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mercoledì 31 marzo 2021

I ragazzi si tagliano per noia o per esibizionismo

 I RAGAZZI SI 'TAGLIANO' PER NOIA O PER ESIBIZIONISMO

Condividiamo l’intervista di Zita Dazzi ad Alfio Maggiolini per La Repubblica sui recenti episodi di cronaca di risse tra ragazzi e di comportamenti autolesivi.

«Forme di autolesionismo ed esibizione di forza tipiche della nostra epoca, forse anche legate a questo momento complicato che i giovani stanno vivendo per la pandemia». Sono diverse le componenti che stanno dietro ai gravi episodi di questi giorni, dai due giovani che si sfregiano in volto, alle maxi risse di piazza a Gallarate, secondo Alfio Maggiolini, psicoterapeuta e fra i fondatori del centro Minotauro che si occupa di adolescenti.

Maggiolini, lei è anche consulente dei servizi per la Giustizia minorile del Tribunale di Milano, cosa sta succedendo ai ragazzi protagonisti di questi gravi episodi?

«Non conoscendo i dettagli di questa ragazza sfregiata, se è vero che le ferite sono alla bocca, posso solo dire che questo tipo di tagli e di comportamenti autolesivi riguardano di solito braccia, gambe. Le motivazioni di questi gesti di solito sono sofferenze individuali. I comportamenti a volte vengono quasi nascosti. Ci si taglia in parti del corpo non visibili: farlo sul volto deve avere un significato preciso».

Quale?

«Il taglio di solito si fa per alleviare tensioni emotive che attraverso il dolore fisico compensa e prevale sul dolore mentale, e crea un rilascio di endorfine del corpo che funge da autodifesa, dà una sorta di sollievo, Funziona come una autoregolamentazione in persone che hanno disturbi della personalità borderline ».

Qui erano in due e il procuratore dei minori Ciro Cascone mette in guardia dall’effetto emulazione che potrebbe scattare parlando di Joker, il nemico di Batman.

«A volte questi gesti fatti in una dimensione di coppia hanno uno scopo dimostrativo. Nella relazione sentimentale mostrano il dolore, fanno arrivare un segnale di disagio emotivo che l’altro non coglie, sono un modo per colpevolizzare l’interlocutore, come il suicidio. La ferita ha un valore di esibizione molto alto e assomiglia alla manipolazione del corpo».

I piercing e i tatuaggi?

«Sì, segni che in cui non c’è solo il voler comunicare la propria sofferenza, ma nei quali il gesto diventa segno di identità, che non è un capo di abbigliamento. Sul corpo viene scritto chi sono io. Questa è un’onda lunga molto antica. In passato tatoo e piercing erano segni di marginalità sociale, erano di nicchia, oggi sono diventati costume, sono inseriti nella cultura del tempo come fatto estetizzante».

Una coppia di adolescenti può arrivare a questo?

«Poteva essere una prova iniziatica reciproca, che vale come patto di sangue, identità condivisa».

Con questo lockdown i giovani stanno dando di matto sia in coppia, sia collettivamente. I fidanzati si tagliano la bocca, il branco si dà appuntamento in piazza per picchiarsi.

«Io nelle risse ci vedo anche molto desiderio di spettacolarizzare attraverso i media e i social il proprio immaginario, dove lo scontro fisico fra maschi entra come componente evolutiva».

Sono baby gang?

«Non mi pare. Solo i gruppi sudamericani qualche volta avevano la dinamica della lotta fra bande strutturate, con leader e organizzazione gerarchica, riti di iniziazione. Qui invece mi pare siamo in presenza di gruppi di quartiere e aggregazioni spontanee».

I minorenni lo fanno perché sono stufi di stare a casa davanti ai pc a fare lezioni a distanza mentre fuori tutto tace?

«Sicuro c’entrano la noia, la frustrazione, l’assenza di futuro, la paura che non ci sia possibilità di riscatto sociale per chi vive in periferia. Ma in aggiunta c’è la voglia di farsi notare e di conquistare successo e approvazione con l’amplificazione creata grazie alla ripresa e messa in rete delle immagini. Lo scopo, più che sfogarsi e farsi male, diventa proprio quello di mostrarsi ed esibirsi sui social mentre si fanno queste attività.

L’effetto di spettacolarizzazione e di enfatizzazione è importante perché il finire online e farsi vedere da tanti, è un vanto. Questa è la dimensione culturale in cui siamo immersi tutti».

Fonte: www.minotauro.it

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mercoledì 17 marzo 2021

 LASCIAMO UN BUON RICORDO NEI NOSTRI BAMBINI

Alcuni semplici consigli per genitori ed educatori

«La memoria ci è stata data da Dio per permetterci di avere le rose a Dicembre» diceva lo scrittore scozzese James Barrie. In questa sede noi possiamo dire che la memoria ci è stata data da Dio per permetterci di ricordarci dell'infanzia nelle tempeste della vita.

In un libro intitolato Il valore dei ricordi dell'infanzia, l'autore californiano Norman B. Lobsenz riporta le risposte alla domanda: «Qual è il più bel ricordo dei tuoi primi anni?» Il figlio stesso dell'autore del libro, intervistato, ha risposto: «Mi ricordo quando una sera eravamo soli in macchina e tu ti sei fermato per aiutarmi a prendere le lucciole!»

Il bambino aveva cinque anni. Il padre gli domandò: «Perché ti ricordi di questo?»

«Perché non pensavo che ti saresti fermato a prendermi le lucciole, invece ti sei fermato!»

Per un altro il più bel ricordo è “Il giorno della scampagnata scolastica quando mio padre, di solito freddo, dignitoso, impeccabile, si presentò in maniche di camicia, si sedette sull'erba, mangiò con noi e partecipò ai nostri giochi lanciando la palla più lontano di tutti. Più tardi scoprii che aveva rimandato un importante viaggio d'affari per stare con me quel giorno!»

Lasciare un bel ricordo, anche questo è educare. Un buon ricordo può salvare tutta un'esistenza.

Lo ha capito quel genio che fu il grandissimo scrittore russo Feodor Dostoevskij il quale era così convinto da avvertire con molta sicurezza: «Sappiate che non c'è nulla di più alto e forte e sano e utile per la vostra vita futura di qualche buon ricordo, specialmente se recato con voi fin dai primi anni, dalla casa dei genitori. Uno di questi buoni e santi ricordi, custodito fin dall'infanzia, è forse la migliore delle educazioni. E quand'anche un solo buon ricordo restasse con noi, nel nostro cuore, potrebbe un giorno fare la nostra salvezza».

Nove consigli per mangiare da genitori intelligenti

1. Puntiamo sulla cena. È più facile che la famiglia si trovi riunita. Mettiamoci d'accordo perché nessuno manchi e tutti siano puntuali.

2. Quando si è a tavola non si sente la televisione, ma si parla, si chiacchiera, si racconta la propria giornata. Anche il bambino della Scuola dell'Infanzia può prendere la parola.

3. Mangiare e restare insieme come famiglia, deve essere uno dei momenti più belli della giornata e della vita. Per questo a tavola si mettono tra parentesi fastidi e preoccupazioni.

4. Non siamo troppo esigenti sul galateo. Interveniamo solo quando è proprio necessario. Meglio la spontaneità e l'allegria che la troppa pulizia.

5. Perché accorgersi solo quando la minestra sa di bruciato e non fare, invece, i complimenti alla cuoca quando è buona?

6. Non è giusto che solo la mamma prepari, serva, riordini, pulisca. La casa è una comunità non un ristorante. Ognuno è responsabile della felicità della famiglia.

7. Quando si mangia non si fanno 'prediche' non si dice: «Qui comando io!» È lecito urlare, di tanto in tanto, ma ad una condizione: che si possa urlare a turno!

8. Non usiamo il cibo come premio o come punizione: il ricatto non educa.

9. Infine, se ci è possibile, usciamo qualche volta, andiamo a cena 'fuori'. È vero che il portafoglio potrà essere un po' dissanguato, ma per la 'tenuta' della famiglia non mancherà un bel risultato!

«Guardatemi!»

Molti anni fa, Thornton Wilder scrisse una bellissima commedia, Piccola città. Una delle scene dell'opera colpisce invariabilmente gli spettatori. Si tratta della morte di una giovane signora, Emily, colpita da infezione dopo aver dato alla luce un bambino.

La conducono al cimitero, e le chiedono: «Emily, puoi ritornare a vivere un giorno della tua vita. Quale preferisci?». E lei dice: «Oh, ricordo com'ero felice il giorno del mio dodicesimo compleanno. Vorrei ritornare al mio dodicesimo compleanno».

In coro i morti del cimitero tentano di dissuaderla: «Emily, non farlo. Non farlo, Emily». Ma lei insiste. Vuole rivedere la mamma e il papà.

Così cambia la scena, e lei è lì, dodicenne, nel giorno meraviglioso del suo ricordo. Scende le scale, con un bell'abitino e i riccioli ondeggianti. Ma sua madre è così indaffarata a preparare la torta per il compleanno che non ha neppure il tempo di guardarla. Emily dice: «Mamma, guardami, sono io la festeggiata». E la mamma: «Benissimo, signorina festeggiata. Siediti e fai colazione». Emily resta in piedi e dice: «Mamma, guardami». Ma la mamma non la guarda. Entra il papà, ed è così occupato a guadagnare denaro per lei che non l'ha mai guardata; neppure suo fratello la guarda perché è troppo preso dalle sue faccende e non ha tempo. La scena finisce con Emily al centro del palcoscenico, che dice: «Per favore, qualcuno mi guardi. Non ho bisogno della torta né del denaro. Guardatemi, per favore». Naturalmente nessuno l'ascolta. Allora lei si rivolge ancora una volta alla madre: «Per favore, mamma». Poi si volta e dice: «Conducetemi via. Ho dimenticato com'erano le creature umane. Nessuno guarda gli altri. Nessuno se ne cura più, vero?».

Nessuno l'ascolta. Nessuno la guarda.

Ed Emily muore per sempre!

Emily esprime il bisogno fondamentale di tutti i figli (e di tutti gli esseri umani): «Il bisogno di esistere», il bisogno di essere riconosciuto, di essere considerato importante.

Autore: Pino Pellegrino

Fonte: biesseonline.sdb.org

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mercoledì 10 marzo 2021

Educare non è dare ordini, ma chiedere imprese

 EDUCARE NON E’ DARE ORDINI, MA RICHIEDERE IMPRESE

Alcuni semplici consigli per genitori ed educatori


Ricordarsi

«Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano». È la dedica de Il piccolo principe dello scrittore francese Antoine De Saint-Exupéry.

Ricordarsi d'essere stati bambini anche noi è una potente medicina alle nostre pretese nei confronti dei piccoli. Significa essere più pazienti; non strattonare il bambino che ha voglia di fermarsi per assaggiare il mondo che ancora non conosce; non perdere le staffe quando si sporca, o quando fa schizzare l'acqua delle pozzanghere.

Ricordarsi d'essere stati bambini è pensare che la nostra è una società adulto-centrica: centrata sugli adulti, fatta per gli adulti.

Che guaio nascere piccoli, oggi!

I pavimenti si sporcano, i porta-cenere si rompono, le pareti si rigano... per non combinarne una delle sue, il bambino dovrebbe nascere “mummia”! È un'immensa fatica per il piccolo uscire vivo da certi genitori che non si ricordano d'essere stati, un tempo, anche loro, bambini.

Il benessere

«A mio figlio non deve mancare niente...» È, ormai, una specie di ritornello di tanti genitori. E così la distanza tra il desiderio e la sua realizzazione è diventata, via via, sempre più breve fino ad azzerarsi.

Sono scomparse l'attesa e la conquista che erano stati efficaci ormoni di crescita psicologica.

Il desiderio ha perso la sua spinta creativa. Tutto è lì pronto. L'uomo trova tutto, meno lo sforzo.

Il che vuol dire: l'uomo non trova più l'uomo.

Quando la persona umana non ha più da faticare, da combattere, da raggiungere, da costruire, da battersi per qualcosa o per qualcuno, è come se fosse morta.

Il troppo benessere non è una meta: è una trappola.

Parole-perle

Il simpatico scrittore italoamericano Leo Buscaglia termina il suo libro Papà con alcune frasi che il padre, di tanto in tanto, lasciava cadere a tavola oppure nei momenti più impensati.

Quelle frasi hanno costruito nel figlio uno schema morale tale da reggerlo per tutta la vita.

Il papà gli diceva:

«È fondamentale amare».

«Le persone sono buone se si dà loro la possibilità di esserlo».

«La dignità è essenziale per vivere».

«Non tradire mai te stesso!».

«Canta, balla, e ridi quanto puoi!».

«Resta vicino a Dio!».

«La crudeltà è segno di debolezza».

«La gente che crede di saper tutto può essere pericolosa».

«Non costa niente essere gentili».

Parole-perle che hanno bussato e sono entrate nell'anima del figlio.

Ha ragione il poeta tedesco J.P.F. Richter a dire che «le parole che un padre dice ai figli nell'intimità della casa nessuno le sente al momento, ma alla fine la loro eco raggiungerà i posteri».

Lanciare sfide

Un grande maestro di chitarra, Doc Watson, divenne cieco quando aveva appena due anni. I suoi famigliari, però, non gli diedero mai la sensazione di considerarlo un minorato.

«I miei fratelli, mi portavano fuori a giocare con loro» ricorda. «Io mi arrampicavo sugli alberi e cadevo come tutti gli altri. Imparai così il concetto di spazio e a trovare le cose orientandomi sull'eco dei suoni».

Suo padre ebbe un'importanza speciale nell'aiutarlo ad aumentare la fiducia in se stesso.

«Avevo undici anni» ricorda Watson, «poco prima che la chitarra entrasse nella mia vita, papà mi porse un piccolo 'banjo' e mi disse: “Prendi, figliolo! Se imparerai a suonare bene questo strumento, potrà aiutarti ad affrontare il mondo!” Invece di relegarmi in un angolino dicendomi: “Figlio mio, sei un povero cieco” mi lanciava sfide!»

Quante ali tarpate per mancanza di proposte! Educare non è dare ordini, ma chiedere “imprese”.

Autore: Pino Pellegrino

Fonte: biesseonline.sdb.org

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mercoledì 10 febbraio 2021

Dilagano le challenge tra i ragazzi, spesso con risultati tragici

 CHALLENGE O SFIDE SOCIAL: COME FUNZIONANO

Le cosiddette sfide o challenge social sono sempre più diffuse sul web e suscitano l’interesse di un gran numero di persone, coinvolgendo soprattutto i bambini e gli adolescenti. Non si tratta di una consuetudine che comporta pericoli di per sé, ma è bene conoscerne le dinamiche e le possibili implicazioni per proteggere i più piccoli. 

Come funzionano le sfide sui social network? È giusto premettere che bambine/i e giovani sfidano se stessi e gli altri da ben prima della diffusione delle tecnologie digitali: non è un fenomeno nuovo, soprattutto in adolescenza, quello di volere dimostrare a se stessi e agli altri di essere coraggiosi in situazioni pericolose, di misurarsi con i propri “limiti”.

Con la diffusione dei social media, la natura di queste sfide è caratterizzata da nuove dinamiche: il pubblico è potenzialmente enorme e coloro che partecipano cercano una visibilità (e accettazione) tramite “like” e commenti. Inoltre ogni sfida online viene “registrata”, produce contenuti e video (a volte di natura violenta) che viaggiano nei e tra i social. Contenuti che diventano virali, raggiungono popolarità e il rischio emulazione è molto forte. La pressione tra pari gioca un ruolo importante: imitare e impressionare i propri amici sancisce o rinforza il senso di appartenenza ad un gruppo.

È importante riconoscere che le sfide online variano enormemente e non sono tutte problematiche: sono una pratica molto diffusa di produzione e condivisione di contenuti, sono diverse tra di loro e hanno diversi intenti. Ci sono challenge a scopo benefico o a scopo creativo. Tik Tok è il social che più di tutti le ha lanciate per alcune funzionalità proprie del social media e dell’interazione tra i profili, ma non è l’unico.

LE CHALLENGE ESTREME

Con challenge estreme si intendono le sfide per compiere atti di “coraggio”: BlackOut Challenge e Hanging Challenge, ad esempio, sono nomi di presunte sfide in cui si prevede che “il partecipante” stringa una cintura attorno al collo e resista il più possibile.

Non ci sono evidenze ancora della presenza in TikTok (o in altri social) di questo fenomeno e quanto sia effettivamente diffusa, ma di challenges estreme si parla da molto (ricordiamo tutti il fenomeno Blue Whale) e con esse si intende una pratica che può suggestionare ragazzi e ragazze ed indurli progressivamente a compiere atti di autolesionismo, azioni pericolose (sporgersi da palazzi, cornicioni, finestre etc), selfie pericolosi, sino ad arrivare ad atti che comportano il suicidio. Questa suggestione può essere operata dalla volontà di un adulto (o gruppi di adulti) che aggancia via social e induce la “vittima” alla progressione nelle “tappe” della pratica oppure sui social o gruppi di messaggeria nei quali i ragazzi stessi si confrontano sulle varie tappe, si incoraggiano reciprocamente, si incitano a progredire nelle azioni pericolose previste dalla pratica, mantenendo gli adulti significativi ostinatamente all’oscuro. L’effetto emulazione è l’elemento più pericoloso. Per questo occorre parlare di questi fenomeni con attenzione.

Ad oggi si conosce poco della reale correlazione tra casi di suicidio e la partecipazione a una challenge.  Quello che sappiamo è che le fragilità della pre e dell’adolescenza sono tante e, a prescindere dalla tecnologia, gli atti di autolesionismo possono essere molto diffusi.

CHALLENGE SOCIAL: CONSIGLI UTILI PER PROTEGGERE I PIÙ PICCOLI

Per proteggere i più piccoli dai possibili rischi delle sfide social, è importante per gli adulti di riferimento conoscere e indicare a bambini/e e adolescenti gli ambienti digitali che possono frequentare a seconda dell’età e senza dimenticare che è possibile iscriversi ai social network solo dai 13 anni in su, con il consenso dei genitori, oppure dai 14 anni, da soli.

Ecco alcuni consigli utili:

Occorre non dare per scontato il grado di autonomia che possono avere nell’uso delle tecnologie digitali e non avere paura di stabilire regole anche sulla condivisione delle attività e sui tempi di utilizzo.

La gestione della propria identità online va supportata, soprattutto agli inizi della loro vita social, sempre cercando di non risultare invadenti.

Parlare, interessarsi e prevenire sono le parole chiave, dunque, per evitare di trovarsi coinvolti in situazioni rischiose. Sebbene la pratica di verificare i contenuti a cui nostro figlio/figlia ha accesso possa essere un comportamento consigliabile nel caso dei più piccoli, facendone sempre oggetto di dialogo e come pretesto per spunti educativi, ciò potrebbe anche essere inutile e controproducente con gli adolescenti più grandi. Inutile per il moltiplicarsi di spazi, canali e “luoghi” virtuali a cui è possibile accedere con particolari abilità informatiche; controproducente perché allontana, lede la privacy a cui hanno diritto e soprattutto interferisce con una dinamica educativa basata sulla responsabilizzazione, la progressiva autonomia e la fiducia.

Gli adolescenti vanno supportati nel riconoscimento e nella gestione delle proprie emozioni, nello sviluppo di autonomia, responsabilità e senso etico. Devono imparare ad esercitare il proprio pensiero critico anche quando sono online, quando cioè provare empatia per l’altro è più difficile, perché scatta un meccanismo di de-responsabilizzazione e di distacco. Devono sapere che se si ritrovano in una situazione più grande di loro, possono chiedere aiuto e possono chiederlo e riceverlo anche se si sono messi nei guai.

L’IMPATTO DEL COVID-19 SULLA VITA ONLINE DEI PIÙ PICCOLI

Con la cirsi di Covid-19 abbiamo assistito ad un aumento delle vulnerabilità ed esposizione a possibili rischi online perché si sono ampliati i fattori e le condizioni di rischio: è ampliata la fruizione di ambienti online per soddisfare moltissimi bisogni (esclusivamente online, in assenza di una dimensione della socialità in presenza), ed è aumentata in particolare per una fascia d’età prima relativamente meno esposta (<10 anni).

Ricordiamo che l’età minima per iscriversi a un social network è di 14 anni mentre a 13 anni è concesso con consenso dei genitori, tuttavia nessun social applica attualmente l’age verification, anche per questione di privacy.

La presenza di bambini e bambine nella fascia d’età under 10 negli ambienti digitali, con i relativi profili nei social media è una condizione di particolare criticità, ad esempio la percezione delle conseguenze negative e reali delle proprie azione può essere sottostimata, a causa anche della giovanissima età. Appare ancora più evidente come la mancanza o la debolezza delle competenze digitali espongano a rischi e vulnerabilità, rispetti ai quali il ruolo degli adulti e della comunità educante deve agire con forza.

Fonte: www.savethechildren.it

 

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mercoledì 20 gennaio 2021

BAMBINI CONTESI DA GENITORI SEPARATI

 BAMBINI CONTESI DA GENITORI SEPARATI


Domanda

Gentile Dott.ssa Agnone,

ho una domanda da porle: è da circa un anno e mezzo che mi sono separata dal mio compagno, ovviamente non in buoni rapporti, dal quale ho avuto un bimbo che oggi ha 6 anni.

Spesso mio figlio mi tratta male, risponde con cattiveria e il suo desiderio è vivere con il padre.. non riesco a capire in cosa sbaglio.

Cerco in tutti i modi di non fargli mancare nulla e di dargli tutto il mio amore ma non ricevo lo stesso trattamento.

Premetto che il mio ex compagno non aiuta sicuramente ad avere un rapporto tranquillo ed ogni volta cerca di screditarmi davanti a mio figlio, ponendo delle domande al bimbo del tipo: “vuoi venire a vivere con me,non preoccuparti rispondi non devi aver paura della mamma”.

Sicuramente sono severa: non avendo un compagno cerco in qualche modo di dare delle regole ma non ho mai usato la psicolgia di mio figlio per scopi o per secondi fini.

Chiedo gentilmente una risposta per capire in cosa sbaglio e cercare di ottenere l’amore di mio figlio.

Grazie, Daniela.

 

Risposta

Cara Daniela,

grazie per aver condiviso con noi una fase così difficile del tuo momento di vita.

La prima cosa che mi viene da dirti è che sicuramente tuo figlio è molto arrabbiato. Questo è un dato fenomenologico, senza alcuna implicazione, e probabilmente ha anche tutti i motivi per esserlo.

Partiamo quindi da questo tema, quello della rabbia, per dare una chiave di lettura ai suoi comportamenti.

Suppongo che ci siano diverse cose che lo facciano arrabbiare, e di conseguenza anche la tua domanda per me diventa la domanda di una mamma che, oltre ad avere i suoi guai, deve anche fare i conti con la rabbia del figlio.

E’ molto importante riconoscere e legittimare la rabbia dei bambini: invece che spaventarci, permettiamo loro di essere riconosciuti nel loro tentativo di esprimersi.

Il fatto che una triangolazione ci sia non è mai augurabile per un bambino: non è piacevole essere conteso tra mamma e papà come un trofeo di guerra, ed essere costretto a scegliere tra quello che dovrebbe essere un suo diritto inalienabile: l’amore di entrambi i genitori.

A lungo andare, infatti,  e di questo dovresti parlare con il tuo ex-compagno, a pagare il prezzo di questi giochi è proprio il bambino: troppo piccolo per difendersi, per elaborare una sua posizione, o per tirarsi fuori dal conflitto.

Non è in alcun modo corretto chiedere al figlio di esprimere una preferenza tra i due genitori, è anzi estremamente lesivo della sua integrità emotiva.

Non è altresì possibile considerare attendibile l’espressione di una preferenza da parte del piccolo, che mai si priverebbe, se gliene fosse data la possibilità, dell’amore di uno dei genitori.

In questo voglio rassicurarti, Daniela, perché se ti muovi come una mamma sicura, potrai più facilmente uscire dall’imbroglio in cui vi trovate.

Tuo figlio ti ama, e se il senso di colpa per un fatto che è avvenuto e che sta coinvolgendo anche lui ti attanaglia, pensa che valutare con questi parametri e con poca serenità ti disorienta e ti fa perdere la rotta esatta.

Penso che in questo momento tu sia una mamma spaventata, una donna ferita, una persona preoccupata. E’ legittimo, ma questi atteggiamenti non ti aiutano nel rapporto con tuo figlio, al quale invece serve serenità, coerenza, certezze.

L’amore per un figlio non chiede niente in cambio, ma nessuno può portartelo via.

Il rapporto tra genitore e figlio non è certo un rapporto simmetrico, sarai sempre tu dalla parte di chi si prende cura e detiene le responsabilità, ma comprendo bene che in questa situazione delicata e frustrante per tutti, la sofferenza si acuisce e distorce ogni percezione.

Sii forte e fiduciosa riguardo al tuo ruolo di madre, e vedrai che tante cose ancora puoi costruire insieme a tuo figlio.

Mi chiedi in cosa sbagli: per quel che posso giudicare dalla tua mail, non sbagli. Non è la severità, o meglio il rispetto delle regole, che ti toglierà la stima del piccolo, semmai invece la guadagnerai. Le regole, soprattutto in situazioni confusive come queste, danno a tuo figlio il senso dell’ordine e della stabilità.

Anche se si ribella, non importa. Se non ci fossero ne avrebbe la necessità.

Non avere paura, quindi.

Credo sia importante affrontare la situazione da adulti e tra adulti, lasciando fuori dalle dinamiche conflittuali vostro figlio, che ha diritto di crescere sereno, sano, e amato da entrambi: non è sua responsabilità, del resto, la vostra separazione, e se pur tutti hanno il diritto di separarsi, hanno invece il dovere di mantenere un livello di serenità e responsabilità nei confronti dei figli.

So che non è nelle vostre intenzioni ledere questi aspetti della vita di vostro figlio, ma il risultato è proprio questo, e di questo dovresti parlare con il padre del bambino.

Se il livello di conflittualità tra voi è molto alto, consiglio caldamente di rivolgervi ad un terapeuta che vi segua in una terapia di coppia, al momento da me giudicata piuttosto urgente per il bene del piccolo, non tanto per tornare insieme (affatto) ma per dare un sostegno alla vostra genitorialità che in alcun modo viene meno quando la coniugalità si interrompe.

Il tuo atteggiamento nei confronti di tuo figlio è certamente legato alle certezze su te stessa, sia come madre, sia verso il tuo ex-compagno, ed entrambi avete bisogno di qualcuno che vi sostenga nell’essere i genitori -separati- di questo bambino, e a dare coerenza a questo tema nella vita del piccolo.

Se il padre dovesse essere assolutamente contrario a questo percorso (cosa che raramente succede quando l’obiettivo è il bene del figlio), rivolgiti a delle associazioni che riguardano lo Spazio Neutro, un servizio svolto da molti comuni e da alcune associazioni private che crea possibilità di incontro tra genitori e figli in un contesto protetto e regolamentato che da un lato tutela i diritti del bambino e la sua serenità, dall’altro educa i genitori, ancora nuovi alla situazione della separazione, ad adottare i comportamenti più corretti per una relazione sana.

Come caso estremo, esiste la possibilità che soltanto tu ti rivolga ad un terapeuta, a sostegno della genitorialità.

In ogni caso, non togliete a questo bambino il diritto ad avere entrambi i genitori: con questo non mi riferisco ad un aspetto pratico che è quello di incontrarvi entrambi, ma a quello di farvi aiutare a separare ruoli, rancori, dissapori, che hanno un pò confuso le acque in questo momento.

Apprezzo molto il tuo modo di metterti in discussione, e di cercare il meglio per tuo figlio. Spero che in questo tu possa coinvolgere anche il tuo ex-compagno, e che la “guerra lasci solo cicatrici, e nuove vite da ricostruire, per il bene di ciascuno di voi, e soprattutto per il bene di un bimbo che in tutto questo si è solo trovato.

Autrice: Dott.ssa Marcella Agnone

Fonte: www.mammaimperfetta.it

 

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mercoledì 13 gennaio 2021

BAMBINI IPERSENSIBILI, L’IMPORTANTE RUOLO DEI GENITORI

 BAMBINI IPERSENSIBILI, L’IMPORTANTE RUOLO DEI GENITORI


Come accennato negli articoli precedenti tutti i bambini altamente sensibili hanno in fondo lo stesso temperamento; tuttavia, le implicazioni di tale temperamento sulle loro vite dipende dai fattori ambientali, e quindi familiari ed educativi.

Rolf Sellin sottolinea come sia delicata la questione delle richieste “particolari” cui la famiglia deve provvedere per aiutare il bambino ipersensibile a sviluppare quell’attaccamento sicuro che gli servirà tutta la vita per vivere bene con questa caratteristica.

Il bambino ipersensibile tende a vivere con maggiore profondità le situazioni, sia piacevoli che spiacevoli, e quindi ne è particolarmente influenzato. Il comportamento necessario del genitore implica quindi uno sforzo maggiore di comprensione e rassicurazione verso il figlio, e una migliore gestione possibile delle proprie emozioni, per non influenzare le sue.

L’irritabilità infantile è il primo segnale caratteristico di un temperamento sensibile e conduce più facilmente a forme di attaccamento insicuro se il genitore non compie sforzi eccezionali per rendere il bambino sicuro.

Ad ogni modo tale risultato può favorire lo stereotipo che le persone altamente sensibili siano particolarmente negative o nevrotiche. Tuttavia gli individui sensibili, provenienti da contesti familiari che supportano la loro personalità e che riescono ad adattarsi alle loro particolari esigenze, riescono invece a rendere la loro sensibilità un grande vantaggio per le loro vite.

Mi torna in mente l’esempio di una persona ipersensibile il cui mandato familiare implicito era stato da tutta la vita: “Tieni duro, stringi i denti e vai avanti”, ereditato dal padre, a sua volta ipersensibile. L’impatto di questo mandato implicito sulla sua vita si è concretizzato in un costante superamento dei propri limiti e in una riduzione della propria espressività generale. Nel corpo tutto questo si era accumulato sotto forma di tensioni croniche che hanno portato a una sorta di “congelamento interno”. Il percorso per questa persona è stato trasformare questa implicita richiesta di non mollare mai e di forzare regolarmente i propri limiti corporei nell’ascolto di sè stessa, del suo corpo e del suo bisogno di fermarsi, respirare e rilassarsi. Dopo un lavoro fatto insieme di riflessione su tali mandati impliciti e sulla sua costante somatizzazione del superamento dei propri limiti, la frase simbolicamente alternativa è diventata quindi: “No. Basta. Ho bisogno di rilassarmi e di respirare”.

Rolf Sellin parla, nel suo libro sui bambini altamente sensibili, della possibilità che un genitore ipersensibile non consapevole della propria caratteristica, se non ha accettato le implicazioni derivanti, possa involontariamente combatterle nel figlio. Combatterle soprattutto attraverso segnali non verbali, reazioni involontarie, rigidità di atteggiamento.

Per questo motivo ritengo fondamentale per un genitore acquisire tale conoscenza e consapevolezza, prima di tutto rispetto alla propria parte altamente sensibile.

Autrice: Dott.ssa Elena Lupo

Fonte: www.bambinonaturale.it

 

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giovedì 7 gennaio 2021

Gioventù che ha bisogno di una scintilla

 I NOSTRI RAGAZZI, GIOVENTU’ BRUCIATA CHE HA BISOGNO DI UNA SCINTILLA

I vostri nonni gioventù “bruciata”, i vostri padri gioventù “bucata” / e voi gioventù “brucata”, yeah! /A voi vi chiamano, chiamano, chiamano / la gioventù “brucata”...


«Non si può trovare passione nel vivere in modo mediocre». È quanto affermava Nelson Mandela, traducendo in parole quello che per lui è stato un impegno quotidiano, il senso profondo di ogni sua azione e della sua intera esistenza. Un principio certamente valido ad ogni età, ma che sembra interpellare con maggior forza i giovani adulti, una generazione che, per definizione, si colloca spesso a cavallo tra i grandi entusiasmi e gli slanci ideali dell'adolescenza e una più compiuta maturità costruita nel segno della realizzazione di sé e della responsabilità.

È durante il cammino verso l'adultità che si gioca, infatti, la scommessa assai delicata di gettare le fondamenta per il proprio progetto di vita e si sperimenta in maniera forse più dolorosa la difficoltà di individuare una rotta chiara da seguire, una stella polare che illumini il percorso e ci aiuti a non smarrirci nei vicoli ciechi dell'inconcludenza.

Basti pensare a tutti quei giovani - circa due milioni in Italia - che non studiano, non lavorano e non sono neppure in formazione: i cosiddetti neet, not (engaged) in education, employment or training. Giovani senza orizzonti, definiti da un “non essere”, da un'identità in negativo, quasi un'ombra sbiadita di ciò che potrebbero essere.

Ma è il caso anche dei tantissimi giovani costretti a barcamenarsi tra lavoretti precari e scelte obbligate, che hanno ormai rinunciato ad inseguire i propri sogni e persino a chiedersi quali siano le proprie aspirazioni più profonde, schiacciati da una quotidianità monotona e frustrante fatta di giorni tutti uguali, di vita non vissuta, di senso non trovato, in un sostanziale smarrimento di sé. Giovani che si sono progressivamente adeguati a lasciarsi trascinare inerti dalla corrente dell'esistenza, cedendo alla tentazione di un vuoto conformismo, pur di restare a galla nel mare ingovernabile della complessità. Giovani che hanno abiurato alla ricerca di sé e alla valorizzazione dei propri talenti, barattando le proprie passioni in cambio di una mediocre sopravvivenza all'interno del “gregge”.

Ma, forse, non tutto è ancora perduto!

Al di sotto di un atteggiamento apparentemente rassegnato e rinunciatario spesso si nascondono risorse ed energie che attendono soltanto di essere risvegliate e messe in gioco. Talvolta basta una semplice scintilla - un incontro luminoso capace di aprire una breccia in quel guscio di apatia di cui ci siamo rivestiti, una testimonianza di impegno appassionato e pienezza di vita, un'esperienza significativa in grado di restituire senso e prospettive al nostro vissuto quotidiano - per riaccendere il desiderio di fare progetti a lungo termine, di assecondare le nostre aspirazioni più autentiche, in una parola, di essere felici, nel segno della fedeltà a noi stessi e alla nostra singolarità.

Un simile cambiamento richiede, però, la disponibilità ad accettare la fatica di rimetterci in discussione e di cercare e praticare strade inedite, anziché accontentarci di soluzioni preconfezionate e modelli di vita omologanti. Comporta un approccio critico nei confronti di tutti quei condizionamenti sociali e culturali che tendono a mortificare la nostra originalità e ad indirizzare le nostre scelte verso obiettivi stabiliti da altri. Ma, soprattutto, ci chiama a prendere posizione, a “comprometterci” per un'idea, una causa, un'esperienza, ad innamorarci della nostra vita, al punto da non sprecarla in una mediocre banalità e renderla sorprendente e meravigliosa nella sua unicità.

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Le domeniche pomeriggio passate all'Ikea

a illuminarvi di mensole con la vostra dolce metà,

i cassetti dove riponete i vostri sogni

son nascosti negli armadi, dove tenete gli scheletri.

Le serate da ubriachi a parlare del vostro futuro

senza ritegno, come se non ci fosse un domani,

i castelli di scontrini, le tovaglie coi centrini,

ascoltare i Coldplay per evidenziare uno stato

di profonda malinconia...

A voi vi chiamano, chiamano, chiamano

la gioventù “brucata”...

Vi hanno insegnato a lavare i panni sporchi in famiglia

e a lavar le famiglie sporche con panni pulitissimi.

I vostri nonni gioventù “bruciata”,

i vostri padri gioventù “bucata”

e voi gioventù “brucata”, yeah!

A voi vi chiamano, chiamano, chiamano

la gioventù “brucata”...

Un tempo avevo un amico

ed una donna da amare

e contavo su di loro

per sapere cosa fare.

Un tempo avevo un amico

ed una donna da amare,

ma quando gli han chiesto chi fossi

hanno deciso di abiurare.

Un tempo avevo un amico

ed una donna per cui morire,

ora la gioventù “brucata”

se li è presi nel suo ovile.

Un tempo avevo un amico

ed una donna per cui morire

ed ora conto su di loro la notte,

altrimenti non riesco a dormire...

 

(Pinguini Tattici Nucleari, Gioventù “brucata”, 2017)

 

Autore: Alessandra Mastrodonato

Fonte: www.biesseonline.sdb.org

 

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