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mercoledì 21 gennaio 2015

Non insegnate ai bambini

NON INSEGNATE AI BAMBINI
Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura, rispettiamolo, amiamolo.

Un bambino risponde «grazie» perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.

Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.

Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.

Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo».

Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l’importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.

Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta.

Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.

Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L’ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.

«Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così» è una frase da non dire mai.

Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.

Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.

Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l’azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.

Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un «questo non lo so» se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po’ ridicola.

Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.

Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.

Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.

Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un’amica.

Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.

(Giorgio Gaber “Non insegnate ai bambini”)

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venerdì 16 gennaio 2015

L'arte di educare: Far faticare

11 - FAR FATICARE

Sì, anche questa è una delle mosse fondamentali dell'arte di educare che veniamo proponendo da settimane.
Nessuno ci fraintenda! Non vogliamo vedere i ragazzi soffrire, non vogliamo tornare al pane nero.
Se parliamo di fatica, è esclusivamente perché non vogliamo ingannare i nostri figli: ci sta a cuore che crescano liberi e forti.


La grande truffa
"A mio figlio non deve mancare niente; non vogliamo che soffra quello che abbiamo sofferto noi, non vogliamo che faccia la nostra vita...": è la litania che ha contagiato, si può dire, tutti i genitori ultima generazione!
Litania insidiosissima, avvelenata!
Sia subito chiaro: non vogliamo tornare al lavoro dell'operaio e del contadino aggiogati alla fatica come buoi all'aratro!
Ciò che vogliamo dire è ben altra cosa.
Vogliamo ricordare che troppo benessere finisce con l'uccidere l'essere: il benessere può ingrandire il corpo, ma non liberare l'anima, non farla divenire se stessa! Vogliamo dire, poi, che viziare è sempre ingannare! La vita non è una cuccagna; non è una crociera, non tutti i giorni è Natale o il compleanno.
Sì, non è mai stato così saggio il nostro più noto pediatra del secolo scorso, Marcello Bernardi, come quando ha detto a tutto tondo: "Il pensiero di poter evitare tutte le battaglie, le delusioni, i dispiaceri, è un pensiero folle, perché la vita non è così. Anzi, è ben diversa: la vita è fatta di combattimenti!".
Insomma, educare è anche attrezzare alla fatica!
Educare è porre ostacoli proporzionati allo sviluppo fisico e psichico del figlio.
Parliamoci chiaro: che cosa succede a far crescere il figlio con il sedere nel burro? Non succedono che guai. Basta aprire gli occhi: ecco tanti nostri ragazzi con la grinta del pesce bollito o della mozzarella. Ragazzi che alla prima difficoltà si accasciano su se stessi, come cerini esauriti che si accartocciano. Ragazzi mollicci. Friabili. Pastafrolla. Ragazzi con le ossa di cristallo. Fiacchi.
Alcuni li hanno definiti 'ragazzi-peluche'. Gli psicologi parlano di 'psicastenia': mancanza di resistenza alla fatica.
Al termine di una conferenza qualcuno ha domandato al sociologo: "Secondo lei la nostra è davvero un generazione 'bruciata'?". Il conferenziere, pronto: "Macché 'gioventù bruciata'!: 'gioventù bollita'!".
Adesso è chiaro perché parliamo di fatica. Tutto ciò che è troppo dolce e caramelloso è contro l'Uomo, contro il suo emergere.
Non è forse vero che senza gli scogli le onde non salirebbero in alto?
Parliamo di fatica perché è dalla sua assenza che nascono le quattro più antipatiche malattie della personalità.
Il conformismo: la malattia di chi non ha il coraggio di andare contro corrente, ma si intruppa e va dove lo porta la massa.
Il minimismo: la malattia di chi vive seduto, senza impegnarsi. La malattia del sei in tutte le materie, anche nella vita.
L'anguillismo: la malattia di chi sgattaiola via, si nasconde, ha paura di mostrarsi.
Il 'pilatismo': la malattia di chi si lava le mani: di chi guarda dalla finestra la storia passare per strada e lascia che decidano e vivano gli altri!
A questo punto si comprende perché lo psicologo americano William James (1842-1910) era solito esortare i suoi studenti universitari: "Fate tutti i giorni due cose solo perché vi piacerebbe non farle!". Applausi!
Il ragazzo che ha la fortuna di incontrare la pedagogia della fatica, sarà un ragazzo capace di compiere il proprio dovere, un ragazzo che tiene duro anche quando la vita mostra i denti; un ragazzo che non abbandona la partita.Un ragazzo prezioso che impreziosisce il mondo!


Bentornato sacrificio!
È pericoloso stare a lungo senza soffrire.
Una giornata senza sacrifici è una giornata di sconfitte: la volontà si allenta; il nemico (pigrizia, egoismo, animalità...) troverà più facile vincere.
Che fare, dunque?
La risposta è chiara: riaprire le porte al sacrificio!
I sacrifici possono dividersi in due categorie: i passivi e gli attivi.
I primi sono quelli imposti (per questo li chiamiamo 'passivi') dalla vita stessa: il lavoro, lo studio, i disturbi di salute, la convivenza umana, le condizioni climatiche...
I secondi sono i sacrifici cercati, voluti, preparati da noi stessi.
Qualche esempio?
Saltare giù dal letto elettricamente, al primo squillo della sveglia; mangiare le rape che non piacciono; bere un caffè amaro; soffrire il mal di denti senza dirlo a nessuno; aspettare che tutti si siano serviti; praticare il digiuno televisivo; non fare telefonate chilometriche...
Forse qualcuno potrà anche sorridere.
Eppure son proprio questi preziosi sacrifici che tengono a galla la volontà, perché possa sopportare il prezzo del vivere umano.
Nessuno sorrida: il sacrificio non è un'idea che poteva valere prima di Freud. Anche dopo Freud deve restare nella nostra pedagogia.
• Deve restare perché il comodismo è un inganno, come abbiamo detto: la vita non è zucchero filato.
• Deve restare perché "chi non sa negarsi qualcosa di lecito, difficilmente potrà evitare le cose proibite" (Toth Thiamer, scrittore ungherese vivente).
• Deve restare perché (la riflessione è finissima!) "una grande felicità ha bisogno di un grande ostacolo" (Robert Musil, scrittore austriaco: 1880-1942).
Tra gioia e sacrificio, infatti, vi è un rapporto di stretto gemellaggio. La felicità nasce sulla pianta che ha radici a forma di croce, si dice in Africa.
D'altronde non è forse vero che una vita troppo facile diventa una vita noiosa? Dobbiamo dare ragione a Gandhi (1869-1948): "La storia del mondo sta lì a dimostrare che non vi sarebbe alcunché di romantico nella vita, se non esistessero i rischi".


LE CITAZIONI
"Troppo benessere genera il malessere. Genera i gaudenti scontenti. Genera il disagio dell'agio" (Paolo Crepet, psichiatra).
"Prendete un circolo, accarezzatelo: diventerà vizioso" (Eugène Ionesco, commediografo romeno: 1909-1994).
"La mamma troppo valente fa la figlia buona a niente" (Proverbio).

LA VITE E IL POTATORE
Un giorno la vite disse al potatore: "Perché mi stai venendo incontro con quelle forbici? Forse mi vuoi potare come si faceva al tempo d'una volta? Buttale via: non sai che adesso i tempi sono cambiati!?". "Già, rispose il padrone: a pensarci bene non hai torto: non siamo più ai tempi d'una volta!". E poiché i tempi erano cambiati, non la potò. E così in autunno la vite non ebbe uva. Come al solito, vennero gli amici per assaggiare il vino nuovo. "Non c'è vino nuovo. I tempi sono cambiati!" disse, sconsolato, il proprietario della vigna.

Autore: Pino Pellegrino
Fonte: Il Bollettino Salesiano aprile 2014

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mercoledì 14 gennaio 2015

Paura di crescere

PAURA DI CRESCERE

"Di fronte alla sfida dell'adultità, molti giovani fanno fatica a superare la paura di crescere, sperimentano con sofferenza tutta l'incertezza e la precarietà della loro condizione e dilazionano il superamento di quella "linea d'ombra" che separa la spensieratezza dell'adolescenza dalla condizione inedita dell'essere adulti.


"Dove sarò domani? Chi sarò? Avrò il coraggio di prendere decisioni significative per la mia vita e di assumere la guida di quella nave che solo io posso condurre per mare?". Domande ricorrenti, martellanti, comuni a tanti giovani che, nel passaggio cruciale verso l'adultità, sperimentano la paura di prendere il largo, l'ambivalenza di una condizione carica di incertezza e, al tempo stesso, di aspettative, il timore e insieme il desiderio di mettersi alla prova, di testare le proprie competenze esistenziali, di sentirsi unici artefici del proprio destino. Farsi carico di scelte impegnative e accettare la responsabilità di portarle avanti fino in fondo, a volte, può spaventare. Significa fare un salto nel vuoto, prendere coscienza della necessità di cambiamenti importanti, decidersi finalmente a varcare quella "linea d'ombra" che separa la spensieratezza dell'adolescenza dalla condizione inedita dell'essere adulti.
In una società in cui sembra ormai prevalere l'etica della superficialità e del disimpegno, quello della responsabilità appare come un valore esigente, controcorrente. È forte la tentazione di adeguarsi al clima generale, rifuggendo da scelte definitive o troppo impegnative, optando per un'esistenza a responsabilità limitata, fatta di compromessi, di decisioni revocabili, di continue dilazioni. Certo, per molti giovani, la precarietà di un'esistenza vissuta alla giornata, senza possibilità di fare progetti a lungo termine, è frutto di una scelta obbligata, amara conseguenza dell'assenza di certezze sul piano economico e professionale come su quello affettivo ed esistenziale. Si è così abituati a vivere in bilico sul filo di un presente incerto e provvisorio che la capacità di guardare al futuro, oltre l'orizzonte limitato del contingente, finisce con l'atrofizzarsi sempre più, soffocata dal disincanto, dalle frustrazioni, dalla logica del "così fan tutti".
Ma spesso la difficoltà oggettiva di assumere impegni duraturi può diventare un alibi per rifuggire dalle proprie responsabilità, per dilazionare una scelta di vita che si avverte come irreversibile o troppo gravosa, per ritardare il passaggio verso l'adultità, rimanendo indefinitamente nel limbo di un'eterna adolescenza.
Farsi carico della responsabilità del proprio futuro, accettare di correre il rischio di mettersi in gioco può fare paura. Eppure è anche la manifestazione più alta della propria libertà, di un protagonismo e di una capacità di autodeterminazione che soli danno dignità all'esistenza umana, della tensione verso un essere di più che costituisce lo stimolo più forte a lasciarsi alle spalle ogni incertezza e a levare finalmente l'ancora per partire alla scoperta di «questa realtà difficile da interpretare, ma bella da esplorare».


La linea d'ombra, la nebbia che io vedo a me davanti
per la prima volta nella vita mia mi trovo a saper quello che lascio
e a non saper immaginar quello che trovo.
Mi offrono un incarico di responsabilità
portare questa nave verso una rotta che nessuno sa
è la mia età a mezz'aria in questa condizione di stabilità precaria...
... Il pensiero della responsabilità si è fatto grosso
è come dover saltare al di là di un fosso
che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato
saltare verso il tempo indefinito dell'essere adulto
di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura:
cosa sarò? dove mi condurrà la mia natura?
Arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione
e adesso è questo giorno di monsone
col vento che non ha una direzione
guardando il cielo un senso di oppressione
ma è la mia età dove si sa come si era e non si sa dove si va...
... Mi offrono un incarico di responsabilità
non so cos'è il coraggio, se prendere e mollare tutto
se scegliere la fuga o affrontare questa realtà
difficile da interpretare, ma bella da esplorare
provare a immaginare cosa sarò quando avrò attraversato il mare.
Mi offrono un incarico di responsabilità
domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire
getterò i bagagli in mare, studierò le carte e aspetterò di sapere
per dove si parte, quando si parte
e quando passerà il monsone dirò: "Levate l'ancora, dritta avanti tutta
questa è la rotta, questa è la direzione, questa è la decisione!".

(Jovanotti, La linea d'ombra, 1997)

Autrice: Alessandra Mastrodonato
Fonte: Il Bollettino Salesiano gennaio 2014

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venerdì 9 gennaio 2015

L'arte di educare: Saper dire 'no'

10 - SAPER DIRE 'NO'
Nella serie delle mosse fondamentali dell'arte di educare non può mancare la mossa del saper dire 'no'! Ne siamo così convinti che ogni figlio dovrebbe dire ai genitori: "Se mi volete bene, non ditemi sempre 'sì'!".


QUATTRO MOTIVI
I 'no' ci vogliono almeno per quattro motivi.
Intanto perché danno sicurezza.
Avvertono il figlio che vi sono dei limiti, dei paletti: cose che si possono fare, altre che sono proibite. Ora, tutto ciò tranquillizza: toglie dall'insicurezza del non saper come agire, cosa fare.


I 'no' irrobustiscono l'io.
Senza nessuna esperienza dei 'no', al primo scoglio il ragazzo rischia il naufragio. È questa una delle ragioni fondamentali della necessità del 'no'. Non è forse vero che abbiamo figli sempre più friabili, ragazzi con la grinta della mozzarella? È tempo di smetterla d'essere troppo arrendevoli!
I 'no' avvertono che vi è un'autorità.
Una cosa è assodata: il rapporto educativo deve essere asimmetrico.
In fondo è il figlio stesso a volerlo: a lui serve una persona autorevole, non un amico o un camerata. Il 'no' detto con arte è una delle più chiare espressioni dell'autorevolezza.


Finalmente i 'no' rendono più simpatico il figlio.
Un ragazzo al quale è sempre permesso di fare quello che gli pare e piace, sarà incapace di adattarsi agli altri, potrà diventare un incivile, un rompiscatole, un piantagrane.
Insomma è evidente l'importanza del 'no'. Importanza che ci impegna a sfruttarlo al meglio.
LO STILE DEL 'NO'
Perché il 'no' sia utile, deve essere detto con stile, deve, cioè avere alcune caratteristiche.


Non urlato.
Se gridato, il 'no' potrebbe essere interpretato come dipendente dal nostro umore del momento e non già come una decisione presa per impedire qualcosa che, comunque, non si deve compiere, indipendentemente dal nostro 'raptus'.


Dosato.
Quando i 'no' sono troppo frequenti perdono efficacia, come le leggi. Perché in Italia le leggi si infrangono così di frequente? Una ragione è anche questa: perché sono troppe. Mentre in Francia ed in Germania sono sui settemila, da noi superano le centocinquantamila! Oltre a ciò, è bene che il 'no' sia dosato perché il censurare troppo i figli rischia di frustrare la loro creatività e di renderli più insicuri.


Giustificato.
Il figlio deve sapere che le nostre proibizioni hanno una ragione. Giustificando i 'no' lo illuminiamo, lo orientiamo, lo facciamo crescere. È chiaro che la motivazione deve rispettare la maturazione raggiunta dal figlio. Al piccolo di tre anni diremo: "Non prendere il coltello: taglia!". Al ragazzo adolescente tentato dall'alcol spiegheremo che dove entra il bere esce il sapere; diremo che solo chi è poco saggio si lascia imbottigliare dal vino!


QUALI 'NO'?
È impossibile, in ogni caso, fare l'elenco completo dei 'no' da dire ai figli. Ci limitiamo ai quattro che ci sembrano i più urgenti.
No alle mode.
Dove è scritto che tutti i ragazzi debbano avere lo stesso zainetto, che a Natale tutti debbano ricevere montagne di regali? Ha tutte le ragioni lo psichiatra Fulvio Scaparro ad essere così deciso: "Mamme e papà, imparate dai salmoni che vanno contro corrente! Liberatevi dai copioni!".


No al servizio.
Perché la mamma deve continuare ad insaponare il figlio, ad allacciargli le scarpe ed il papà a sbucciargli la mela? Qualche anno fa il sociologo Francesco Alberoni ha lanciato un messaggio: "Basta con i vizi ai figli! Se la cavino da soli!". Tutti gli hanno battuto le mani. E se fossimo d'accordo anche noi?
No al cuore di panna e all'indulgenza plenaria.
Concedere tutto al figlio è tradirlo: non si può vivere in pantofole! Concedere tutto al figlio è preparare un infelice: "Il passero ubriaco trova amare anche le ciliegie", recita il proverbio.


No alle continue richieste.
"Me lo comperi?". "Voglio questo!". "Dammi quello"...
Ad un certo punto bisogna dire 'No!'. "Ne hai abbastanza!". "È inutile insistere!". "Sarebbe troppo". "Questo non è per nulla necessario!"... Parole sapienti. Parole benefiche. Parole che forgiano un uomo capace di stare in piedi anche quando la vita mostra i denti.
CHIARO E TONDO!
Ormai, dopo tanta pedagogia permissiva, tutti ammettono che i 'no' sono preziosi.
Qualora sparissero, non succederebbero che dei guai.
"I 'no' aiutano a crescere" ci manda a dire la psicologa Maria Luigia Pace.
"Un bambino abituato a delle regole è sicuramente un bambino, un ragazzo, un adolescente più capace di far fronte alle difficoltà", ci assicura lo psichiatra Giovanni Bollea.
Al contrario, un bambino abbandonato a se stesso diventa "un rompiscatole, un adulto instabile, nevrotico, infantile" (Silvano Sanchioni, assistente sociale); "un bambino non abituato, fin dall'inizio della vita, a limitarsi, può diventare un piccolo despota" (Renata Rizzitelli, psicologa).
Che cosa vogliamo di più per convincerci che i 'no' sono un pilastro della crescita, come, d'altronde, i 'sì' di cui parleremo il prossimo mese?


CITAZIONI D'AUTORE
• "Un genitore deve saper dire no ad un figlio, se gli vuole bene, altrimenti con 'fai come ti pare' si rischia di togliergli i necessari anticorpi, psicologici. Le regole, i no sono come i paracarri ai lati della strada, sono punti di riferimento. Non debbono cambiare di posizione, non possono decidere di esserci o non esserci.
Che patetici quei genitori che fanno gli amici dei figli. Un padre deve essere padre, altrettanto una madre; è già così difficile fare i genitori, ci mettiamo a fare anche gli amici, per confondere loro ancor più le idee?
" (Paolo Crepet, psichiatra).
• "Sono contento di non essere stato viziato. Considero una sventura avere dei privilegi nell'infanzia. La mia infanzia è stata dura, non ho conosciuto il benessere, e trovo che nascere in una situazione di sana povertà sia il miglior bagaglio che si possa dare ad un bambino" (Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, 1984).
• "A furia di spianare la strada al bambino si rischia di esporlo a dei contraccolpi emotivi il cui esito è sempre più spesso la depressione" (Massimo Gramellini, scrittore).

Autore: Pino Pellegrino
Fonte: Il Bollettino Salesiano febbraio 2014

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mercoledì 7 gennaio 2015

L'importanza del padre per la felicità dei figli

L'IMPORTANZA DEL PADRE PER I FIGLI
Consigli utili

Sono assolutamente convinto che ciò che lega una mamma ad un figlio, sia senza dubbio qualcosa che non può essere semplificato in spiegazioni tecnico-scientifiche. C’è qualcosa che va assolutamente oltre. La vita nella vita; un cuore che batte li dove c’è un altro cuore che batte. Una simbiosi di pulsazioni, nutrizione, emozioni, che si ripete ininterrottamente per nove mesi. Un embrione che diventa feto, poi, bimbo. Una vita che inizia e diventa autonoma quando si “stacca dalla vita”.
Si stacca…
Questo termine è ben preciso,indica un nuovo inizio. Da questo momento, la dipendenza del nascituro si trasforma. La mamma non è più sola.


Il neonato può contare sulla costante presenza oltre che della mamma, anche del papà.
Ecco che il quadro è completo: il seme, la terra, il frutto. Sono questi i tre elementi indispensabili perché si possa parlare di completezza. Se qualcuno dovesse chiedermi quanto sia importante la figura di ogni genitore nella vita di un figlio, non azzarderei minimamente a cercare di individuare quale delle due abbia più peso. Ho parlato della nascita come un distacco; infatti quello è il momento esatto in cui si interrompe quella simbiosi, quel rapporto e contatto prioritario che ha caratterizzato i nove mesi di gestazione.

Ma chi non ha mai sentito dire da una mamma:  “Solo io posso capire mio figlio!”.
Solo io. Mio figlio.

Ecco, fisicamente il distacco è avvenuto. Per il nascituro e per il papà è così; per la mamma, accettarlo diventa un po’ più difficile, spesso impossibile. Quel senso di protezione naturale, quell’attenzione necessaria soprattutto nei primi anni di vita di un figlio, si trasformano facilmente, spesso inconsapevolmente (…) in senso di proprietà esclusiva. La mamma accudisce; la mamma da il nutrimento; la mamma lava, veste, si preoccupa di tutto ciò che riguarda il figlio. Potrei continuare all’infinito l’elenco di cose a cui anteporre sempre “la mamma”.
Ma il papà…?

All’atto del concepimento, non erano in due i futuri genitori? Vogliamo considerare i papà come semplici “inseminatori” che una volta espletato il proprio compito, possono tranquillamente essere riposti in un angolo, in un armadio o semplicemente davanti ad un televisore? Per esperienza, vi dico che non è così: sono convinto che esistono delle eccezioni, ma queste vanno considerate anche se si parla di mamme, ma la maggior parte dei padri, sono volutamente messi fuori gioco dalla presenza ossessiva delle stesse nella vita dei figli.
Ricordate…? “Solo io”; “Mio figlio”. Sono queste le due principali affermazioni che devono far riflettere. Sono due paroline, pronunciate con una tale convinzione e naturalezza che escludono categoricamente dalla vita di un figlio chiunque altro. Padre compreso. Vi assicuro che è l’errore più grande che una mamma possa fare. È la convinzione più sbagliata che si possa avere. È il danno più grosso e grave che si possa arrecare alla crescita di un bambino. Non è questo l’unico modo che una mamma deve conoscere per infondere amore ai figli. Sono convinto che susciterò qualche malcontento se vi dico che questo potrebbe non essere vero amore, bensì egoismo.

“L’ho fatto io!”: un’altra bruttissima frase che esclude ogni dubbio di esclusività. “L’ho fatto io, è figlio mio!” Che brutta frase! Quanto è frustrante per un padre sentire questa frase e dannoso per l’individualità di un figlio. Non ho assolutamente nessun dubbio sulla genuinità del bene di una mamma, ma sappiate che già prima che avvenga quel “distacco”:
- L’amore di un padre è assolutamente pari all’amore che nutre la donna con cui quel figlio è stato concepito.

- L’unilateralità non è il canale migliore per garantire ad un figlio, quell’amore e quelle attenzioni di cui ha bisogno. È bello sentirsi mamma, come è bello potersi sentire papà.

- Credetemi, per un figlio, potersi rivolgere all’uno o all’altro genitore, come fosse la stessa cosa è il modo migliore per crescere serenamente, ma soprattutto nel modo più equilibrato possibile. Facciamo in modo che sia così! È questo il modo migliore per essere pronti, un giorno a lasciare che il proprio figlio si senta libero di esprimere la volontà di essere parte attiva della società, senza che nessuno ostacoli il suo volo…
Autore: Mario Cinieri

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venerdì 2 gennaio 2015

L'arte di educare: Guardare il figlio

9 - GUARDARE IL FIGLIO

Da settimane veniamo proponendo le principali mosse dell'arte di educare.
Siamo partiti dal "seminare", siamo passati all' "aspettare", al "parlare", all' "amare"... ed eccoci al "guardare": guardare il figlio.
Una mossa che, in prima battuta, può sembrare di poco conto! In realtà gli occhi hanno un potere eccezionale!


L'arte del guardare il figlio.
Il contatto visivo è una delle più potenti vie di educazione (o diseducazione).
Gli occhi parlano più forte della voce: sono il canale attraverso il quale trasmettiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni.
Gli occhi possono trasmettere rabbia, tristezza, sdegno, disprezzo, freddezza, oppure calore, tenerezza, accoglienza, gioia, speranza, conforto, amore (lo sanno bene i fidanzati che talora sembrano mangiarsi con gli occhi!).
Guardare il figlio è come dirgli: "Tu esisti per me, tu sei entrato nei miei pensieri, nei miei affetti".
Nei campi di concentramento tedeschi era severamente proibito ai prigionieri di guardare negli occhi i loro carcerieri. Lo sguardo avrebbe potuto intenerirli!
Insomma, una cosa è certa: se guardassimo i figli almeno come guardiamo il bagno e l'automobile, avremmo ragazzi meno tristi, meno infelici, meno delusi della vita.
"Se guardassimo...": è una parola!
Si tratta di guardare con arte, cestinando gli sguardi sbagliati, per scegliere esclusivamente, gli sguardi buoni. Sguardo sbagliato è, ad esempio, lo sguardo poliziesco che tacchina in continuazione il figlio senza mai lasciarlo libero di respirare, di muoversi, di uscire, di scendere in cortile per giocare... Sguardo sbagliato è lo sguardo minaccioso dei genitori che mirano di più a farsi ubbidire che a convincere. Terzo sguardo sbagliato è lo sguardo indifferente. Questo è il peggiore in assoluto! L'indifferenza è la bestia nera di tutti i figli del mondo! La pericolosità dello sguardo indifferente sta nel fatto che può azzerare quella grande forza cosmica che è la voglia di vivere! Lo sguardo indifferente manda a dire al figlio: "Tu sei nessuno". Messaggio che taglia le radici alla vita! A ben pensarci, non è forse vero che ha senso essere al mondo solo se si è per qualcuno? Davvero: gli sguardi sbagliati sono l'inverno; gli sguardi buoni sono la primavera. Sguardo buono è lo sguardo generoso che vede nel figlio ciò che nessuno vede. Sguardo buono è sguardo sempre nuovo: vede che il figlio cambia e quindi si adatta alla sua crescita (vi è un abisso tra il bambino e l'adolescente: trattare il figlio da perenne bambino è uno sbaglio da cartellino rosso!). Sguardo buono è lo sguardo ottimista, incoraggiante, luminoso: lo sguardo che dà valore al figlio e tifa per lui. Aveva tutte le ragioni il filosofo francese Louis Lavelle (1883-1951) a sostenere che "il maggior bene che possiamo fare agli altri non è comunicare loro la nostra ricchezza, bensì rivelargli la loro". Fortunati i figli che hanno genitori con gli occhi simili (per quanto è possibile!) a quelli del 'facchino di Dio' don Orione (1872-1940) che, come ricorda il professor Enrico Medi (1911-1974) "ti bruciavano l'anima e ti entravano dentro come la luce esce dagli angeli". I genitori con tale sguardo hanno la patente pedagogica a punti pieni!


PERLE
"Amare qualcuno significa essere l'unico a vedere un miracolo che per tutti gli altri è invisibile" (François Mauriac, scrittore francese).
"Alcuni uomini trasformano un puntino giallo in sole, altri il sole in un puntino giallo" (Pablo Picasso, pittore spagnolo).
"A me basta guardare. Gli occhi trovano sempre la loro pastura ovunque" (Lalla Romano, scrittrice).
"Gran parte dei difetti dei fratelli sono nella retina dei nostri occhi" (Igino Giordano).
Gli uomini sono strani! Costruiscono soffitti bellissimi e poi camminano sui pavimenti!
Se chiudiamo gli occhi per un minuto, perdiamo sessanta secondi di luce.

GLI OCCHI E LE PALPEBRE
Un giorno un discepolo si macchiò di una grave colpa.
Tutti si aspettavano che il maestro lo punisse in modo esemplare.
Ma passò un anno ed il maestro non diede segno di reazione.
Allora un altro discepolo protestò: "Non si può ignorare ciò che è accaduto. Dopo tutto, Dio ci ha dato gli occhi per vedere!".
Il maestro replicò: "È vero, ma ci ha anche dato le palpebre per chiuderli!".

IL LADRO. L'ARTISTA. L'AVARO. IL SAGGIO
Una volta un ladro, un artista, un avaro e un saggio che viaggiavano insieme, scoprirono una grotta tra le rocce.
Il ladro disse: "Che splendido nascondiglio!".
L'artista: "Che posto splendido per dipingere murali!".
L'avaro: "Che splendido forziere per un tesoro!".
L'uomo saggio disse semplicemente: "Che bella grotta!".
Il grande psicanalista austriaco Bruno Bettelheim (1903-1990) ammoniva: "Non puntate ad avere il bambino che piacerebbe a voi. Abbiate rispetto per ciò che il bambino è!".

Autore: Pino Pellegrino
Fonte: Il Bollettino Salesiano gennaio 2014

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mercoledì 24 dicembre 2014

Un presepio per educare

Un presepio per educare


Fare il presepio non è un gioco da bambino
 
Fare il presepio è costruire uno straordinario 'Trattato visivo di pedagogia'.
No, non scriviamo sopra le righe! Abbiamo tutte le carte in regola per provare che il presepio racchiude in sé alcuni pilastri fondamentali dell'arte di educare.
• Intanto il presepio
evoca emozioni e gioie intense.
Preparare il presepio in famiglia, tutti insieme, è un'esperienza di vita affettiva, di calore umano che non ha riscontri in nessun'altra attività, come, ad esempio, nel giocare, nel biciclettare... In una società sempre più fredda come la nostra, un sussulto di sentimenti è, immediatamente, uno dei primi benefici del presepio!
• Il presepio
sveglia il lato buono che dorme in ogni uomo, anche nel più slabbrato!
Solo chi è mite, come san Francesco, chi è in pace con se stesso, può fare il presepio.
• Ancora. Il presepio
riconcilia la famiglia, oggi sempre più disgregata.
• Non basta. Il presepio può rappresentare
una scuola di bellezza.
Il che non è poco: il bello è l'introduzione al buono!
Li avete contati?
Quattro preziosi contributi pedagogici nascosti nel presepio!
Ma andiamo più a fondo.
Il presepio
ricorda una nascita, una nascita assoluta: quella di Cristo.
Dunque il presepio
tiene viva l'idea del 'venire alla luce', idea oggi troppe volte dimenticata con pesanti conseguenze negative.
Aveva ragione il poeta cileno Pablo Neruda (1904-73) a dire che "
è per nascere che siamo nati!".
Sulla stessa linea era lo psicanalista tedesco Erich Fromm (1900-80) quando sottolineava che "
il primo compito della vita è dare alla luce se stesso!".
Insomma, il Natale è un invito a crescere: a pensare di più, ad amare di più, a volere di più...
Attenzione!
Il bello del presepio sta qui: non solo ricorda il dovere di nascere, ma indica anche quali sono i segreti della nostra vera nascita umana.
Tutti sanno che sono i Valori che fanno diventare 'grande' l'uomo e non solo 'grosso'.
Ebbene, basta entrare anche nel più semplice presepio di carta pesta per scoprire una manciata di Valori:
• il valore delle
cose semplici,
• il valore dell'
essenziale,
• il valore del
silenzio,
• il valore della
pace,
• il valore della
gioia,
• il valore della
tenerezza.
Tutti Valori che fanno sì che chi nasce uomo, diventi umano!
A questo punto nessuno darà più dell'esagerato ad uno dei più impegnati ed intelligenti sacerdoti del secolo scorso, don Primo Mazzolari (1890-1959) quando un giorno ha detto a tutto tondo: "
Se la Terra vorrà avere ancora uomini liberi, se vorrà avere uomini giusti, se vorrà avere uomini che sentono la fraternità, bisogna che non dimentichiamo la strada del presepio".
Davvero: il presepio va protetto, va difeso, va valorizzato!
Il noto regista Ermanno Olmi (1931) è sempre stato affezionato al presepio ("
il primo spettacolo della mia vita!"). Ogni anno, immancabilmente, lo costruiva in casa con la moglie Loredana e con i figli.
Un anno, quando ormai questi erano grandi, per vedere come avrebbero reagito, disse con aria indifferente: "
Stavolta lasciamo perdere: non lo facciamo il presepio, al massimo un alberello di Natale!".
Al che i figli - il ragazzo con la barba e la ragazza donna - subito reagirono: "
Eh, no! Il presepio si fa, non si può non fare!".
Il presepio si fa, non si può non fare: è troppo prezioso!
Salverà non solo il Natale cristiano, ma anche i più alti valori del vero umanesimo.


 
STELLE DI NATALE
• "Ho ancora nostalgia del presepe. Con mia sorella ed i suoi figli, ogni anno, partecipo alla preparazione di un presepe in tutto simile a quello di casa mia" (Renzo Arbore).
• "Se c'è un sogno che coltivo, questo sogno è di entrare nella memoria dei miei figli associato all'immagine di un Natale di tenerezza e di amore" (Vittorio Gassman).
• "Natale è più che un racconto: è una carezza, è un abbraccio, è un sorriso, è un cibo" (Luigi Santucci).
• Un giorno un'insegnante, durante la lezione sulle invenzioni moderne, domandò ai bambini: "Chi di voi mi sa dire qualcosa di importante che non esisteva cinquant'anni fa?". Un piccolo alzò la mano ed esclamò: 'Io!'.
Risposta perfetta!
I bambini sono importanti! Dio stesso ha iniziato da bambino!
Il primo ministro inglese Winston Churchill (1874-1965) era solito dire che "
non vi è, per nessuna comunità, investimento migliore che mettere latte nei bambini".

L'ASINO ED IL BUE
Mentre Maria e Giuseppe stavano andando a Betlemme, l'angelo radunò gli animali per scegliere i più adatti a stare nella grotta con Gesù Bambino.
Per primo ruggì il leone: "Io mi piazzerò all'entrata e sbranerò tutti quelli che si avvicinano al bambino!".
L'angelo gli disse: "
Sei troppo violento!".
Si avvicinò la volpe e con aria astuta insinuò: "
Per il Figlio di Dio, io tutte le mattine ruberò il miele più dolce e il latte più profumato!".
L'angelo replicò: "
Sei troppo disonesta!".
Arrivò il pavone: spiegò la sua magnifica ruota: "
Io trasformerò quella povera capanna in una reggia!".
L'angelo gli rispose: "
Sei troppo vanitoso!".
A questo punto l'angelo cominciò a preoccuparsi: temeva di non trovare animali degni di entrare nella grotta accanto al Bambino.
Ad un tratto vide un asino ed un bue che lavoravano, lavoravano, a testa bassa, nel campo di un contadino.
Li chiamò.
"
E voi non avete niente da offrire?".
Il bue, timidamente, rispose: "
Noi potremmo, di tanto in tanto, cacciare le mosche con le nostre code...!".
L'angelo, finalmente, sorrise: "
Voi siete quelli giusti!".
Corse da Maria e le disse: "
Ecco il bue più mite del mondo!".
Chiamò Giuseppe e gli sussurrò: "
Ecco l'asinello più umile della Terra!".
Gesù Bambino, che aveva sentito ogni cosa, aprì gli occhi e li chiamò accanto a sé.
Adesso il primo presepio era al gran completo!


Autore: Pino Pellegrino
Fonte: Il Bollettino Salesiano dicembre 2013
Paidòs Onlus
dalla parte dei bambini, SEMPRE
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