesso, e me, che tu ci ami entrambi e per conto di tutti e due. Lo so che fa male essere antipatici, avere etichette di quello marcio. Anche io provo la stessa cosa dentro, ma ho bisogno che tu lo tolleri, e che ti faccia aiutare da altri adulti per farlo. Perché io non posso in questo momento. Se vuoi stare insieme ai tuoi amici adulti e fare un “gruppo-di-mutuo-supporto-per-sopravvivere-al-tuo-adolescente”, fa’ pure. O parlare di me alle mie spalle, non ho problemi. Basta che non rinunci a me, che non rinunci a questo conflitto. Ne ho bisogno.
Questo è il conflitto che mi insegnerà che la mia ombra non è più grande della mia luce. Questo è il conflitto che mi insegnerà che i sentimenti negativi non significano la fine di una relazione. Questo è il conflitto che mi insegnerà come ascoltare me stesso, anche quando sono una delusione per gli altri.
E questo conflitto particolare, finirà. Come ogni tempesta, sarà spazzata via. E io dimenticherò, e tu dimenticherai. E poi tornerà da capo. E io avrò bisogno che tu regga la corda di nuovo. Di nuovo e di nuovo, per anni.
Lo so che non c’è nulla di intrinsecamente soddisfacente in questa situazione per te. Lo so che probabilmente non ti ringrazierò mai per questo, o neanche te ne darò credito. Anzi probabilmente ti criticherò per tutto questo duro lavoro. Sembrerà che niente che tu faccia sia mai abbastanza. Eppure, io faccio affidamento interamente sulla tua capacità di restare in questo conflitto. Non importa quanto io polemizzi, non importa quanto io mi lamenti. Non importa quanto mi chiuda in silenzio.
Per favore, resta dall’altro capo della fune. E lo so che stai facendo il lavoro più importante che qualcuno possa mai fare per me in questo momento.
Con amore, il tuo teenager.
Fonte: genitori crescono.com
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mercoledì 26 aprile 2017

L'interrogativo è il cuore dell'intelligenza

L'INTERROGATIVO E' IL CUORE DELL'INTELLIGENZA

L'interrogativo è il cuore dell'intelligenza: fa scattare il cervello e lo tiene sotto pressione. La cosa è certa: una domanda al giorno e la stupidità è tolta di torno. Anche nell'arte di educare l'interrogativo ha un rilievo centrale. Il buon senso non basta, abbiamo bisogno di una pedagogia consapevole.

I bambini di oggi sono più intelligenti di quelli di ieri? 
È una voce che circola un po' ovunque: “I bambini di oggi sono più intelligenti di quelli di qualche tempo fa”. Sarà vero? Il fatto che quella sia la convinzione accettata dall'opinione pubblica non è prova di verità. È meglio ragionarci su. 

Ebbene, alla domanda se i bambini di oggi sono più intelligenti di quelli di ieri lo psicologo Jean Piaget dava una risposta sorprendente e decisa: «No, assolutamente no! I bambini di oggi non sono più intelligenti di quelli di cinquant'anni fa. Direi piuttosto il contrario. Hanno acquisito un po' di idee sbagliate. Il grande principio della pedagogia è che essa non debba mai fondarsi sulla parola o sugli apporti esterni, come la televisione. La vera rivoluzione si ha nel momento in cui il bambino può agire sugli oggetti, può fare delle esperienze che non sono quelle del maestro». 

In parole più chiare: il bambino si fa intelligente non quando vede o quando sente, ma quando agisce in prima persona. 
Alla stessa conclusione sono arrivati anche ultimamente gli psicologi giapponesi i quali hanno notato che i bambini di Tokyo che abitano negli ultimi piani dei grattacieli sono più maldestri e impacciati dei piccoli che abitano ai primi piani. Per quale ragione? 
Perché questi ultimi hanno più possibilità di sperimentare: scendere in cortile a giocare, correre, incontrare gli amici, andare in bicicletta. In una parola hanno più possibilità di vivere in diretta! 
Dunque, che dire? I bambini del duemila sono più intelligenti dei piccoli del secolo scorso? 
A questo punto possiamo rispondere con più cognizione di causa. 
I bambini di oggi hanno indubbiamente più abilità operative (sanno usare la calcolatrice, sanno impostare il navigatore satellitare, sanno smanettare sul cellulare), ma non è detto che siano più intelligenti di quelli di ieri.

Mancano di due condizioni per la fioritura dell'intelligenza: 
• Manca l'ambiente adatto. 
La società frenetica in cui vivono è la meno adatta all'attenzione, all'osservazione calma e profonda, indispensabile per l'intelligenza (intelligenza è parola che deriva dal latino intus-legere: andare nel profondo, vedere dentro). 
• Manca la seconda condizione base per la fioritura dell'intelligenza: quella della vita vissuta in prima persona.
Lo conferma la nostra psicologa Anna Oliverio Ferraris con questa seria osservazione: «In nessun'epoca il bambino è mai stato tanto tempo inattivo come oggi». 
D'accordo! Mai come oggi i bambini hanno visto vivere e mai così poco vivono in diretta. Bambini inscatolati, bambini messi in cassa integrazione fin dai primi anni di vita, non potranno che avere un'intelligenza spenta perché inutilizzata. 
Che ne dite?

Per non fare la fine della rana bollita 
La rana galleggia beata nella bacinella piena d'acqua. È così soddisfatta che non si accorge che il fornellino acceso di sotto riscalda a poco a poco l'acqua fino a portarla all'ebollizione. 
A questo punto la rana si sveglia dal suo pacifico torpore e cerca di uscire dalla bacinella. 
Prova a spiccare il salto, ma vi ricade. L'acqua così calda le ha tolto tutte le forze. 
Riprova il salto. Ancora una volta ricade nell'acqua. 
Ormai non le resta che rassegnarsi a morire bollita! 
La storia della rana può essere la nostra storia. 
Di anno in anno stiamo erodendo la nostra umanità. Quando prenderemo coscienza del nostro danno mortale, forse sarà troppo tardi. Insomma, per farla breve, non c'è alternativa: o 'bolliti' o 'pensanti'! I lettori del nostro bollettino sanno bene da che parte collocarsi. 
Per questo leggeranno i vari interventi mensili volti a rendere sempre più consapevole, vale a dire sempre più intelligente e viva, la loro arte di educare.

A LORO LA PAROLA 
• “In te mamma, ho una sola cosa da dirti: che gridi troppo”. (Monica, sei anni) 
• “Appena c'è il telegiornale papà si mette a gridare: 'Ladroni, codardi, banditi'”. (Walter, sette anni) 
• “Quando ti recito la lezione, mamma, i tuoi occhi sono sfavillanti, le tue guance si arrossano e si vedono i tuoi denti bianchi!”. (Lorenzo, nove anni) 
• “La prima cosa che mia mamma fa quando torno a casa da giocare è toccarmi il collo di dietro: controlla la sudata”. (Alessandro, dieci anni) 
• “La mia mamma è stata brava a sposare papà!”. (Martina, dieci anni). 
• “Quando in famiglia c'è un litigio tu mamma cerchi sempre di cambiare discorso per non farci bisticciare”. (Federico, nove anni)
Autore: Pino Pellegrino


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mercoledì 12 aprile 2017

L'importanza del gioco per i bambini

L'IMPORTANZA DEL GIOCO PER I BAMBINI

Il gioco è un momento fondamentale per lo sviluppo psicofisico del bambino. Qualche consiglio per i genitori che vogliono rendere il momento ludico positivo e formativo


Citare il rapporto tra bambini e gioco significa chiamare in causa un aspetto fondamentale per lo sviluppo psicofisico. Fin dai primi mesi di vita il gioco rappresenta un mezzo essenziale per il bambino che punta a conoscere il mondo e che lo fa appunto in maniera squisitamente ludica, anche solo giocando con i capelli della madre o di chi lo tiene abitualmente in braccio.

Compito del genitore in queste fasi è assecondare l’approccio ludico, cercando di condividere i piccoli momenti di gioco quotidiano. Un esempio tipico è quello del bambino a cui vengono proposti dei giochi sospesi sul lettino e che si diverte quando si trova davanti agli effetti visivi e sonori. In questi casi è consigliabile che il genitore assecondi le prime risate del bambino, rendendo il momento ludico positivo e formativo.

Man mano che passano gli anni cambia chiaramente il modo in cui il bambino gioca ed è necessario che i genitori imparino a gestire questa evoluzione.
Verso i 4/5 anni è nodale avviarlo al gioco autonomo, attraverso soluzioni pratiche che stimolino la sua creatività. Non è necessario mettere da parte i videogiochi, a patto che siano educativi, non violenti e che mettano in primo piano delle situazioni quotidiane positive, dei modelli utili ai quali ispirarsi.

In queste situazioni, durante le quali è necessario aiutare il bambino a sviluppare le capacità di simbolizzazione utili a capire la differenza tra gioco e realtà, il ruolo del genitore è di monitoraggio. Fondamentale è non perdere il controllo di quello che fa il bambino, ma è altrettanto importante non intervenire sempre quando lo si vede in difficoltà, in modo da aiutarlo a sviluppare autonomia e attitudine al problem solving.

In questa fase prescolare viene a galla un altro nodo essenziale per la crescita dei bambini e per il loro rapporto con il gioco. Di cosa si tratta? Della scelta delle attività extracurriculari, scelta che preoccupa molti genitori fin dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia.

Tra i consigli che tendo a dare c’è il fatto di non esagerare, il bambino deve avere anche degli spazi di vuoto, di noia in certi casi, così da riuscire, tramite la propria fantasia e creatività, a trovare delle soluzioni per sopperire a questi momenti.

‘Giocare è un cosa seria’

Questa frase del grande Bruno Munari dovrebbe essere ricordata da tutti i genitori, perché riassume perfettamente il valore del gioco come veicolo formativo straordinario, il primo che consente al bimbo di conoscere il mondo e l’unicità del suo essere.

Autrice:Dott.ssa Miolì Chiung

Fonte: blog.marshmallow-games.com

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mercoledì 5 aprile 2017

Alle neomamme date un kit pedagogico, non le cremine: tante patologie sparirebbero

ALLE NEOMAMME DATE UN KIT PEDAGOGICO, NON LE CREMINE

In pochi anni c'è stato un vero e proprio boom di diagnosi di disturbi comportamentali e cognitivi per i bambini. Molti problemi nascono in realtà da scelte educative sbagliate e anche la cura dovrebbe ripartire proprio dal riscoprire i basilari educativi. Intervista con il pedagogista Daniele Novara

«I bravi bambini rompono sempre le scatole»: Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, parte così per spiegare le ragioni del convegno nazionale che sta organizzando per il prossimo 8 aprile. Si intitola “Curare con l'educazione. Come evitare l'eccesso di medicalizzazione nella crescita emotiva e cognitiva” e si terrà a Milano. Contro la crescita esponenziale di diagnosi psichiatriche e certificazioni di disturbi di vario genere per bambini, Novara ribadisce che «i bambini devono poter fare i bambini, la realtà del loro mondo è fatta di pensiero magico, libertà, movimento, natura, stare con animali, scherzare, dire bugie… tutte cose che gli adulti non sopportano più. Ma il bambino è questo, è la diversità per antonomasia, è ontologicamente diverso dall’adulto e questa diversità non è solo il bello del bambino ma è ciò che gli consente di imparare e crescere. Se gli togliamo la diversità, il bambino non riuscirà più a imparare, il bambino impara perché è plastico, perché vede le cose in maniera diversa da noi». Ovvero non tutto ciò che “disturba” è patologico e non tutti i problemi che un bambino presenta devono essere tradotti e affrontati in chiave medica: molto potrebbe fare la pedagogia, cioè l’educazione. Solo che nessuno – né i genitori né gli insegnanti – di pedagogia sa più nulla, abbandonati a loro stessi, ai siti, ai blog, ai sentimenti.

Partiamo dall’inizio. È un fatto che negli ultimi anno ci sia un’impennata di diagnosi di disturbi specifici dell’apprendimento, ma come possiamo leggerlo e spiegarlo?
In una manciata di anni nella scuola sono triplicati i bambini con una diagnosi di DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), raddoppiati quelli con una certificazione di disabilità ex lege 104 e dilagati i BES (bisogni educativi speciali). In pratica oggi un bambino su quattro, alle elementari, ha una qualche forma di diagnosi. È una situazione inedita a livello storico. Molto hanno giocato le leggi recenti, quella per la dislessia e per i BES e anche gli screening nelle scuole per cercare a tutti i costi delle malattie psichiatriche nei bambini.

Non è un segno positivo di attenzione? Di una consapevolezza che anni fa non c’era?
Direi che questo fenomeno è legato più a un aumento dell’offerta che a un aumento della domanda. No, ci occuperemo delle malattie dei bambini quando emergeranno, così invece creiamo solo panico. Io contesto semplicemente il fatto che oggi quando c’è un problema con un bambino, a scuola o a casa, subito lo si invii a un neuropsichiatra, medicalizzando, senza step intermedi. La medicalizzazione è la sola strada e la sola risposta. Un bambino disturbatore invece può essere semplicemente un bambino vivace, immaturo, distratto, un bambino che fa il bambino, oppure un bambino i cui genitori non hanno rispettato i basilari educativi. Faccio esempi banali: se un bambino dorme 8 ore anziché 10, è chiaro che manifesterà dei problemi e che i suoi livelli attentivi saranno bassissimi, soprattutto se deve restare a scuola otto ore. E se uno guada la tv tre ore al giorno avrà un sistema mentale fortemente condizionato da questo, sarà privo delle necessarie esperienze motorie e sensoriali, di questo le maestre si accorgeranno. Ma è inutile fare una terapia, prima bisogna aggiustare i basilari educativi: se il bambino non dorme, prima bisogna restituirgli quell’insieme di regole di vita adatte al suo sviluppo. O quantomeno bisogna fare gioco squadra, non escludendo l’educazione dal recupero, come invece si fa oggi. È indebito entrare subito nell’ottica della malattia, senza percorrere altre strade, anzi è assurdo. Dobbiamo occuparci degli errori dei genitori e degli insegnanti, non degli errori dei bambini.

Quindi significa innanzitutto che ci sono delle malattie che derivano dall'educazione che diamo ai bambini?
Ho iniziato a parlare di malattie dell’educazione dieci anni fa e devo dire che sulle prime il concetto non è stato capito né preso in considerazione. Ma il boom di diagnosi che abbiamo visto in questi ultimi anni conferma quello che avevo immaginato, ovvero che i bambini avrebbero pagato le conseguenze della mancanza di riferimenti educativi e pedagogici. Se i basilari dell’educazione non vengono rispettati, si mettono i bambini nei guai. Una lente con cui si può leggere questa situazione infatti è la scomparsa della pedagogia in Italia: le facoltà di pedagogia sono state chiuse nel 1991 e oggi a scienze dell’educazione paradossalmente ci si può laureare senza aver fatto nemmeno un esame di pedagogia. C’è la didattica, certo, ma quella è una disciplina operativa, è come un chirurgo che non conosce la medicina. La scuola non ha più punti di riferimento pedagogici, 25 anni fa tutti gli insegnanti erano abbonati a una rivista pedagogica, oggi no, i maestri non hanno riferimenti pedagogici perché la pedagogia è stata eliminata dalla loro formazione, gli unici riferimenti esistenti sono sanitari. Non ne faccio una colpa a loro, il problema è che non c’è nessuno strumento alternativo, la scuola oggi medicalizza perché quello è l’unico binario percorribile, l’unico riferimento esistente.

Quali sono gli errori più frequenti che facciamo in campo educativo in questo senso, anche come genitori?
Mettere regole senza condividerle fra genitori: nel lettone sì/no, tv a cena sì/no, videogiochi sì/no. È un errore tragico, perché il bambino perde i riferimenti e diventa un tiranno, a scuola non avrà il senso dell’autorità e sarà oppositivo e disturbante. Il sonno che dicevo prima. L’eccesso di tv e videoschermi a scapito del pensiero magico, del movimento, della natura, delle esperienze sensoriali, il dramma dei videogiochi: la neurologa Frances E. Jensen sostiene che ci sia una riduzione della materia grigia e bianca del 20%.

Che alternativa ci può essere alla medicalizzazione? In che senso si può curare con l’educazione?
Curare con l’educazione significa ricondurre bambini e ragazzi all’interno di buoni comportamenti educativi, dove le loro fasi di sviluppo vengano rispettate, in cui loro possono fare i bambini senza venire colpevolizzati per la loro ontologica diversità dal mondo degli adulti e dalle aspettative che essi hanno. Dobbiamo fare quello che non stiamo facendo, aiutare i genitori – oggi sono loro l’anello più debole – a fare i genitori e ricordarsi che il loro compito principale è quello educativo. L’orientamento prevalente invece dinanzi a un bambino problematico è colpevolizzare il bambino e trasformarlo in un paziente psichiatrico.

Quali strumenti possiamo offrire per aiutare i genitori?
Intanto nessun ritorno, nessuna nostalgia, perché il genitore educatore non è mai esistito. Esisteva però un sistema dove l’adulto faceva l’adulto e il bambino faceva il bambino. Serve dare consapevolezza: bisogna dire ai genitori che ogni giorno è fatto di decisioni educative che si ripercuotono sul figlio e che la cosa più importante per dei genitori non è parlare con i figli ma il prendere decisioni educative, i due genitori insieme. Tenere un bambino di 4 anni nel lettone non è una banalità, è una decisione educativa e la scelta che fai si ripercuote sulla vita di tuo figlio. Mi piacerebbe ad esempio in ospedale alle neomamme si desse un kit pedagogico, non un set di cremine, perché la vita non è fatta di cremine: con un ospedale ci stiamo lavorando, le idee ci sono ma ci vorrebbero le risorse, le scuole genitori ad esempio sono totalmente autofinanziate, mentre questo è un compito della collettività. Sul versante educativo non c’è offerta, c’è il deserto. I genitori sono la più grande risorsa che abbiamo, devono essere aiutati con buone informazioni, non lasciati sprofondare nei blog: il problema non è il fai-da-te, ma che un genitore così fa del male a suo figlio.

Autrice: Sara De Carli 

Fonte: vita.it

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