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mercoledì 4 maggio 2022

La gioia di vivere è la più grande potenza cosmica

 LA GIOIA DI VIVERE E’ LA PIU’ GRANDE POTENZA COSMICA

Alcuni dicono che il mondo è di chi si alza presto al mattino. Sbagliato! Il mondo non è di chi si alza presto, ma di chi è felice di alzarsi!
Chi è felice di alzarsi vive; chi non lo è, si lascia vivere. Insomma, è un dovere pensare ed adoperarsi per la propria serenità.

La serenità ci umanizza per natura sua in quanto crea uno stato emotivo che permette di vivere leggeri, sani, solari: più 'umani' di così! La serenità ci migliora sempre, mentre la tristezza ci peggiora sempre.
Sono parole pesate quelle che diciamo; così pesate che Franco Frabboni psicopedagogista dell'Università di Bologna ci avverte: “Se un bambino non ride, bisogna preoccuparsi e se, nonostante tutti gli sforzi non riusciamo a farlo ridere, è bene rivolgersi ad uno specialista”.
A conti fatti, si potrebbe dire che chi non ride, ha sbagliato a nascere. Si potrebbe dire che vivere e ridere vanno di pari passo. Uno dei più originali e acuti pensatori del secolo scorso, Theilhard de Chardin sosteneva che “La gioia di vivere è la più grande potenza cosmica!”.
Alcuni dicono che il mondo è di chi si alza presto al mattino. Sbagliato! Il mondo non è di chi si alza presto, ma di chi è felice di alzarsi!
Chi è felice di alzarsi vive; chi non lo è, si lascia vivere. Insomma, è dovere passare alla serenità.
Ne va di mezzo la nostra crescita umana! Che fare, dunque?
Proponiamo alcune mosse concrete.

Evitiamo i trabocchetti
Non complichiamoci la vita. Perché crogiolarsi con mille ansie? Perché usare la testa come portaspilli? Liberiamoci dai trabocchetti in cui tanti inciampano con pesanti conseguenze per la serenità. La mente corre immediatamente ai tre trabocchetti più frequenti nei quali cadono i genitori d'oggi.
• Primo trabocchetto: il trabocchetto del 'bambino da manuale'. Sul libro di Psicologia è scritto che il piccolo a tre mesi deve fare il primo vero sorriso; al termine dell'anno deve iniziare a parlare; dopo otto minuti dalla pappa, deve fare il ruttino... “Ma il nostro non si comporta così! Sarà anormale?”.
• Secondo trabocchetto: il trabocchetto del 'bambino del vicino': “Quello sì che è bravo! Studia, ubbidisce, aiuta, non come il nostro che...”.
• Terzo trabocchetto: il trabocchetto del 'bambino televisivo'. Il bambino televisivo è sempre perfetto: intelligente, biondo, non suda mai, non fa capricci. “Il nostro, invece, è un disastro!”.
Perché abboccare? Il bambino da manuale è un'astrazione che si trova solo sulla carta. Il bambino del vicino potrebbe essere un'illusione: il prato che confina con il nostro potrebbe essere artificiale. Il bambino televisivo è, quasi sempre, una truffa interessata.
Insomma, godiamoci il nostro bambino che è un capolavoro come lo sono tutti (ognuno in modo unico e irripetibile!) i bambini del mondo!

Godiamoci le gioie senza soldi
Vi sono occasioni di felicità sparse ovunque, lungo tutta la giornata che non richiedono soldi.
Nulla è più facile che esemplificare:
• Guardare un bambino che ride.
• Accarezzare chi ci ama.
• Ritrovare un oggetto che avevamo smarrito.
• Sentire lo squillo del telefono quando si è innamorati.
• Ricevere gli esami fatti all'ospedale, attestanti che non vi è da preoccuparsi per niente.
• Svegliarsi dopo aver dormito bene.
• Contemplare il tramonto.
• L'onda calma del mare che mi accarezza i piedi.
• La trasparenza di un lago alpino.
• Il sussurro delle foglie sugli alberi.
• La coda dello scoiattolo.
• La trota con i puntini rossi.
• La simmetria delle stelle marine.
• Sentire il canto del cardellino che, dopo il lungo inverno, annuncia l'arrivo della primavera...
L'elenco potrebbe benissimo continuare.
Grazie a Dio vi sono nel mondo i germi gratuiti di felicità sparsi ovunque.
Chi è saggio li trova e li assapora per dare ossigeno alla gioia di vivere, la potenza più forte del mondo, capace di fare della terra la prova generale del paradiso.

Spargiamo gioia
Molti lettori, forse, ricorderanno il noto frate francescano che parlava alla televisione, Padre Mariano. Ebbene, questo padre che incontrava la simpatia di tutti, aveva un meraviglioso motto di sole quattro parole: “Dare gioia, che gioia!”. Verissimo!
La gioia è una merce strana; più ne dai e più ne hai! Più la dividi e più si moltiplica. La semini nel giardino del vicino e la vedi fiorire nel tuo!
Lo scrittore e patriota Nicolò Tommaseo riassumeva tutta la sua filosofia sulla gioia in questa frase: “Il più felice dei felici è chi fa altri felici”. Gesù era stato ancora più sintetico: “È più bello dare che ricevere” (At 20, 35).
D'ora in poi, dunque, non è più il caso di chiedere d'essere felice, basterà chiedere d'essere utile: la gioia verrà data per giunta... e sarà un passo da gigante sulla strada del nostro farci uomini umani!

PASSA PAROLA
• Un sorriso fatto ai vivi è meglio di una fontana di lacrime sparse per i morti.
• A tavola una bella risata è la miglior portata.
• La gioia non ha bisogno di sbornie!
• Se riesci a riderci sopra, vuol dire che tutto andrà a posto.
• Il successo è avere ciò che si vuole. La felicità è volere ciò che si ha.
• Vi sono uomini che lavorano anni per appiattire la pancia e non fanno il minimo sforzo per imparare ad essere felici. Dov'è finito il buon senso?
• La preghiera più urgente, oggi: “Signore, fa che i cattivi diventino buoni e i buoni diventino simpatici!”.

Fonte: www.biesseonline.org

Autore: Pino Pellegrino

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giovedì 21 aprile 2022

Tutti i grandi sono stati bambini

TUTTI I GRANDI SONO STATI BAMBINI

«Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano». È la dedica de Il piccolo principe dello scrittore francese Antoine De Saint-Exupéry.
Ricordarsi d'essere stati bambini anche noi è una potente medicina alle nostre pretese nei confronti dei piccoli. Significa essere più pazienti; non strattonare il bambino che ha voglia di fermarsi per assaggiare il mondo che ancora non conosce; non perdere le staffe quando si sporca, o quando fa schizzare l'acqua delle pozzanghere.
Ricordarsi d'essere stati bambini è pensare che la nostra è una società adulto-centrica: centrata sugli adulti, fatta per gli adulti.
Che guaio nascere piccoli, oggi!
I pavimenti si sporcano, i porta-cenere si rompono, le pareti si rigano... per non combinarne una delle sue, il bambino dovrebbe nascere “mummia”! È un'immensa fatica per il piccolo uscire vivo da certi genitori che non si ricordano d'essere stati, un tempo, anche loro, bambini.

Il benessere
«A mio figlio non deve mancare niente...» È, ormai, una specie di ritornello di tanti genitori. E così la distanza tra il desiderio e la sua realizzazione è diventata, via via, sempre più breve fino ad azzerarsi.
Sono scomparse l'attesa e la conquista che erano stati efficaci ormoni di crescita psicologica.
Il desiderio ha perso la sua spinta creativa. Tutto è lì pronto. L'uomo trova tutto, meno lo sforzo.
Il che vuol dire: l'uomo non trova più l'uomo.
Quando la persona umana non ha più da faticare, da combattere, da raggiungere, da costruire, da battersi per qualcosa o per qualcuno, è come se fosse morta.
Il troppo benessere non è una meta: è una trappola.

Parole-perle
Il simpatico scrittore italoamericano Leo Buscaglia termina il suo libro Papà con alcune frasi che il padre, di tanto in tanto, lasciava cadere a tavola oppure nei momenti più impensati.
Quelle frasi hanno costruito nel figlio uno schema morale tale da reggerlo per tutta la vita.
Il papà gli diceva:
«È fondamentale amare».
«Le persone sono buone se si dà loro la possibilità di esserlo».
«La dignità è essenziale per vivere».
«Non tradire mai te stesso!».
«Canta, balla, e ridi quanto puoi!».
«Resta vicino a Dio!».
«La crudeltà è segno di debolezza».
«La gente che crede di saper tutto può essere pericolosa».
«Non costa niente essere gentili».
Parole-perle che hanno bussato e sono entrate nell'anima del figlio.
Ha ragione il poeta tedesco J.P.F. Richter a dire che «le parole che un padre dice ai figli nell'intimità della casa nessuno le sente al momento, ma alla fine la loro eco raggiungerà i posteri».

Lanciare sfide
Un grande maestro di chitarra, Doc Watson, divenne cieco quando aveva appena due anni. I suoi famigliari, però, non gli diedero mai la sensazione di considerarlo un minorato.
«I miei fratelli, mi portavano fuori a giocare con loro» ricorda. «Io mi arrampicavo sugli alberi e cadevo come tutti gli altri. Imparai così il concetto di spazio e a trovare le cose orientandomi sull'eco dei suoni».
Suo padre ebbe un'importanza speciale nell'aiutarlo ad aumentare la fiducia in se stesso.
«Avevo undici anni» ricorda Watson, «poco prima che la chitarra entrasse nella mia vita, papà mi porse un piccolo 'banjo' e mi disse: “Prendi, figliolo! Se imparerai a suonare bene questo strumento, potrà aiutarti ad affrontare il mondo!” Invece di relegarmi in un angolino dicendomi: “Figlio mio, sei un povero cieco” mi lanciava sfide!»
Quante ali tarpate per mancanza di proposte! Educare non è dare ordini, ma chiedere “imprese”.

Fonte: www.biesseonline.org

Autore: Pino Pellegrino

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mercoledì 13 aprile 2022

La casa dalle mille facce

Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

LA CASA DALLE MILLE FACCE

Gli equilibri delicatissimi che si vengono a creare in Casa Famiglia sono sottoposti a continue pressioni causate da nuovi inserimenti, dall'adolescenza, dalla complessità delle situazioni  che si è chiamati ad accogliere e l'educatore spesso è costretto a muoversi come un equilibrista, ma senza rete di protezione.

Questa casa racchiude la propria essenza di vita in una sola parola: "mutevolezza". È una casa nata per essere dinamica, in perenne movimento.

Anche noi educatori dovremmo essere così muteiformi...ma non è facile. 

Gli equilibri delicatissimi che si vengono a creare qui sono sottoposti a continue pressioni inducendo ad imposizioni di inevitabile adattabilità alle nuove condizioni imposte da nuovi inserimenti, dall'adolescenza, dalla complessità delle situazioni delicate che questa casa è chiamata ad accogliere. Un nuovo ingresso scuote spesso la casa nelle sue fondamenta e modifica quella stabilità precaria che l'educatore nel suo delirio di onnipotenza credeva di aver creato con i ragazzi. L'educatore esattamente come questa vecchia casa deve cedere quello smisurato desiderio di stabilità per far posto alla dinamicità più sconosciuta e quindi, per questo, temibile. Un nuovo ingresso significa che vi sarà un bambino/a, ragazzo/a arrabbiato, terrorizzato, dalla storia poco o del tutto sconosciuta, magari, come spesso capita, in condizioni igienico-sanitarie precarie. Arriverà qualcuno che forse non ha mai abitato una casa vera e troverà un educatore che a poco a poco cercherà di rendere il meno tragico possibile l'impatto con questo nuovo mondo.

In quel momento l'educatore capirà di dover ricominciare tutto da capo, forse non proprio da 0.. magari da 3 come diceva il Maestro, dall'esperienza mista alle conoscenze acquisite nel tempo...ma anche 3 appare spesso molto, troppo vicino allo 0.

Qualche peluche, delle lenzuola colorate nuove appena messe, libri per la buonanotte sul comodino, medicine da bambino, abitini minuti e si riparte.

Una casa è l'insieme di grandi e piccini...far quadrare tutto non è semplice.

Specie in concomitanza di situazioni molto delicate. Ripenso a "Victor il ragazzo selvaggio" che studiai all'università...certe volte mi sembra che le cose più banali a questi bimbi siano sconosciuti. Eppure abitiamo lo stesso mondo, la stessa epoca. Ci sono case simili alle foreste, mi dico...così mi spiego il perché è difficile spiegare cosa sia il sedersi a tavola o avere un lettino tutto pulito per sé, uno spazzolino da denti.

Allora mi chiedo se è così complesso per me che vivo a "turni"...cosa deve essere questa casa sconosciuta agli occhi di un bambino che dovrà viverci per un po'?

Ci penso...

Vedo le manine che impastano per la prima volta in questa casa, la torta alle fragole pronta nel frigo... tutto è pronto.

Oggi mi dico che anche gli educatori hanno timore o lo sconforto di sbagliare al cospetto di tanta rumorosa e spesso selvaggia... fragilità. Anche gli educatori spesso si sentono spaesati... immensamente.

Dott.ssa Pittari Chiara

(Pedagogista, Educatrice presso la Casa Famiglia Murialdo)

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Ogni mercoledì si rinnoverà l’appuntamento con

‘Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati’

 

Cos’è la rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

Da un po’ di tempo la mente di noi educatori è talmente colma di pensieri e riflessioni che spesso straripa . Lo scrivere è diventato per noi salvataggio indelebile, la messa al sicuro dei momenti della vita che trascorriamo con in nostri ragazzi.

Noi educatori spesso la notte scriviamo pagine di una vita vissuta fra le mura condivise con degli sconosciuti che a tratti riescono a sentirsi parte di una casa, parte di una famiglia…

Un giorno abbiamo deciso di raccontare e di raccontarci per mostrare anche oltre le nostre mura, la bellezza di una giornata trascorsa assieme ai nostri compagni di strada, la paura verso i giorni che verranno, gli aneddoti divertenti dei giorni di sole e le tempestose giornate di pioggia.

Raccontare è per noi un dono ed è prezioso perché permette di rivederci nello specchio e comprendere che vi è sempre da imparare, perché noi danziamo  e danziamo col vento.

mercoledì 6 aprile 2022

Il peso delle parole ineducate

Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

IL PESO DELLE PAROLE ‘INEDUCATE’

Le parole hanno un peso essenziale, perché trasmettono saperi, idee e pensieri. Le parole educano e forgiano consapevolezze in bene e in male.  Ripensando alla discriminazione del genere, sappiamo bene il costo storico e morale di parole spesso pericolose ed ‘ineducate’. E’ bene quindi, fare sempre attenzione a ciò che si dice e a come lo si dice.

Dopo cena, un libro aperto è posato sul tavolo della stanza degli educatori. Una ragazza mi chiede di aiutarla nella stesura di una mappa concettuale su alcune pagine del testo di alimentazione per l'interrogazione che l'attende l'indomani. Sfogliando tali pagine, mi dico che questa è una materia molto interessante. L'overture del nostro studio è meraviglioso: la definizione di cultura intesa come l'insieme dei comportamenti, delle credenze e delle produzioni umane vincolate al territorio di origine e/o di appartenenza, la critica alla globalizzazione, la necessità di protezione e valorizzazione delle specificità culturali e quindi anche gastronomiche dall'omologazione e dall'appiattimento di una società consumistica e globale. Fin qui il testo pone condizioni di sperimentazioni del pensiero, richiamando concetti importanti come unicità, specialità, rispetto delle tradizioni. Sfogliando le pagine, man mano, il discorso fino ad ora chiaro e ragionevole però si distoglie dalla salvaguardia della tradizione per volgere l'attenzione sull'idea di "contaminazione", anche questa legittimamente derivante dall'idea di un mondo sempre più globale di cui però si parla solo nell'accezione negativa del termine; non si citano termini altrettanto importanti come integrazione, pensiero migrante o incontro fra culture... Un po' riduttivo come pensiero, mi dico; il discorso si volge poi ad una sola parte del concetto che dovrebbe esprimere. Man mano nel testo si evidenziano settorialità di preferenza di pensiero ben dichiarata e a cui sembra quasi non ci si possa opporre e pertanto neppure aprirvi un discorso riflessivo e pensante (cosa che un testo scolastico dovrebbe fare). Poi l'attenzione mi cade su questo riquadro... <<La donna ( in grassetto) in genere ha il compito di preparare le pietanze>>. Da educatrice ovviamente modifico necessariamente il concetto qui espresso con frasi e parole "altre", ossia: <<storicamente la cucina è STATA di ambito esclusivo della donna, la quale era relegata alla sola sfera domestica che diventava l'unico campo di competenza della stessa come condizione essenziale di vita. 

Ad oggi la tavola è il punto di incontro fra affetto e convivialità, fra dialogo e diletto. La cucina, che NON ha un genere di riferimento, è il luogo d'incontro delle famiglie, delle amicizie e finanche delle dinamiche professionali>>...Credo sia più adatta questa definizione, o meglio più complessa.

Un semplice libro di testo è un veicolo di trasmissione del sapere. Un semplice libro di testo del 2022 dovrebbe ben discostarsi da concetti stereotipati come questi, soprattutto poiché si riferisce a giovani ragazzi e ragazze che si avviano alla professione non solo culinaria o riferita all'accoglienza, ma alla propria essenza di vita in perenne formazione. Declinare ambiti domestici al solo "femminile" è la contrapposizione esatta al concetto di cultura che ci ha iniziate al nostro studio anzi potrei dire che lo abbatte definitivamente relegandolo a frasi insignificanti e privi di valore, appiattendo la condizione di genere che di per sé è espressione massima della "differenza" e della "specialità" al contempo della "parità". Vincolandolo ad una consapevolezza limitata che racchiude l'uomo o la donna in ambiti di competenza ben definiti.

Sono dell'idea che le parole hanno un peso essenziale, perché trasmettono saperi, idee e pensieri. Le parole educano e forgiano consapevolezze in bene e in male, consapevolezze che se ancorate ad un pensiero così poco critico e selettivo radicano concetti che vincolano il proprio modo di essere nel mondo, al modo di agire nel mondo, che minacciano la possibilità di educare individui singoli prima e società pensanti poi in grado di mettere in discussione dogmi pericolosi come quelli qui esposti. Ripensando alla discriminazione del genere sappiamo bene il costo storico e morale di tali e pericolose parole ineducate. Meglio fare attenzione.

Dalla cultura allo stereotipo...basta un secondo.

Dott.ssa Pittari Chiara

(Pedagogista, Educatrice presso la Casa Famiglia Murialdo)

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Da un po’ di tempo la mente di noi educatori è talmente colma di pensieri e riflessioni che spesso straripa . Lo scrivere è diventato per noi salvataggio indelebile, la messa al sicuro dei momenti della vita che trascorriamo con in nostri ragazzi.

Noi educatori spesso la notte scriviamo pagine di una vita vissuta fra le mura condivise con degli sconosciuti che a tratti riescono a sentirsi parte di una casa, parte di una famiglia…

Un giorno abbiamo deciso di raccontare e di raccontarci per mostrare anche oltre le nostre mura, la bellezza di una giornata trascorsa assieme ai nostri compagni di strada, la paura verso i giorni che verranno, gli aneddoti divertenti dei giorni di sole e le tempestose giornate di pioggia.

Raccontare è per noi un dono ed è prezioso perché permette di rivederci nello specchio e comprendere che vi è sempre da imparare, perché noi danziamo  e danziamo col vento.

mercoledì 30 marzo 2022

Quando ci assale lo sconforto

Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

QUANDO CI ASSALE LO SCONFORTO

Cosa si dice ad una ragazza che trema e piange dall'ingiustizia di una vita come quella che le è capitata? Con che coraggio le si parla? Vorrei poter dire tante cose....eppure non ho niente da dire. Questi ragazzi  hanno un cuore, Noi grandi onnipotenti spesso abbiamo una mente ... Ma spesso sappiamo usarla poco e male.

<<Mi manca l'aria...sta andando tutto male, non ce la faccio più... Non ce la faccio più>>.

La linea sempre sottile dell'eyeliner ora è una chiazza nera indistinta che macchia di nero il naso e le sopracciglia del suo bel volto. Gli occhi grandi, di solito pieni di energia, sono spenti. Velano ricordi di un'infanzia defunta e devastata in lei. Nel suo sguardo i ricordi, come cenere, che si sgretolano nell'ormai antico fuoco delle sue speranze che pure emana ancora qualche flebile fiammella. Il fondotinta è ora quasi trasferito interamente sul mio maglione un tempo bianco. Il suo volto si nasconde fra il mio petto e le mani stringono la mia vita.

Le lacrime riscaldano il suo volto, i respiri sembrano privarla dell'aria invece che aiutarla a respirare.

La cucina che di solito trasmette brio e allegria è cupa stanotte, sebbene la luce sia accesa. Sembra quasi che le pareti si stringano attorno alle lacrime di questa giovane donna, nel silenzio più assordante.

Il suo discorso procede a tratti...

<< È passato più di un anno e non è cambiato nulla, io non ci dovrei stare qui. Dovrei stare a casa mia a fare le cose delle ragazze della mia età. Voi mi dite di essere un modo, i miei genitori mi dicono che voi mi ficcate strane cose in testa...che volete tutti da me???...che cosa ho fatto io di male...>>

Credevo di aver intravisto la rabbia divampare nella sua anima, ora vedo solo la supplica di una ragazza stanca della sua famiglia sgretolata, dell'attesa di una magia che risolva tutto, di un mondo che non le appartiene. Stanca dell'attesa che questa calma piatta cessi immediatamente. È una supplica la sua.

Cosa si dice ad una ragazza che trema e piange dall'ingiustizia di una vita come quella che le è capitata? Con che coraggio le si parla?

Ultimamente i suoi insegnanti mi avevano detto che a scuola era assente, sembrava quasi che non ci fosse un classe...

Cosa deve essere la sua mente. Con garbo mi avevano detto che le prestavano un'attenzione particolare...<<sembra così triste>> mi avevano detto. Mi chiedo se quando è seduta al suo banco guarda oltre la finestra, mi chiedo cosa pensi, cosa sogna...se desidera scappare lontano da tutto e da tutti.

Vorrei poter dire di essere diventata grande abbastanza per non provare più lo sconforto dinnanzi a scene simili...

Vorrei poter dire che ne sono immune finalmente...

Vorrei poter dire che una ragazza di 12 anni che si arrende al suo passato è normale per me.

Vorrei poter dire che una ragazza di 16 anni che smette di sognare è un qualcosa di poco conto.

Vorrei poter dire che mi sono arresa alla logica degli adulti che vincono sempre a scapito dei ragazzi.

Vorrei poter dire che spesso che lacrime di una ragazza valgono più di tutte le parole degli adulti.

Vorrei poter dire tante cose....eppure non ho niente da dire.

So di poter dire che una ragazza che piange nelle braccia della sua educatrice (ossia di una sconosciuta), è il fallimento di un mondo di grandi che crede di essere cresciuto al punto della perfezione e dell'onnipotenza

Il mito dell'adultità... La famosa frase: <<Io sono grande e tu sei piccolo>> qui la conoscono bene. In famiglia si diceva spesso.

Il mito del non sbagliare mai. Il mito di essere perfetti, il mito del non chiedere mai scusa, il mito di gridare per avere ragione...questa idea malsana di essere perfetti mentre i ragazzi sono sbagliati spiega la presenza di queste fanciulle e fanciulli in una Casa Famiglia.

Mi fu insegnato che anche gli adulti devono imparare, imparare a capire che forse sono proprio quei fanciulli a cui spesso sottraiamo ogni cosa: un'idea, le foto della propria casa, del primo carnevale, un disegno rimasto piegato nello zainetto senza mai che qualcuno abbia detto che era bello...

Eppure proprio queste ragazze stanno educando noi educatrici. Quel bel voto scritto a penna sul compito lasciato a se stesso, invio ritratto di una bimba felice colorato dai pastelli sul foglio bianco che veniva ricambiato dalla noncuranza mai dalla stima e dall'affetto è lì sul suo tavolino, fra gli oggetti preziosi.

Spesso nel nostro mito di adultità sottraiamo ai ragazzi speranze, ricordi...sogni.

Una ragazzina è triste in questa casa...

Qualche giorno fa lei stessa vedendo le immagini alla tv delle metro gremite di gente che si nasconde dalle bombe aveva gridato con rabbia:.

<<Ci sono bambini li! Ci sono bambini lì>>

...

Questi sono i ragazzi e hanno un cuore.

Noi grandi onnipotenti spesso abbiamo una mente ... Ma spesso sappiamo usarla poco e male

Una ragazzina è andata a dormire ed il mondo con lei era stretto al suo dolore...

Alla sua paura dell'abbandono.

Un peluche la osserva dalla mensola. Lo scelse fra i giocattoli il giorno del suo inserimento. Se lo mise in camera proprio dinnanzi al suo letto.

Non le mancava solo l'aria stasera...credo che le mancasse la terra sicura sotto i suoi piedi.

Sconforto...lo proviamo tutti...

Le ragazze di questa casa .. troppo spesso.

Dott.ssa Pittari Chiara

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mercoledì 23 marzo 2022

Il valore dell'ingratitudine

Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati 

IL VALORE DELL’INGRATITUDINE

La tentazione di aspettarci di essere riconosciuti nell’impegno che ci mettiamo con i bambini, è sempre dietro l’angolo, ma niente ha più valore della loro ingratitudine, perché gli permette  di essere se stessi fino in fondo, facendo sperimentare loro il diritto di essere amati e riconosciuti di valore a prescindere dai calci che ci tirano, dalle offese che ci rivolgono, dalle manifestazioni di rifiuto e inimicizia che pure non ci lasciano indifferenti.

La prima volta che mi sono confrontata con il vissuto del lavoro dell’accoglienza ho fatto un pensiero che è parso un po’ cinico ai miei stessi occhi: dietro ad ogni gesto che va verso l’altro c’è un egoismo nascosto. 

No, non sto delirando, e anzi quel pensiero mi ha riportato con i piedi per terra nella mia piccolezza umana e professionale, non perché il gesto sia insincero o opportunista, ma perché è a chi lo compie che “torna”, spesso con un senso di pacificazione e genuina gratificazione .

Ed è qui che ho percepito il pericolo che questo nutrimento personale azionasse poi, come è umanamente comprensibile, la costante aspettativa di ricevere in cambio di ciò che spesso con generosità e passione si dà.

Sia chiaro, questo riguarda tutti noi che operiamo nelle professioni d’aiuto, che ci siamo scelti non a caso per come siamo e per come abbiamo bisogno di essere e di sentirci.

Quando accogliamo i nostri bambini, ragazzi e ragazze, entriamo in contatto con un universo di mancanze, di privazioni, che ci fanno arrabbiare, ci fanno soffrire, ci fanno stare con loro che tanto hanno bisogno, di ciò che non hanno avuto o hanno avuto in modo sbagliato, insano, dannoso. E la tentazione di aspettarci di essere riconosciuti nell’impegno che ci mettiamo, nella pazienza, nella forza spesso indispensabile per esserci, è proprio dietro l’angolo. Quante volte ho colto la frustrazione nel non riuscire a far capire che con noi stanno meglio, che non c’è paragone con le mancanze vissute fino a quel momento, materiali, affettive educative, e nel percepire l’assenza di un grazie nelle varie forme possibili.

Ma io penso che non ci sia niente che ha più valore della loro ingratitudine, perché permette  di essere se stessi fino in fondo, con tutte le macerie che albergano nelle loro anime e nei loro cuori, e siamo noi che possiamo e dobbiamo essere quegli adulti che accolgono incondizionatamente, facendo sperimentare loro il diritto di essere amati e riconosciuti di valore a prescindere dai calci che ci tirano, dalle offese che ci rivolgono, dalle manifestazioni di rifiuto e inimicizia che pure non ci lasciano indifferenti.

E’ proprio in quel momento che posso esserci e condividere con la pelle e non solo con la mente quelle ferite che mi fanno sentire “insieme” a loro e non solo “per” loro. Voglio che i miei ragazzi e le mie ragazze mi mettano in crisi, mi facciano dubitare del mio operato, mi facciano perdere le certezze dietro cui mi nascondo, mettendo in dubbio ciò che so e ciò che credo di sapere e di capire, perché in gioco ci sono delle vite già tanto duramente provate da non aver bisogno di generosi palliativi atti a dare soddisfazioni e gratificare.

E quindi sono io che dico grazie, grazie del valore dell’ingratitudine, che mi riporta alla vera essenza del mio lavoro, che ha bisogno di spogliarsi dell’abito di aiuto per indossare quello di presenza.

Non so a voi ma a me fanno paura le persone piene di certezze: oggi voglio nutrirmi dei miei dubbi che mi permettono, forse, un gioco più sincero.

 

Dott.ssa Roberta Monda

(Psicologa-Psicoterapeuta della Paidòs)

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Ogni mercoledì si rinnoverà l’appuntamento con

‘Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati’

 

Cos’è la rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

Da un po’ di tempo la mente di noi educatori è talmente colma di pensieri e riflessioni che spesso straripa . Lo scrivere è diventato per noi salvataggio indelebile, la messa al sicuro dei momenti della vita che trascorriamo con in nostri ragazzi.

Noi educatori spesso la notte scriviamo pagine di una vita vissuta fra le mura condivise con degli sconosciuti che a tratti riescono a sentirsi parte di una casa, parte di una famiglia…

Un giorno abbiamo deciso di raccontare e di raccontarci per mostrare anche oltre le nostre mura, la bellezza di una giornata trascorsa assieme ai nostri compagni di strada, la paura verso i giorni che verranno, gli aneddoti divertenti dei giorni di sole e le tempestose giornate di pioggia.

Raccontare è per noi un dono ed è prezioso perché permette di rivederci nello specchio e comprendere che vi è sempre da imparare, perché noi danziamo  e danziamo col vento.

mercoledì 16 marzo 2022

Stasera non ci importa di quello che accade fuori

Rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

STASERA NON CI IMPORTA DI QUELLO CHE ACCADE FUORI

Fuori è freddo...ma non qui. Qui non ci importa di quello che accade oltre le nostre pareti, qui siamo protette. La casa, la nostra casa, è così calda e serena e per una volta non vogliamo pensare a niente. 

Il tempo fuori è cupo, freddo. La pioggia spinge le sue goccioline sui vetri delle finestre che diventano bagnate e gelide. Il tepore della casa riscalda la vetrata interna creando condensa che annebbia la vista sulla strada. La cucina risuona di rumori di stoviglie e pentole. Sulla spianata di legno una delle ragazze crea. Le mani spingono e accarezzano la pasta, la smuovono in serpentelli lunghi che vengo tagliuzzati e lavorati fino a formare buffi cappelletti irregolari in principio ma sempre migliori di volta in volta. Il pranzo di domani già prende la sua golosa forma all'interno di questa cucina. I telefoni sono accesi; chi è in videochiamata e parla, chi ascolta musica mentre si asciuga i capelli dopo la doccia calda. Il forno ospita la pizza il cui profumo inonda la casa alla minima apertura del forno rovente. La tovaglia è posta: bicchieri, posate è tutto pronto.

<<RAGAZZEEEE, a tavola>> grido nella speranza che mi sentano nel vario trambusto tecnologico.

C'è chi aggiunge in coda alla mia frase:

<<Spicciatevi che ho fameeeeeeeee>>

Esseri famelici occupano la cucina un tempo calma e silenziosa.

Le sedie prendono vita, mosse lontane e vicine al tavolo da mani frenetiche. Il banchetto stesso è pieno di vita. I telefoni, pochi attimi prima in piena attività, sono ora posati silenziosi sul mobile vicino alla TV spenta.

Fuori è freddo...ma non qui. Qui non ci importa di quello che accade oltre le nostre pareti, qui siamo protette. La casa è così calda e serena.

A tavola si parla di guerra, si fanno ragionamenti, domande.

La cucina accoglie le opinioni di tutte silenziosa.

Dopo un po' la voce che di solito serpeggia annoiata e lenta fra le stanze della casa risuona, rompendo quella serietà che il racconto bellico esige, come una campanella squillante.

<<Ci vediamo il film horror insieme??! Ma uno da brividi...? Mettiamo le coperte, ci mettiamo tutte vicine. Vedi che è bella la pioggia in fondo>>

C'è sempre qualcosa da fare qui...queste ragazze stasera si sentono a casa...ed io con loro.

Dott.ssa Pittari Chiara

(Pedagogista, Educatrice presso la Casa Famiglia Murialdo)

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Cos’è la rubrica: Danzanti col vento...storie e racconti di educatori appassionati

Da un po’ di tempo la mente di noi educatori è talmente colma di pensieri e riflessioni che spesso straripa . Lo scrivere è diventato per noi salvataggio indelebile, la messa al sicuro dei momenti della vita che trascorriamo con in nostri ragazzi.

Noi educatori spesso la notte scriviamo pagine di una vita vissuta fra le mura condivise con degli sconosciuti che a tratti riescono a sentirsi parte di una casa, parte di una famiglia…

Un giorno abbiamo deciso di raccontare e di raccontarci per mostrare anche oltre le nostre mura, la bellezza di una giornata trascorsa assieme ai nostri compagni di strada, la paura verso i giorni che verranno, gli aneddoti divertenti dei giorni di sole e le tempestose giornate di pioggia.

Raccontare è per noi un dono ed è prezioso perché permette di rivederci nello specchio e comprendere che vi è sempre da imparare, perché noi danziamo  e danziamo col vento.